SPRECO ALIMENTARE, ECCO COME DIFENDERCI

Lo spreco di cibo rappresenta uno dei nodi più complessi della catena alimentare, è quindi necessario conoscerne i motivi e individuare azioni per una sua riduzione. In Italia in tal senso qualcosa si sta facendo.

APPROFONDIMENTO
Domenico Aloia
SPRECO ALIMENTARE, ECCO COME DIFENDERCI

Lo spreco di cibo rappresenta uno dei nodi più complessi della catena alimentare, è quindi necessario conoscerne i motivi e individuare azioni per una sua riduzione. In Italia in tal senso qualcosa si sta facendo.

La tendenza allo spreco alimentare nelle economie avanzate è sempre più evidente. È necessario quindi promuovere comportamenti virtuosi volti alla riduzione del cibo non consumato per evitare che diventi un rifiuto. Con questo spirito e con l’intento di fare un’analisi della situazione partendo dai dati reali, il 5 febbraio da nove anni viene celebrata la giornata mondiale contro lo spreco alimentare. L’idea è partita dalla campagna Spreco Zero di Last Minute Market con il Dipartimento di scienze e tecnologie alimentari dell’Università di Bologna su impulso del professor Andrea Segrè e  la collaborazione del Ministero della Transizione Ecologica.

Lo slogan della giornata 2022 “One health, one heart, stop waste food” trasmette quanto sia importante trattare nella sua globalità il tema della salute, umana, animale e delle piante dato che il pianeta è uno solo e quale sia il contributo offerto dalla riduzione dello spreco alimentare ed è necessario che tutti facciano la loro parte. I dati sullo spreco nel nostro paese fotografano una situazione in peggioramento rispetto al 2020. È calcolato in 595,3 gr a settimana per un totale di 30,9 Kg all’ anno il cibo pro capite sprecato (dato Waste Watcher International Observatory dell’Università di Bologna), in aumento rispetto al 2020 quando la percentuale era di 529,3 gr a settimana.

Ma a fare più impressione agli occhi dei consumatori è la ricaduta economica dello spreco nel nostro paese, pari a oltre 7 miliardi di euro per quanto riguarda le famiglie e che raggiunge la cifra di 10,5 miliardi se consideriamo l’intera filiera della distribuzione e della ristorazione (supermercati, mercati, ristoranti, mense, ecc). Se concentriamo i dati a livello locale notiamo che nel 2021 nel sud e nelle isole si è avuto un aumento del 18% (705,3 gr procapite) mentre il nord e il centro hanno registrato una riduzione rispettivamente del 12% (522,4 gr), e del 10% (537,8 gr).

Naturalmente i prodotti che vengo “sprecati” variano per tipologia e percentuale da un paese all’altro. Ad esempio nel nostro Paese il 10% dello spreco è rappresentato dalla pasta, il 12% dall’insalata, il 15% dal pane, il 16% dalla frutta e il 17% dalla verdura. Dati che per l’Italia sono sostanzialmente buoni se paragonati ad altri paesi quali Spagna, Regno Unito, Canada, Stati Uniti, Russia, Cina.

Ma quali sono i motivi alla base dello spreco? Deterioramento dei prodotti per dimenticanza, cattiva conservazione nei luoghi di vendita, eccesso di prodotti cucinati, fare spese eccessive (puntando spesso anche sulle promozioni), calcolare in maniera errata i fabbisogni, acquistare formati troppo grandi. E come viene percepito lo spreco alimentare? C’è chi lo ritiene un cattivo esempio per i giovani, uno spreco di denaro, un gesto immorale, ma anche causa dell’aumento dell’inquinamento.

Le famiglie possono fare la loro parte riducendo la spesa a una volta alla settimana, acquistando piccoli formati, organizzando la dispensa per data di scadenza, congelando il cibo fresco, preferendo prodotti a lunga conservazione e decidere di consumarli in base alla data di scadenza, conservare gli avanzi. Inoltre è necessario fare informazione sul tema fin nelle scuole,  spiegare ai cittadini quali possono essere le ricadute economiche ed ambientali, migliorare le etichette sulle modalità di consumo, ecc. Nel nostro paese la sempre maggiore consapevolezza dei danni causati dallo spreco alimentare e di quanto sia necessario intervenire per contrastarlo ha fatto sì che nascessero esempi virtuosi.

