RIFIUTI, CHE PROBLEMA!

Lo smaltimento dell’immondizia nel nostro Paese rimane una annosa questione. Si tenta di porre rimedio, ma l’effetto Nimby è sempre in agguato.

AMBIENTE
Domenico Aloia
RIFIUTI, CHE PROBLEMA!

Lo smaltimento dell’immondizia nel nostro Paese rimane una annosa questione. Si tenta di porre rimedio, ma l’effetto Nimby è sempre in agguato.

Il problema dello smaltimento dei rifiuti urbani nel nostro Paese come in altri è molto sentito sia dalla popolazione che dalle amministrazioni. A causa di problematiche gestionali e impiantistiche, o a volte come raccontano le cronache anche di infiltrazioni criminali, oltre al fatto non secondario di ritenere il conferimento in discarica l’unica via d’uscita non si riesce a chiudere adeguatamente il ciclo e si ricorre a soluzioni “tampone” come ad esempio l’invio in regioni diverse da quelle di produzione o addirittura la cessione dei rifiuti all’estero. Infatti circa 581 mila tonnellate dei circa 30 milioni di rifiuti annui prodotti nel nostro paese vengono inviate all’estero dove diventano energia, come nel caso di Vienna.

Un caso paradigmatico di quanto in alcune realtà urbane d’Italia, la gestione dei rifiuti abbia ormai raggiunto un livello preoccupante e sia fuori controllo. A Roma ad esempio, dove da tempo il problema presenta non poche criticità, l’attuale l’amministrazione comunale sembra decisa a realizzare un termovalorizzatore. Troppo spesso infatti le immagini della Capitale con i cassonetti stracolmi di rifiuti abbandonati per strada, la presenza di cinghiali che si aggirano per la città attirati dai rifiuti stessi, sono ormai sotto gli occhi di tutti. Una situazione che si aggravata negli anni per l’elevata produzione di rifiuti, (oltre 2 milioni di tonnellate annue), bassa percentuale della raccolta differenziata che si aggira intorno al 43,8% (dati Ispra 2019), problemi legati all’azienda municipalizzata deputata al ciclo degli stessi e la chiusura ormai da quasi un decennio della discarica di Malagrotta.

Premesse che hanno indotto il Sindaco, Roberto Gualtieri, a prendere la decisone di dotare la città di un termovalorizzatore e far si che il ciclo si possa chiudere all’interno dei confini comunali. A questo proposito, abbiamo intervistato Monica Tommasi, Presidente dell’associazione ambientalista, Amici della Terra e firmataria del comitato “Daje” costituito da cittadini convinti che termovalorizzazione possa rappresentare una delle strade per cercare di risolvere il problema dei rifiuti a Roma.

Lei è nel Comitato a titolo personale o a nome di Amici della Terra, associazione ambientalista di cui è Presidente?

Dopo la chiusura della discarica di Malagrotta tutte le amministrazioni che si sono susseguite hanno affrontato il problema dei rifiuti esportandoli e riempiendo discariche di altre province, vedi ad esempio la discarica di Roccasecca a Frosinone, e di altre regioni. Stiamo parlando di Roma, capitale e anche città metropolitana di oltre 4 milioni di abitanti con una produzione annua di rifiuti di oltre 2 milioni di tonnellate e una produzione di indifferenziato di circa 700.000 tonnellate.

Il Sindaco da l nostro punto di vista ha preso una posizione molto coraggiosa e per questo abbiamo costituito il comitato “Daje” a favore del termovalorizzatore. Siamo un gruppo aperto, senza affiliazioni ideologiche, né aspirazioni movimentiste e le persone che aderiscono al comitato lo fanno a titolo personale.

Quali sono le motivazioni che vi hanno spinto a sostenere questa scelta?

L’obiettivo è quello di appoggiare l’Amministrazione nel dotare la Capitale di una tecnologia waste to energy che chiuda il ciclo dei rifiuti. Ci siamo semplicemente uniti perché convinti che per la pulizia e il decoro di Roma sia giunta l’ora di superare l’idea di ambientalismo fatto soltanto di atteggiamenti chiusi e in fuga dalla realtà.

Quali azioni intendete portare avanti, pensate di collaborare con il Comune?

Quello che vogliamo fare è appoggiare questa decisione con iniziative e incontri per contribuire ad aiutare la cittadinanza a maturare una nuova consapevolezza sulla necessità di questo tipo di impianti e sulla necessità di costruirli nella città metropolitana.

