Seaspiracy, la pesca è industria

Il documentario che ha raccontato le criticità della pesca industriale al pubblico di tutto il mondo. Un singolo esemplare può superare i 3 milioni di dollari.

AMBIENTE
Alessio Mariani
Seaspiracy, la pesca è industria

Il documentario che ha raccontato le criticità della pesca industriale al pubblico di tutto il mondo. Un singolo esemplare può superare i 3 milioni di dollari.

Ali visita un grande porto giapponese, poco lontano dalla baia di Taiji. I pescherecci scaricano il tonno del Pacifico. Al mercato di Tokyo, un singolo esemplare può superare i tre milioni di dollari. Ma è attorno agli squali che le cose diventano più difficili. Un operaio taglia le pinne, il resto non ha mercato. E dal grande porto giapponese ai negozietti di Hong Kong, con gli squali, la reazione è sempre la stessa, «spegni la telecamera, chiudi forza, chiudila!». E così, dal 1970 a oggi, tanto le popolazioni di tonno del Pacifico, quanto quelle di numerose specie di squali, hanno conosciuto declini drammatici, per oltre l’80 o il 90%.

Come racconta proprio Ali Tabrizi, l’autore di Seaspiracy (2021). Il documentario prodotto da Aum Films, e condotto al successo mondiale dalla distribuzione Netflix. Risvegliando la partecipazione del pubblico, alla situazione ecologica di acque tanto cattive che rischiavano di finire per scontate ma anche al fascino immortale di quel mondo lontano e vicino, immenso e blu.

La pinna da seguire

La prima pinna da seguire è poetica e iconica. Una pinna che stabilizza, assiste il cambio di direzione, evita il ribaltamento. La pinna dorsale. Perché gli squali soffrono molto. Paul de Gelder era un militare delle forze speciali australiane, quando è rimasto mutilato nel corso di un’esercitazione, a causa dell’attacco di un leuca; il che paradossalmente lo ha portato a studiare questi pesci e all’impegno per difenderli. In breve, nell’intreccio di relazioni ecosistemiche, la scomparsa dei predatori apicali destabilizza tutto. Quando gli squali mancano di controllare il secondo livello della catena alimentare, questo prolifera troppo e preda eccessivamente il terzo livello. Dopo di che il terzo livello decade e il secondo finisce alla fame. Una dinamica discendente, lungo tutti i livelli della catena.

Purtroppo proteggere gli squali è difficile, specialmente a causa delle catture accidentali. La metà degli squali viene catturata per errore. E quando i pescatori li liberano, ormai è troppo tardi. Del resto, circa il 40% del pescato è senza valore economico e torna in acqua. Spesso morto.

Pescato certificato

Nel mondo navigano oltre quattro milioni e seicentomila barche da pesca. Un’attività davvero difficile da controllare. Tuttavia molte persone rimangono interessate alla sostenibilità del pesce che comprano. In particolare biasimano la cattura accidentale di cetacei, come delfini e balene. Ciò ha favorito gli organismi di certificazione indipendenti. Ali Tabrizi ha scelto di sostenere vigorosamente le accuse dell’Ong Sea Shepherd e diversi attivisti contro il sistema di certificazioni. L’Earth Island Institute ha rilasciato un’intervista, riguardo alla certificazione del Tonno Salva Delfino. E Mark J. Palmer ha potuto difendere il merito di una garanzia relativa. Sebbene limitata, «quando sei nell’oceano chissà cosa fai. Abbiamo degli osservatori ma esiste la corruzione». Il Marine Stewardship Council invece ha negato l’intervista, rispondendo in seguito alle critiche. Mentre Seaspiracy sottolinea come i guadagni degli organismi di certificazione dipendano proprio dalla concessione del marchio all’industria della pesca, gli osservatori non salgano a bordo con regolarità e i capitani possano facilmente recuperare cetacei morti e autocertificare il contrario. Intanto la pesca commerciale uccide 300.000 cetacei ogni anno.

La balena nella stanza

Un altro conflitto di interessi riguarda plastica e microplastica. Il tema dei rifiuti plastici in mare è molto popolare. Eppure, secondo Seaspiracy, la percezione è distorta. Nell’isola di plastica del Pacifico, oltre la metà dei rifiuti dipende dalla pesca. Rifiuti che continuano a uccidere anche quando vengono persi o abbandonati. Eppure la lotta contro la plastica punta le cannucce. E perfino la Plastic Pollution Coalition, nata per combattere la plastica in mare, ignora le reti. Le interviste nella loro sede incuriosiscono. Jackie Nunez finisce per suggerire una rotta possibile, «eliminare o ridurre nettamente il consumo di pesce». Ma quando l’idea viene riportata alla direttrice Dianna Cohen, «Dire ai consumatori di mangiare meno pesce? Non è il mio campo. Non me ne occupo. Lo sento ora. Non ho tempo, abbiamo un incontro. potete spegnere le telecamere?». La Plastic Pollution Coalition fa capo all’Earth Island Institute, proprio come il Tonno Salva Delfino.

