SGUARDO AL SUOLO, CON INTELLIGENZA

Sulle terre emerse, il suolo è la base della vita. Paolo Pileri racconta L’intelligenza del suolo.

AMBIENTE
Alessio Mariani
SGUARDO AL SUOLO, CON INTELLIGENZA

Sulle terre emerse, il suolo è la base della vita. Paolo Pileri racconta L’intelligenza del suolo.

Lungo la linea del raggio terrestre e migliaia di chilometri bui, il suolo distingue l’inizio della vita. Una cucchiaiata di suolo boschivo cattura nove o dieci miliardi tra batteri, funghi, protozoi con moltissime altre creature. In un ettaro dei climi temperati, gli esseri del suolo possono raggiungere quindici tonnellate di peso, bilanciando venti mucche al pascolo sopra. Immagine evocativa dell’unità della vita, preparata attraverso epoche remote.

Con l’acqua che corrose i graniti, il gelo che frantumò le rocce, i licheni dalle secrezioni acide, i corpi morti delle prime specie in arrivo dal mare. Milioni di anni, verso l’attuale spessore fertile, esteso da settanta a duecento centimetri. E il ruolo decisivo dei primi tenta perché la vita terrestre mangi, beva, respiri.

Così se l’ecosistema a grani fini viene dato per scontato. Paolo Pileri ha ragione di raccontare L’Intelligenza del suolo (Altra Economia, 2022). Tra saggezza biologica sempre all’opera e comprensione umana da migliorare. Perché lo spessore della nostra vita non evochi il raggio terrestre ma «lo zucchero a velo sul pandoro».

Tessitura, architettura e struttura

Prima di tutto, osserviamo la tessitura del suolo. Ovvero il rapporto percentuale tra le dimensioni dei grani. La sabbia misura da 2 a 0.5mm. Il limo, da 0.5 a 0.02mm. Mentre l’argilla definisce le particelle ancora più piccole. Una questione importante.

Ad esempio, nel caso dei suoli franchi o di medio impasto: la sabbia tra il 35 e il 55% garantisce ossigenazione, circolazione idrica, penetrabilità alle radici; mentre l’argilla tra il 10 e il 25% trattiene abbastanza umidità e nutrienti. Il caso di una buona terra da coltivare. Quanto ai sassetti più grandi, l’agricoltura non ama superino il 5% in peso.

L’architettura invece racconta la storia, nella disposizione verticale di strati. Sempre, i primi cinque o dieci centimetri a contatto con la superficie formano il top soil, il livello più fertile dell’humus. In profondità, la terra diventa più compatta, l’aria e la materia organica diminuiscono. Verso il livello dei batteri anaerobici che disgregano i composti ammoniacali, offrendo azoto alle piante.

Ultima, la struttura descrive l’aggregazione visibile. Tra le più comuni, granulare, lamellare, a blocchi. Influenzando temperatura, umidità, aerazione, permeabilità.

Acqua e carbonio

Quando piove l’acqua penetra verso il basso, attraversando forze elettriche, di coesione, gravitazionali, viscosità, attrazione e adesione. Così una parte raggiunge la falda acquifera profonda, mentre altre molecole rimangono tra i pori.

L’acqua intrappolata forma il potenziale idrico del suolo. Mentre le piante sperano che l’equilibrio di forze permanga tra la capacità di campo e il punto di appassimento. Ovvero che l’acqua resti intrappolata ma non troppo, in modo che le radici riescano a succhiarla. A differenza di quanto accade in certi suoli argillosi, ricchi ma avari. Mentre la discese lenta verso le falde depura l’acqua che non può essere trattenuta.

Il carbonio è l’elemento base della materia organica. E prima o poi, i corpi viventi cadono, rendendo il proprio carbonio, assieme a molte altre sostanze che il metabolismo delle creature del suolo trasforma in elementi utili per le radici. In questo modo la fertilità e l’humus sono capaci di rigenerarsi. La vita terrestre è questo ciclo.

Tuttavia, il carbonio è tanto richiesto che una volta nel suolo, difficilmente ne esce. A livello globale, il primo metro contiene oltre quattro volte più carbonio di tutte le foreste. Pertanto il suolo partecipa alla regolazione del clima e mitiga il riscaldamento climatico, impedendo al carbonio stoccato (C) di combinarsi con l’ossigeno (O), in anidride carbonica (Co2). Un regolatore climatico, tanto ignorato quanto cruciale. Che funziona, bene inteso, finché il suolo è vivo.

Biodiversità

Sotto terra, la biodiversità sconcerta. Il Living planet Index esclude i suoli, tanto questo ecosistema rimane sconosciuto e incalcolabile. Soltanto, è possibile stimare come questa biodiversità microscopica superi il 25% di quella complessiva. In fondo la varietà di scarti che arriva a terra è grande, e molte specie devono cooperare, per trasformarla in quel che nutre la superficie.

Tra gli animali più grandi e iconici, il lombrico. Una creatura fondamentale per l’equilibrio sotterraneo, nel suo continuo scavare, fino venti centimetri di profondità, assicura il ricambio d’aria, mescola, concima. Poi i leggendari tardigradi. I numerosi nematoidi. E milioni di altri.

La rizosfera invece è l’area delle radici, dalle quali dipende la simbiosi vitale dei vegetali. Le radici offrono glucosio, in diversi scambi. Rizobatteri e funghi micorrizici offrono minerali. Le specie di batteri Pgpb offrono acqua, riuscendo a trovarla anche nei periodi di siccità.

