STOP ALLE AUTO DIESEL E BENZINA

Il Parlamento Europeo ha deliberato a maggioranza il divieto di vendita dal 2035 di veicoli alimentati a benzina o a diesel.

AMBIENTE
Alessio Ramaccioni
STOP ALLE AUTO DIESEL E BENZINA

Il Parlamento Europeo ha deliberato a maggioranza il divieto di vendita dal 2035 di veicoli alimentati a benzina o a diesel.

Non sarà una rivoluzione immediata, ma ci siamo davvero vicini. Con 339 voti a favore, 249 contrari, 24 astenuti il Parlamento Europeo si è espresso su un provvedimento destinato a fare storia. Dal 2035 all’interno dell’UE non sarà più possibile vendere veicoli alimentati a benzina o a diesel: un atto che potrebbe consentire un parziale recupero rispetto all’enorme ritardo accumulato nella gestione dei cambiamenti climatici. La misura era contenuta in un “pacchetto” di provvedimenti sul clima denominato “Fitfor55”, che punta ad abbattere le emissioni inquinanti del 55%. Una buona parte di queste emissioni sono quelle prodotte dai cosiddetti “motori termici”, per i quali è stata definita, finalmente, una deadline. Finalmente dal punto di vista della tutela ambientale: perché dal punto di vista economico, politico e sociale la notizia è certamente dirompente. Anche se ora toccherà agli Stati membri applicare      quanto contenuto nel provvedimento.

Reazioni a catena

Immaginare un mondo – o meglio, il continente europeo – senza veicoli a benzina o diesel non è semplice. Le vetture di nuova costruzione dovranno essere ovviamente tutte elettriche, a meno che non vengano resi commerciali altri tipi di combustibile, come ad esempio l’idrogeno. Ciò comporta una serie enorme di reazioni a catena, che dovranno essere gestite non solo dalla scienza, ma anche e soprattutto dalla politica e dall’economia. Dalla durata delle batterie elettriche alle performance, dalla realizzazione di colonnine di alimentazione alla riconversione dei distributori di benzina, dallo smantellamento di un intero settore industriale alla nascita di un nuovo paradigma di gestione della mobilità, fino ad arrivare alla decisione su come produrre tutta l’elettricità in più che servirà al nuovo, sconfinato parco-macchine: evoluzione delle rinnovabili? Ritorno al nucleare? Senza poi contare le compensazioni, politiche ed economiche, che le grandi aziende automobilistiche “tradizionali” certamente richiederanno per riconvertire fabbriche ed addestrare personale. Il 2035 non è poi così lontano: parliamo di poco più di dieci anni, un lasso di tempo breve per un cambiamento enorme.

Nuova percezione sociale

C’è poi da tenere in considerazione la ricaduta sociale: una rivoluzione di questa portata spingerà tutti a ragionare in maniera inevitabilmente più diretta sul tema dei cambiamenti climatici. Chi tra tredici anni andrà a cambiare la macchina che magari sta pensando di acquistare oggi dovrà confrontarsi con una trasformazione tecnologica che prevede un cambiamento delle abitudini individuali: dal dove andare a fare rifornimento a come si guida una macchina elettrica, fino alla decisione se installare o meno una colonnina di ricarica nel proprio garage. Non è poco, a pensarci bene. E, sempre dal punto di vista sociale, c’è anche da immaginare e poi gestire gli “effetti collaterali”: esistono rischi di ricadute occupazionali? Se si, in quale percentuale, come verranno gestite? Tutte questioni che dovranno essere discusse in seno alle assemblee parlamentari dei paesi membri e trovare poi la giusta forma di applicazione a seconda delle caratteristiche dell’economia di riferimento. Ad esempio, paesi dalla grande tradizione industriale automobilistica, come Germania, Italia e Francia dovranno immaginare percorsi di riconversione più impegnativi rispetto ad altre realtà.

Polemiche e possibilità

Il voto del parlamento UE ha suscitato ovviamente una serie di reazioni di diversa natura, provenienti dalle forze politiche dei vari paesi membri. In Italia l’accoglienza alla notizia è stata di duplice natura: da una parte il timore per le ricadute economiche, dall’altro la soddisfazione per una decisione infine netta in direzione della sostenibilità ambientale. Il tema resterà complesso da gestire, ed è facile immaginare che la polemica sarà rovente all’interno della maggior parte dei paesi europei. Di certo, dopo l’ambiguità registrata nel corso della Cop 26 a Glasgow, che aveva portato ad una serie di conclusioni assolutamente lontane da quel che ci si aspettava rispetto alla gestione dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici, la decisione della maggioranza dell’assemblea parlamentare europea sembra mostrare una novità importantissima: le classi dirigenti, almeno in Europa, stanno comprendendo che il tempo a disposizione per salvare il pianeta è davvero poco.