Intanto, è possibile stimare che i pescherecci degli Stati Uniti uccidano 250.000 tartarughe ogni anno. Contro mille vittime globali della plastica alla deriva. E diverse organizzazioni ambientaliste paiono timide, all’idea di suggerire una riduzione del consumo di pesce.

Pesca industriale

Ormai la piccola pesca è marginale, partecipando poco a un pescato globale di oltre ottanta milioni di tonnellate. Lo sviluppo tecnologico ha trasformato la pesca in un’industria, capace di sfruttamento insostenibile. C’è il rischio che molte aree marine vengano sfruttate fino a quando sarà conveniente pescare. Allora l’industria sposterà l’investimento altrove, molti pescatori saranno disoccupati e popolazioni intere pagheranno le conseguenze di un ecosistema devastato, sempre meno capace di trattenere l’anidride carbonica. Mentre l’itticoltura resta pesca mascherata, il mangime viene dal pesce selvatico e supera in peso il prodotto finale. Anche perché dopo una vita sovraffollata, trascorsa a nuotare nei propri liquami  – che finiscono in mare – molti pesci muoiono prima di finire in tavola.

Acque note da tempo, a prescindere dalle diverse stime sulla durata degli stock. Semplicemente, Ali Tabrizi è riuscito raccontare la tendenza delle cose al pubblico più largo mai raggiunto, sottolineando come alcune questioni, pur gravi, rischino di distrarre l’attenzione dal problema fondamentale. Perfino il disastro petrolifero della Deepwater Horizon nel Golto del Messico, sospendendo la pesca ha beneficiato la fauna marina. Nel 1970, ogni barca catturava da una a due tonnellate di halibut. Oggi due tonnellate sono il pescato globale della specie.

Pescatori schiavi

Purtroppo Seaspiracy è anche una storia di violenza e neocolonialismo. In Papua Nuova Guinea, diciotto osservatori sono scoparsi in mare, dopo essere partiti con i pescherecci. Nell’Africa Occidentale flotte europee tecnologiche e sovvenzionate, costringono i pescatori locali a rischiare sempre più a largo se vogliono prendere qualcosa, con le loro canoe. Quando i documentaristi filmano i controlli di Sea Shepherd e della guardia costiera liberiana, un peschereccio cinese entra addirittura nelle acque territoriali, illegalmente.

Ma uno dei casi peggiori è quello della Tailandia, dove Ali Tabrizi visita una casa protetta. E gli schiavi liberati da botte e minacce raccontano, «nessuno poteva scendere dalla nave, c’erano guardie a tenerci d’occhio», «quando le navi sono in mezzo all’oceano, dove ci sono problemi, possono gettarti in mare, possono dire alle autorità che non stavi bene e sei caduto in mare».

Grindadráp

L’ultima tappa è alle Fær Øer, dove il Grindadráp è la pesca tradizionale dei cetacei. Spinti a riva, verso una baia che diventa color sangue. Periodicamente, le immagini indignano il mondo. Tuttavia le specie catturate non sono a rischio. E questi balenieri raccontano la loro pesca senza ipocrisia. Un modo di vivere e di mangiare a chilometro zero, lontano da allevamenti intensivi, logiche economiche o sovrasfruttamento. Che obbliga alla scelta consapevole, anziché nascondere la realtà insostenibile dell’industria ittica dietro l’acquisto asettico da supermercato.

La proposta di Seaspiracy

Karmenu Vella è stato commissario europeo per la pesca e ha proposto un’ottima metafora di sostenibilità ittica, «finché si limita a incassare gli interessi e spenderli, senza toccare il capitale, ha un esempio di sfruttamento sostenibile. Se invece preleva parte del capitale, entra in un ciclo di non sostenibilità». In mare, significa evitare di pescare più pesci di quanti non divengano adulti.

A livello globale, i decenni trascorsi alla ricerca di una pesca sostenibile con tanto di certificazioni terze hanno fallito, nella tragedia dei beni comuni. Nonostante, l’impegno virtuoso di molti piccoli pescatori. Così la proposta finale di seaspiracy è radicale o forse provocatoria, smettere di mangiare pesce. Almeno fino a quando una percentuale significativa delle acque non diventerà area protetta, la pesca industriale non verrà efficacemente regolamentata e privata dei sussidi pubblici.