Sotto l’asfalto, la città che respira

Perché sempre più città stanno togliendo cemento e bitume per difendersi dal caldo estremo

C’è una nuova immagine dell’adattamento climatico urbano: non una macchina, non una grande opera spettacolare, non una tecnologia invisibile. È un gesto quasi elementare: togliere asfalto. Si chiama depaving, o depavimentazione: rimuovere superfici impermeabili — asfalto, cemento, bitume — e restituire spazio a terra, alberi, piante, materiali drenanti, acqua, ombra. Sembra un’operazione semplice, quasi una sottrazione. In realtà è una piccola rivoluzione urbanistica: significa riconoscere che molte città, così come sono state costruite nel Novecento, trattengono troppo calore, respingono l’acqua, soffocano il suolo e rendono più dura la vita quotidiana durante le ondate di caldo. L’asfalto è una delle pelli più calde della città.

Le superfici scure e artificiali assorbono energia solare durante il giorno e la rilasciano lentamente, contribuendo all’effetto “isola di calore urbana”: quel fenomeno per cui le aree densamente costruite risultano più calde delle zone rurali o verdi circostanti. Copernicus ricorda che materiali come asfalto, cemento e mattoni assorbono e trattengono calore, mentre la vegetazione contribuisce a raffrescare l’aria; anche l’EPA descrive le isole di calore come aree urbanizzate più calde rispetto ai territori circostanti, soprattutto dove il costruito è concentrato e il verde è limitato. Negli ultimi anni, allora, alcune città hanno cominciato a fare il contrario di ciò che per decenni era sembrato sinonimo di modernità: invece di coprire, scoprono; invece di sigillare, riaprono; invece di accelerare lo scorrimento dell’acqua verso le fognature, cercano di farla infiltrare nel suolo. È come se la città, dopo avere costruito croste sempre più dure, si accorgesse di avere bisogno di respirare.

Il caso più noto è Parigi. Con il programma delle Cours Oasis, la capitale francese sta trasformando i cortili scolastici in isole di freschezza: meno asfalto, più suoli permeabili, vegetazione, ombra, spazi d’acqua e materiali più adatti alle alte temperature. La Ville de Paris descrive il progetto come una strategia basata su evapotranspirazione, vegetazione massiccia e suoli permeabili per contrastare il riscaldamento urbano; in un’altra pagina ufficiale parla esplicitamente di “débitumer”, cioè togliere bitume, e vegetalizzare i cortili di scuole, collegi e asili. Nell’estate 2025, secondo il Comune, 165 cortili Oasis erano accessibili e il totale sarebbe arrivato a 212 entro la fine dell’anno. La scelta delle scuole non è casuale. I cortili scolastici sono spesso grandi superfici minerali: piazzali duri, assolati, impermeabili. In estate diventano piastre calde; durante le piogge intense respingono l’acqua; nella vita quotidiana offrono poca ombra e poco contatto con il vivente. Trasformarli significa proteggere bambini e ragazzi, ma anche aprire piccoli rifugi climatici di quartiere.

L’Agenzia europea Climate- ADAPT presenta il programma parigino proprio come risposta alla vulnerabilità durante le ondate di calore, attraverso cortili scolastici trasformati in spazi verdi accessibili anche a gruppi vulnerabili. A Milano la depavimentazione è entrata nelle politiche di adattamento climatico. Il Comune la definisce “desigillatura del suolo” e la indica come una delle azioni più efficaci in ambito urbano, perché riduce il calore superficiale, diminuisce il deflusso dell’acqua piovana verso la rete di drenaggio e contribuisce a ridurre il risollevamento delle polveri sottili. Il programma milanese ha previsto interventi come Piazza Gobetti e via Salieri, con riduzione delle superfici asfaltate, aumento delle superfici drenanti, nuovi alberi e aiuole; nella riqualificazione di via Sacchini, legata alla “Scuola Oasi”, il Comune parla di una città che “respira” grazie alla rimozione dell’asfalto e alla capacità del suolo di assorbire acqua piovana e rinfrescare naturalmente l’aria. Anche altre città europee stanno sperimentando pratiche simili.

A Leuven, in Belgio, una task force per depavimentazione e greening urbano lavora con il Comune e l’Università per rimuovere superfici impermeabili, proteggere la città dagli effetti del cambiamento climatico e creare più spazio verde anche per chi non dispone di giardini o terrazze privati. L’idea è semplice e politica insieme: non basta avere parchi belli e lontani; bisogna distribuire il fresco, l’ombra e la permeabilità dentro la città vissuta ogni giorno. Barcellona, invece, ha costruito una rete di rifugi climatici, con scuole, biblioteche, parchi e altri spazi pubblici accessibili durante le ondate di calore. La Generalitat definisce i rifugi climatici come luoghi pubblici dove proteggersi in situazioni meteorologiche estreme; a Barcellona la rete comprende centinaia di spazi. Parallelamente, studi e progetti sui cortili scolastici indicano la sostituzione dell’asfalto con suoli permeabili come una delle misure per ridurre l’isola di calore e favorire l’infiltrazione dell’acqua. Il depaving non è soltanto una risposta al caldo.

