RETI IN BIOPLASTICA DEGRADABILI PER SALVARE IL MARE

All’Acquario di Livorno il test sperimentale per salvaguardare i fondali marini con l’innovazione tecnologica. Al via la ricerca amica dell’ambiente che punta a realizzare impianti di riforestazione della Posidonia oceanica.

AMBIENTE
Francesca Franceschi
RETI IN BIOPLASTICA DEGRADABILI PER SALVARE IL MARE

All’Acquario di Livorno il test sperimentale per salvaguardare i fondali marini con l’innovazione tecnologica. Al via la ricerca amica dell’ambiente che punta a realizzare impianti di riforestazione della Posidonia oceanica.

Ogni anno milioni di tonnellate di rifiuti finiscono nei mari di tutto il mondo. E sebbene si tratti di un problema ormai noto da anni, solo recentemente l’opinione pubblica – e le coscienze collettive – stanno prendendo consapevolezza di come questo fenomeno rappresenti un problema economico, ambientale e di salute umana.  Trasportata dai fiumi o dal vento o semplicemente abbandonata volontariamente, la spazzatura che si accumula nei fondali anno dopo anno mette a serio rischio gli ecosistemi marini. La grande maggioranza dei rifiuti marini è rappresentata da plastica e, purtroppo, sono molti gli studiosi che stimano che la quantità, nei prossimi anni, andrà sempre più aumentando. Anche la pandemia ha un ruolo centrale in questo triste scenario. Mascherine, guanti, dispositivi e strumenti di protezione individuale hanno avuto (e hanno) un ruolo importantissimo nella prevenzione dell’infezione, ma la tutela della nostra salute ha avuto il risvolto negativo nell’aumento di prodotti monouso contenenti plastica. Inoltre, proprio allo scopo di agevolare la produzione di strumenti così importanti per la sanità pubblica, molte legislazioni nazionali hanno ritardato o eliminato le strategie volte a limitarne la produzione. Allo stesso tempo, la pandemia ha portato a un aumento degli acquisti online e del sempre più ricorrente takeaway effettuato dalla stragrande maggioranza dei locali di ristorazione che hanno aumentato l’impiego di imballaggi che sono o contengono plastica. Complice l’emergenza sanitaria e l’impellenza di gestirla sono passate in secondo piano (o in alcuni casi addirittura bloccate) le misure legislative volte alla riduzione della plastica, in particolare quella monouso.

Siamo di fronte ad una sfida complessa e multidimensionale ma una boccata di ossigeno sembra arrivare dalla costa Toscana. In una vasca dell’Acquario di Livorno è stata infatti installata una rete costituita da una bioplastica – in grado di degradarsi in acqua salata – che verrà utilizzata per realizzare impianti di riforestazione della Posidonia oceanica, una pianta essenziale per l’ossigenazione dell’ecosistema marino.

Il risultato deriva da una collaborazione congiunta tra A.S.A. SpA (Azienda Servizi Ambientali SpA), il Dipartimento di Ingegneria civile e industriale dell’Università di Pisa (DICI), Francesco Cinelli, già docente di Ecologia Marina e Scienza Subacquea all’Università di Pisa, BioISPRA, l’Acquario di Livorno e l’azienda tessile Coatyarn Srl.

“I supporti proposti per la riforestazione dei fondali – spiega Maurizia Seggiani, docente di Fondamenti chimici delle tecnologie al DICI dell’ateneo pisano – hanno un grande impatto ambientale, perché costituiti da reti di ferro rivestite con monofilamenti di polipropilene che causano la dispersione in mare di microplastiche e la morte delle specie marine che vi rimangono intrappolate. Il nostro gruppo di ricerca ha individuato e testato una bioplastica, il PBSA (polibutilene succinato-co-adipato), usato in diverse applicazioni in sostituzione di plastiche tradizionali ma mai fino ad ora per applicazioni di restauro marino. Dal PBSA è stata ricavata una rete con proprietà meccaniche adeguate a contenere le talee di piccole piante di Posidonia, e in grado di biodegradarsi in un paio d’anni, il tempo necessario alla pianta per mettere radici”.

La rete per la messa a terra delle piante è stata realizzata grazie alla collaborazione con Coatyarn Srl, azienda leader nel settore tessile specializzata nella produzione di filati rivestiti ad alto contenuto tecnologico, e il primo prototipo è stato posato all’acquario di Livorno assieme ad alcune talee di Posidonia per verificarne l’efficacia nel trattenere le piantine al suolo per il tempo necessario al loro radicamento.

Il prossimo passo, previsto per la primavera 2022, sarà un test in mare aperto, in prossimità dell’Isola D’Elba, dove le praterie di Posidonia sono minacciate dagli impianti di dissalazione del mare a osmosi inversa, che rilasciano acqua ipersalina mal tollerata dalla pianta, rendendo necessarie operazioni di trapianto.

“Le potenzialità di impiego delle reti in bioplastica sono molto ampie – aggiunge Maurizia Seggiani – per esempio nell’itticoltura, o nei cosiddetti “orti marini. Inoltre, le reti possono anche essere usate sulla terraferma, per esempio per consolidare frane e scarpate con un materiale in grado di biodegradarsi in quell’ambiente una volta che ha svolto la sua funzione”.

Facile il riferimento all’altra attualissima emergenza in campo ittico che, sempre più, si sta convertendo ad una nuova filiera di reti in bioplastica.

Reti, strumenti per la pesca e retine per l’allevamento di cozze costituiscono infatti il 27% dei rifiuti plastici delle spiagge europee e, dati alla mano, sono circa 11 mila le tonnellate all’anno di rifiuti che vengono dispersi in mare. Ecco che, anche in questo settore, le specifiche reti in bioplastica biodegradabili sembrano essere la soluzione per salvaguardare i fondali marini del nostro paese.

In attesa che la buona prassi si diffonda, i miticoltori delle coste liguri e pugliesi hanno già strizzato l’occhio all’innovazione e sposato questa causa. Del resto, tutti noi siamo chiamati a fare la nostra parte.