SALUTE DEL CUORE: QUANDO IL NEMICO SI CHIAMA COVID-19

MARCO ROSSI:

SALUTE
Francesca Franceschi
SALUTE DEL CUORE: QUANDO IL NEMICO SI CHIAMA COVID-19

MARCO ROSSI:

Ansia e smarrimento, ma anche rinuncia alle consuete abitudini, preoccupazione, paura, sono alla base dello stress che più o meno tutti stiamo vivendo nella seconda ondata pandemica dell’epidemia da Covid-19. Tutto questo quanto può incidere sulla salute del cuore?

Lo chiediamo al professor Marco Rossi, cardiologo e docente dell’università di Pisa, con alle spalle una intensa attività di ricerca clinica nell’ambito delle malattie cardiovascolari, che lo ha portato a riconoscimenti internazionali, tra cui la presidenza della ESM, la società scientifica europea che riunisce i massimi esperti nello studio dei meccanismi che sono alla base delle malattie cardiovascolari.

“Lo stress è una condizione di tensione nervosa protratta, di logorio, di esasperazione, spesso accompagnata da ansia, in risposta a situazioni avverse che si prolungano nel tempo. A questa condizione la medicina riconosce da tempo il ruolo di importante fattore di rischio per la salute cardiovascolare. Lo stress è un nemico del nostro organo vitale per eccellenza perché in tale condizione la parte meno evoluta del nostro cervello (il diencefalo) invia al cuore e ai vasi sanguigni stimoli eccitatori in eccesso rispetto al normale. Il protrarsi di questa eccessiva stimolazione può avere effetti sfavorevoli. La pressione arteriosa tenderà ad innalzarsi superando in soggetti predisposti i valori normali. Se il soggetto ha una ipertensione arteriosa trattata con successo con farmaci appropriati, la sua pressione arteriosa potrebbe di nuovo superare i valori normali, rendendo necessario intensificar la terapia antipertensiva. L’eccitazione cardiaca dovuta allo stress può favorire un’accelerazione del battito cardiaco ed in soggetti predisposti la comparsa di extrasistoli o altre anomalie del ritmo cardiaco. Se il soggetto soffre già di un’aritmia cardiaca, questa potrebbe peggiorare. Per il superlavoro cardiaco protratto dovuto allo stress prolungato potrebbero peggiorare condizioni di scompenso cardiaco o di insufficienza coronarica con la possibile comparsa di angina o di infarto”

 

Quali consigli può dare per proteggersi dagli effetti sfavorevoli dello stress sul cuore durante questa seconda ondata dell’epidemia da Covid-19?

“Il consiglio è di fare del nostro meglio per allentare lo stress. Non seguire troppo e compulsivamente le notizie sul coronavirus, fare nel tempo libero cose rilassanti, dedicarsi a propri hobbies o scoprirne di nuovi, mantenere rapporti sociali con amici ed amiche, sia in presenza all’aperto e, qualora questo non sia possibile per le restrizioni dovute al contenimento dell’epidemia, anche telefonicamente o tramite i social. Noi siamo individui sociali ed è dimostrato che la privazione della nostra socialità è un fattore di rischio cardiovascolare. Un altro consiglio è quello di fare un po’ di esercizio fisico per quello che è possibile, anzi, se è possibile, farne più del solito. Adattare la propria alimentazione al movimento che stiamo facendo, riducendola se siamo costretti a farne di meno. Controllare se si è ipertesi la pressione arteriosa con più frequenza e ogni tanto, almeno negli over cinquanta, anche se non si è ipertesi. E, se si vive in coppia, cercare la maggiore armonia possibile, nel rispetto dei propri spazi, con moglie, marito, compagna, compagno, dedicando qualche momento in più alla relazione che è fatta di dialogo, di condivisione, di carezze, di intimità, a tutto vantaggio, come dimostrano anche gli studi scientifici, della salute anche del cuore”

Si è sentito molto parlare, nella prima ondata dell’epidemia da coronavirus, di persone colpite dall’infezione che presentavano anche gravi problematiche cardiache e vascolari. Può spiegarci quale può essere l’impegno cardiovascolare in pazienti colpiti da Covid-19?

“Prima di rispondere a questa domanda occorre fare una premessa. La porta che utilizza il coronavirus per entrare all’interno dell’organismo e provocare l’infezione è costituta da particolari recettori chiamati ACE-2, che si trovano sulla superficie delle mucose respiratorie e delle cellule polmonari. Il Covid-19 ha sulla sua superficie delle estroflessioni, una specie di “ganci”, dotati di particolare affinità per i recettori ACE-2. È proprio legandosi ad essi che il virus infetta le cellule dell’organismo umano. Ecco spiegato perché l’infezione si concentra principalmente a livello delle vie respiratorie e dei polmoni, dando bronchite e polmonite. Ma l’infezione può colpire anche il cuore perché anche il cuore è dotato di recettori ACE-2”

In questo caso che cosa avviene?