È il caso della start up Regusto, nata a Perugia nel 2016 dall’ idea di Paolo Rellini, dottore in agraria, e Marco Raspati, imprenditore e ideatore del Philip Marketing Forum, con lo scopo di combattere lo spreco alimentare attraverso soluzioni innovative e sostenibili. Regusto si sviluppa attraverso una piattaforma grazie alla quale è possibile vendere prodotti a enti non profit e associazioni convenzionate. Piattaforma basata su un modello di Sharing for charity che sfrutta l’innovativa tecnica della blockchain. Come ci ha confermato il COO di Regusto Paolo Rellini «La piattaforma collega le aziende, non solo alimentari, con enti no profit (Croce Rossa, Caritas, Banco Alimentare, ecc). Le aziende e gli enti coinvolti sono in totale 600 attivi in gran parte d’Italia, e gestiscono i prodotti a rischio spreco sia in donazione che in vendita e permettono digitalizzare il tutto attraverso una tecnologia blockchain che certifica i flussi economici e di prodotto».

Sono le aziende a caricare i propri prodotti in vendita o in donazione che vengono poi prenotati dagli enti non profit, permettendo alle aziende stesse di confermare o meno la prenotazione e in caso di accettazione permettere all’ente di ritirare la merce. Il progetto garantisce, oltre al raggiungimento della finalità dello spreco zero, sempre tramite la blockchain quello della sostenibilità ambientale e sociale. Infatti per ogni transizione di prodotto grazie a degli algoritmi è possibile calcolare gli impatti positivi, sia sociali (indice di impatto sociale) che ambientali generati (consumi idrici, emissioni di CO2, chilogrammi di prodotti tracciati, pasti equivalenti, ecc).

I numeri parlano chiaro ad oggi sono stati distribuiti oltre 1 milione di pasti, 500 tonnellate di prodotti recuperati, 100 tonnellate di CO2 risparmiata, 1300 Kg di prodotti ritirati giornalmente, 528000 m3 di acqua risparmiata, 720000 pasti equivalenti distribuiti. Numerose sono le aziende del settore alimentare e della grande distribuzione che hanno aderito al progetto, tra queste, Rovagnati, Nonno Nanni, Gala, gruppo Grifo, CIR Food, Fileni, PAC 2000, Amadori, Esselunga, Fiorucci, ecc

Non sono coinvolte solo aziende alimentari ma anche di altri settori, per esempio Henkel, Leroy Merlin, Samsung, Moleskine, ecc. Inoltre anche i comuni possono aderire e creare un loro profilo sulla piattaforma. Ad oggi sono 14 quelli aderenti: Milano, Alessandria, Perugia, Napoli, ecc. Naturalmente le aziende e gli enti hanno dei vantaggi in quanto possono ottimizzare i costi e i tempi della donazione, azzerare quelli di smaltimento, avere detrazioni sui costi di produzione e delle materie prime e non da ultimo ottenere i benefici fiscali dalla legge 166/2016 o legge Gadda.

Il progetto inoltre ha posto in essere una collaborazione di “solidarietà circolare” con  Spesa Sospesa, iniziativa nata nel periodo più duro della pandemia nel 2020, che sia avvale proprio della piattaforma Regusto per la raccolta di donazioni e il recupero di sprechi ed eccedenze alimentari e non collegando le aziende a livello nazionale, riuscendo quindi a tracciare e digitalizzare i flussi economici e di prodotto. Nonostante il contributo apportato da Regusto alla riduzione dello spreco sia solo dello 0,008%, il che potrebbe far pensare ad una goccia nel mare, è importante favorire progetti di questo tipo focalizzati su tematiche come la lotta alla povertà, lo spreco alimentare, la riduzione delle emissioni e l’inclusione sociale, di interesse per l’intera popolazione mondiale e per il futuro del pianeta.