È anche una risposta all’acqua. Le città contemporanee sono spesso troppo impermeabili: quando piove molto, l’acqua non entra nel terreno, ma corre via rapidamente, sovraccarica tombini e fognature, aumenta il rischio di allagamenti. Rimuovere asfalto significa restituire al suolo una funzione antica: assorbire, filtrare, trattenere, restituire lentamente. Non è un caso che molte politiche di depavimentazione siano legate ai sistemi di drenaggio urbano sostenibile, alle cosiddette città-spugna, ai rain garden, alle aree verdi capaci di accogliere l’acqua invece di respingerla. Ma c’è anche un altro aspetto, spesso meno evidente: una città meno rovente è anche una città che ha meno bisogno di raffrescarsi artificialmente.

Questo non significa negare il ruolo del condizionamento, indispensabile in molti contesti fragili — ospedali, RSA, abitazioni di persone vulnerabili, luoghi di lavoro. Significa però ricordare che l’adattamento non può ridursi a moltiplicare apparecchi di raffrescamento dentro edifici sempre più caldi e strade sempre più incandescenti. L’International Energy Agency sottolinea da anni che la domanda di elettricità per il raffrescamento è una delle grandi questioni dei sistemi energetici: condizionatori e ventilatori rappresentano una quota rilevante dei consumi elettrici negli edifici, e senza efficienza e soluzioni passive la domanda di energia per il raffrescamento è destinata a crescere molto. Qui il tema urbano incontra quello energetico. Una città che depavimenta, pianta alberi, crea ombra, riapre suolo, usa materiali più adatti al clima non è solo più bella o più verde. È una città che abbassa il fabbisogno di raffrescamento, riduce la pressione nelle giornate estreme, integra infrastrutture naturali e infrastrutture energetiche.

La transizione non passa soltanto dalle reti e dalle tecnologie, ma anche dal modo in cui disegniamo lo spazio pubblico. Ogni metro quadrato sottratto inutilmente all’asfalto può diventare una piccola infrastruttura climatica. Naturalmente, togliere asfalto non è una formula magica. Non basta rompere una superficie e piantare due arbusti. Il suolo va studiato, talvolta bonificato, liberato da sottoservizi, ripensato nel drenaggio, nella manutenzione, nella scelta delle specie. Un albero senza spazio radicale, senza acqua e senza cura non diventa rifugio climatico: diventa un arredo sofferente. Il depaving funziona quando è progettato come sistema: terra, ombra, acqua, biodiversità, uso sociale, manutenzione. Ed è qui che può aiutarci una parola antica: colere. In latino significa coltivare, abitare, avere cura, onorare. Dalla stessa radice vengono parole come cultura, coltivazione, culto. È una costellazione preziosa, perché ci ricorda che il rapporto con la terra non è mai solo tecnico.

Togliere asfalto, in fondo, significa tornare a una forma concreta di colere: riconoscere che il suolo non è una superficie muta da coprire, ma una presenza da abitare e custodire. I Romani conoscevano bene l’importanza dell’ombra, dell’acqua e dei luoghi freschi: portici, cortili, fontane, giardini, pergolati, viali alberati erano strumenti di vita quotidiana prima ancora che ornamenti. Virgilio, con il celebre “sub tegmine fagi”, sotto la copertura del faggio, apre un immaginario in cui l’ombra non è assenza di luce, ma condizione di riposo, pensiero, abitabilità. Certo, non dobbiamo trasformare gli antichi in urbanisti climatici contemporanei. Sarebbe anacronistico. Ma possiamo riconoscere nella tradizione una sapienza elementare: per vivere nei luoghi caldi, occorrono ombra, acqua, suolo vivo, soglie, ripari. La città del caldo estremo ci sta chiedendo di recuperare questa intelligenza. Non per nostalgia, ma per necessità. Le superfici minerali hanno reso le città più praticabili alle automobili, più facili da pulire, più durevoli per certi usi. Ma ora rivelano il loro costo climatico.

Un cortile d’asfalto, una piazza senza alberi, un parcheggio nero, un marciapiede rovente non sono semplici scelte estetiche: sono scelte che determinano il modo in cui i corpi vivono la città. Per questo il depaving ha anche una dimensione sociale. Non tutti possono fuggire dal caldo. Non tutti hanno una casa ben isolata, un condizionatore efficiente, un giardino privato, la possibilità di spostarsi verso luoghi più freschi. Il fresco urbano deve diventare una dotazione pubblica: scuole più verdi, piazze ombreggiate, fermate meno roventi, cortili aperti, strade scolastiche, spazi di prossimità. Il diritto all’ombra comincia spesso da un gesto molto materiale: rompere una crosta di asfalto. “Sotto i sampietrini, la spiaggia”, diceva uno slogan famoso del Novecento.

Oggi potremmo dire: sotto l’asfalto, il suolo. Sotto la crosta minerale, la possibilità di una città più porosa, più fresca, più vivibile. Non si tratta di cancellare la modernità, ma di correggerne gli eccessi. Non ogni strada può diventare giardino, non ogni superficie può essere depavimentata. Ma ogni città può chiedersi dove l’asfalto sia davvero necessario e dove, invece, sia solo un’abitudine. Il depaving è questo: una politica della sottrazione utile. Togliere per restituire. Togliere calore, rigidità, impermeabilità. Restituire ombra, infiltrazione, biodiversità, respiro. E forse è proprio questa la lezione più semplice e più difficile del caldo estremo: non basta raffreddare gli interni se lasciamo bruciare gli esterni. La città non si salva solo stanza per stanza, condizionatore per condizionatore. Si salva anche cortile per cortile, piazza per piazza, scuola per scuola, metro quadrato per metro quadrato. Perché una città che respira meglio consuma meglio, vive meglio, resiste meglio. E nel tempo del caldo estremo, anche togliere asfalto può diventare un gesto di cura.

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