Nel suolo sano quando una specie diminuisce di numero, aumenta l’attività delle altre. Una biodiversità elevata porta alle radici quel che serve anche nei momenti difficili. Tuttavia l’equilibrio è fragile. E sebbene sotto terra sia difficile calcolare il Living planet Index, con la siccità del 2018, l’Agenzia Europea dell’Ambiente ha riscontrato casi di moria degli invertebrati fino al 95%, notando anche il legame tra perdita di biodiversità nel suolo e crisi degli insetti impollinatori. Distruggere il ciclo di rigenerazione naturale per coltivare con fertilizzanti, insetticidi o diserbanti funziona a breve termine e paventa un futuro rischioso.

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Il suolo non è resiliente

Il concetto di servizio ecologico è antropocentrico ma esplicativo. In cooperazione con le piante, il suolo autorigenera, partecipa al ciclo del carbonio, nutre la vita terrestre, mette da parte l’acqua, fornisce materie prime, frena l’erosione, ospita la biodiversità.

Tuttavia il suolo degradato collabora assai meno. E, in ogni, caso rigenera in maniera lentissima, attorno ai due centimetri e mezzo in cinquecento anni. Il suolo non è resiliente, almeno in prospettiva temporale umana. È una risorsa non rinnovabile.

Pileri osserva quindi i fenomeni aggressivi con il suolo, erosione, impoverimento della percentuale organica, perdita di biodiversità, inquinamento, salinizzazione, compattazioni e frane. Prestando particolare attenzione al consumo di suolo che interrompe ogni servizio.

Consumo di suolo

Infatti, suoli hanno bisogno di aria e acqua per vivere. Così, il suolo può passare da naturale ad agricolo e vice versa, senza troppe difficoltà. Ma quando l’espansione urbana rimuove i primi centimetri e versa cemento, il suolo muore. E comincia a perdere il suo carbonio.

Senza che la superficie artificiale possa trovare un vero compenso in alberi piantati o nel suolo liberato altrove, perché le piante sequestrano poco carbonio rispetto alla terra fertile, mentre il suolo depavimentato è lentissimo a riprendere i suoi servizi. Purtroppo questo problema aggrava silenzioso, emergendo soltanto in occasione degli eventi meteorologici estremi, lontano dall’approfondimento necessario.

In ogni caso, la permeabilità dipende da molti fattori. Nella media dei suoli naturali, l’acqua piovana finisce intrappolata nella tessitura, sprofonda in falda, evapora e soltanto dieci millilitri su cento rimangono in superficie. Al contrario, più il suolo è impermeabile, più acqua resta fuori. Nella maggior parte delle nostre regioni, un ettaro sano trattiene gratuitamente almeno 3.75 milioni di litri. Un bella pioggia.

Invece, nelle aree urbane impermeabilizzate per oltre il 75%, almeno metà della pioggia scorre in superficie. Per questa ragione, opere costose devono convogliare l’acqua verso torrenti e fiumi. E una volta costruite le opere, è possibile valutare il costo di una buona gestione delle acque urbane in 6.500 euro di manutenzione annui per ettaro. Tutto ciò ricorda come alte percentuali di impermeabilizzazione siano rischiose per gli esseri umani. E poiché il territorio italiano è molto fragile, sorprende che la cementificazione superi la media europea addirittura del 44%. Impermeabilizzare troppo per incolpare la “casualità” sfortunata delle bombe d’acqua, conserva il problema.

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Suolo in comune

In Italia manca una legislazione nazionale sul consumo di suolo. Le regioni hanno normative poco efficaci. Mentre, i comuni continuano a prendere le proprie disposizioni urbanistiche in autonomia pressoché completa. Quando un comune modifica la destinazione d’uso del suolo in senso edificabile, ne accresce il valore economico. Una grossa rendita che la decisione politica crea ma non tassa, salvo pochi oneri. Così, la speculazione o “valorizzazione” edilizia trascina il consumo. Ogni dieci comuni italiani, sette ospitano meno di 5000 abitanti. Un quadro troppo frammentato e amicale, per assicurare ovunque una buona capacità di gestione tecnica, come di resistenza ad allettamenti e pressioni verso tanto facili guadagni. Avvolte nella competizione con il municipio vicino.

Di contro, un’area edificabile può cambiare destinazione d’uso, soltanto con estrema difficoltà. Anche dopo molti anni senza costruzioni. Nei tribunali amministrativi, i proprietari fondiari sconfiggono regolarmente i sindaci virtuosi. Tanto che ormai, pochi tentano.

Riflessione terra, terra

In Francia e Germania, la competenza urbanistica spetta agli equivalenti delle province e delle regioni. In Italia, i comuni hanno valutato un “bisogno” di suolo edificato incredibilmente superiore alla media comunitaria. Con una forte propensione a costruire sulle pianure alluvionali, ottime per l’agricoltura e rischiose per i fiumi. L’Unione Europea ha stabilito l’obiettivo lontano del consumo netto pari a zero (consumo meno depavimentazione), entro il 2050. Una direzione assennata, quanto il cibo degli europei dipende da terreni oltre confine, per il 60%.

Evidente come il ritorno all’armonia con il suolo passi da un profondo intervento legislativo.

Del resto, nella riflessione di Johan Rockström, il suolo è uno dei nove confini del pianeta che segnano lo spazio sicuro per l’attività umana. Tuttavia se il senso comune riconosce giustamente il bosco quale ecosistema dal valore ambientale ed estetico, inorridendo all’idea della scure; il suolo viene preso per materia inerte e dato per scontato, trovando pochi difensori. Oltre le leggi, serve una nuova cultura del suolo quale ecosistema della terra emersa, affollatissimo di creature, base della vita.