Avete avuto occasioni di dialogo con comitati contrari all’iniziativa?

Abbiamo partecipato ad un primo appuntamento che c’è stato a Testaccio e siamo stati ad ascoltare le ragioni del NO. Cerchiamo di partecipare il più possibile alle iniziative contro l’inceneritore e se ci chiedono di parlare lo facciamo con piacere perché siamo pronti a spiegare le ragioni del SI. In questo momento ci sono molte occasioni di dialogo anche tramite i canali social.

Lei è un’ingegnera, a fronte della sua esperienza professionale quali ritiene possano essere i vantaggi della termovalorizzazione rispetto al semplice conferimento dei rifiuti in discarica? Ritiene che la realizzazione del termovalorizzatore sia l’unica soluzione per risolvere l’annoso problema dello smaltimento dei rifiuti?

A Roma è stata portata avanti una scelta dal sindaco Gualtieri. Ormai è noto che compromettere il territorio con le discariche sia un danno, un elevato danno ambientale. Infatti, le discariche sono tra i più importanti produttori di gas a effetto serra, emettono sostanze tossiche nel suolo nelle acque e nell’aria sia quando sono in esercizio sia per diversi secoli dopo la chiusura, per questo nella gerarchia dei rifiuti sono poste alla fine e per questo il “Pacchetto Economia Circolare”, approvato dal Parlamento Europeo e in via di recepimento da parte degli Stati membri, stabilisce gli obiettivi minimi di smaltimento in discarica al 10%. La stessa gerarchia dei rifiuti prevede il recupero energetico della materia. E una città con una popolazione di oltre 4 milioni di abitanti e oltre 30 milioni di presenze turistiche all’anno deve disporre di un termovalorizzatore per gestire i propri rifiuti indifferenziati e gli scarti delle raccolte differenziate. Dopo la chiusura della discarica di Malagrotta le amministrazioni che si sono succedute hanno preferito rinviare ogni decisione per la costruzione di impianti e inviare i rifiuti in altre regioni o nazioni.

Nel Nord Europa, penso a Copenhagen, già da tempo è in funzione un impianto all’avanguardia per la valorizzazione energetica dei rifiuti, tra l’altro a basso impatto ambientale. Ritiene che anche nella Capitale si possa replicare la medesima esperienza o purtroppo, pur di portare avanti l’opera nei termini previsti dal Sindaco come spesso accade, sarà necessaria un’attività di mediazione tra il comune, la cittadinanza e i comitati?

A parte la pista da sci che a Roma non vedo molto bene, l’inceneritore di Copenaghen e gli inceneritori che vengono costruiti in Europa (e quindi anche in Italia), hanno gli stessi standard.  L’impianto danese o l’impianto di Acerra o quello di Parma rappresentano lo standard di un settore che già da 20 anni è regolato con i più severi regolamenti europei per il controllo dell’impatto ambientale. I limiti di emissione per gli inquinanti in aria e in acqua per i termovalorizzatori sono infatti i più ambiziosi tra tutti i tipi di impianti industriali e lo saranno ancora di più con la recentissima adozione di un nuovo set di regole, le cosiddette BAT Conclusions, per l’incenerimento dei rifiuti. A Roma si potrebbe pensare ad un concorso di idee per il termovalorizzatore, non per sciare come a Copenhagen, ma per recuperare il decoro e la qualità ambientale della Città.

Ritiene che i circa cinque anni preventivati dall’ amministrazione comunale capitolina per la realizzazione dell’opera sia un tempo congruo?

Assolutamente sì, se ci sarà la volontà politica. Per la sola costruzione di un inceneritore bastano due anni.

Nella realizzazioni di progetti del genere, anche la comunicazione gioca la sua parte. Non pensa che l’utilizzo di terminologie quali “inceneritore” o simili possa indurre in difficoltà in particolare i cittadini e che sia necessario informare doverosamente?

Sicuramente dobbiamo informare i cittadini però non possiamo prenderci in giro. La parola “termovalorizzatore” è quella più esatta rispetto ad inceneritore perché ormai non si brucia solo il rifiuto ma si recupera calore e si produce elettricità. Questa parola è entrata nella terminologia ma non per questo vogliamo sfuggire al confronto. Questi impianti non si costruiscono con l’obiettivo di produrre energia elettrica o calore, ma per ridurre il volume dei rifiuti che altrimenti andrebbero in discarica o su camion a bruciare in altri impianti a prezzi elevatissimi e ormai insostenibili per i romani.