“Quando il coronavirus entra nelle cellule cardiache si viene a determinare una condizione infiammatoria del cuore che noi chiamiamo genericamente miocardite. In questa grave patologia si riduce la capacità di contrarsi della muscolatura cardiaca ed il paziente va rapidamente incontro a scompenso cardiaco, con sintomi come affanno, aumento del battito cardiaco e talora pericolose aritmie. Questa però è una complicazione, per fortuna, rara dell’infezione di cui stiamo parlando. Il più delle volte l’impegno cardiovascolare nei pazienti con malattia da coronavirus riconosce un altro meccanismo legato al virare dell’infezione da un livello di gravità, che potremmo chiamare simil-influenzale, ad una gravità assai maggiore”

Di quale meccanismo si tratta?

“Nel passaggio dallo stadio lieve a quello più grave dell’infezione, come pure durante l’intero decorso di questa seconda fase, le cellule dell’organismo impegnate nella eliminazione del virus liberano dai loro depositi grandi quantità sostanze infiammatorie. L’aumento di tali sostanze nel sangue causa l’intenso stato infiammatorio che caratterizza questa fase della malattia, con conseguente aggravamento delle condizioni generali del paziente e peggioramento dell’impegno polmonare. Ma vi è un’altra possibile conseguenza di questo stato iperinfiammatorio: lo spostamento della bilancia coagulativa del sangue verso l’ipercoagulazione con tendenza alla trombosi arteriosa o venosa, alla formazione cioè di coaguli di sangue all’interno dei vasi sanguigni, che ne ostruiscono il lume. Se ad essere colpite dalla trombosi sono le arterie coronariche (le arterie cioè che riforniscono di sangue il muscolo cardiaco) le conseguenze per il cuore sono molto gravi, venendosi a creare una condizione di deficit di nutrizione sanguigna della muscolatura cardiaca che può portare all’infarto. Un’altra grave complicanza dello squilibrio emocoagulativo può essere lo sviluppo di trombosi nelle vene periferiche con distacco di frammenti del coagulo ed embolia polmonare. Una condizione, quest’ultima, che aggrava le già compromesse condizioni respiratorie del paziente ed impegna ulteriormente il cuore”

Vi sono terapie che possono prevenire queste gravi complicanze cardiache?

“Prima di tutto si tratta di prevenire il passaggio dalla fase uno alla fase due della malattia. La precoce somministrazione di farmaci cortisonici si è dimostrata in molti casi efficace a questo scopo. La terapia che si è dimostrata utile per prevenire le complicanze trombo-emboliche legate allo squilibrio emocoagulativo presente nella fase due della malattia si basa sulla somministrazione sottocute di dosi anticoagulanti di eparina a basso peso molecolare”

C’è qualcosa che questa grave infezione ha insegnato ai cardiologi?

“Al di là delle non trascurabili implicazioni cardiologiche dell’epidemia da coronavirus, l’emergenza che abbiamo vissuto ha costituito l’occasione per riflettere sull’importanza delle patologie infettive respiratorie nel contesto della Cardiologia. È probabile che sempre più spesso il cardiologo dovrà gestire, soprattutto in reparti UTIC, pazienti con infezioni gravi da virus respiratori o batteri resistenti agli antibiotici tradizionali. È necessario che la cultura della prevenzione, che è fortemente radicata nel cardiologo nei confronti dei fattori di rischio cardiovascolare, cresca anche nell’ambito infettivologico che oggi non possiamo più ignorare”

Come questa maggiore consapevolezza può tradursi nell’operato del cardiologo?

“Può tradursi nel mettere in atto sempre più diffusamente quello che già dicono le linee-guida emanate dalla Società Europea di Cardiologia (ESC) nel 2019. Queste linee-guida indicano la vaccinazione anti-influenzale annuale nei pazienti con pregresso infarto e in quelli con scompenso cardiaco come una raccomandazione di classe I. In attesa che arrivi, come tutto fa sperare, il vaccino contro il Covid-19, è oggi ancora più importante vaccinare contro la normale influenza le persone con cardiopatia ed anche sottoporle a vaccinazione contro la polmonite da pneumococco. Ma altrettanto importante, come è stato sottolineato in un recente editoriale uscito sull’America College of Cardiology, è anche la vaccinazione anti-influenzale dei cardiologi e del personale assistenziale che opera nei reparti di Cardiologia e UTIC. Mentre ancora oggi la copertura vaccinale stagionale anti-influenzale del personale sanitario a livello nazionale è intorno al 30%, arrivando al massimo al 40%. E ancora più bassa è quella del personale infermieristico rispetto a quello medico. La vaccinazione anti-influenzale in questo caso non costituisce soltanto una protezione individuale, ma anche e soprattutto una misura di protezione nei confronti dei pazienti ricoverati per patologie cardiache acute nei quali l’influenza stagionale può più facilmente complicarsi con bronchite e polmonite dalle conseguenze molto gravi”

Ci sono altre misure pratiche da tener presenti?

“L’altra misura della quale, oltre all’uso della mascherina, si è parlato moltissimo in questi mesi è quella dell’igiene delle mani. Il lavaggio delle mani con acqua e sapone e la frizione con gel idroalcolico sono ritenuti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) le misure più efficaci per la prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza e dell’antimicrobico-resistenza. Questa misura è pertanto importantissima non solo nella prevenzione dell’infezione da Covid-19 ma anche in quella delle infezioni in generale, nei pazienti cardiopatici e non solo”