STRADE DI PLASTICA

È una notizia vecchia di qualche anno e quindi una non notizia, ma riappare in questi giorni grazie anche al fatto che dalla fase sperimentale si dice di voler passare alla fase industriale.

INFRASTRUTTURE
Mauro Maschietto
STRADE DI PLASTICA

È una notizia vecchia di qualche anno e quindi una non notizia, ma riappare in questi giorni grazie anche al fatto che dalla fase sperimentale si dice di voler passare alla fase industriale.

Di cosa stiamo parlando?

Parliamo di PlasticRoad, una piattaforma stradale prefabbricata costituita da elementi modulari realizzati in plastica riciclata e ideata nell’estate del 2015 da KWS, società facente parte del gruppo di costruzioni olandese Volkerwessel, alla quale si sono aggiunti come partner Wavin, azienda leader nel settore dei sistemi di tubazioni in plastica per progetti residenziali, non residenziali e opere di ingegneria civile, e la compagnia petrolifera francese Total. Lo sforzo congiunto di queste aziende ha portato alla realizzazione nel 2018 di due tratti pilota di 30 metri di pista ciclabile in Olanda.

L’idea alla base del progetto è il tentativo di rispondere alla necessità di riutilizzare i rifiuti plastici presenti in quantità sempre crescenti, con un particolare occhio di riguardo anche ai problemi di inondazione delle strade e della loro manutenzione.

Tutto ciò viene realizzato attraverso la combinazione di elementi modulari, la cui costruzione permette lo smaltimento 25,7 kg/m2 di plastica riciclata, collegati tra loro mediante attacchi rapidi a scatto all’interno della cui struttura cava, oltre al passaggio di condotte e cablaggi, possono accumularsi le acque piovane drenate dalla superficie attraverso una canalizzazione dotata di troppopieno.

Il transito del milionesimo utente lungo la pista ciclabile di Zwolle avvenuta il 27 maggio dello scorso anno ha permesso al team ideatore di vedere confermata la fattibilità di una strada prefabbricata, una strada vera e propria costituita da tanti pannelli molto più robusti degli attuali – si dice 2,5 volte -sostituibili per manutenzione dopo una trentina d’anni e con una durata di vita utile della struttura di 50 anni.

Tutto ciò ha convinto alcuni organi di stampa specializzata online a produrre pezzi onirici nei quali è possibile rintracciare considerazioni di pura fantasia e i più assurdi luoghi comuni. Una breve carrellata a titolo d’esempio:

“Oltre ad aver evidenziato risultati di primo piano in termini di riduzione dell’inquinamento atmosferico i test sui due progetti pilota di PlasticRoad hanno dimostrato l’elevata resistenza del prodotto sia ai carichi più pesanti che alle condizioni climatiche più avverse”

“La Plastic Road suggerisce una valida alternativa alle strade tradizionali attraverso la realizzazione di un materiale costituito interamente da plastica riciclata e che sia idoneo a sostituire del tutto il conglomerato bituminoso proprio delle nostre strade, urbane ed extraurbane.”

“Non solo, in molti paesi tra cui l’Italia, l’asfalto rimosso viene smaltito in discarica come rifiuto speciale ed è quindi considerato un prodotto non riciclabile”

Come si vede non ci manca la fantasia…

Premesso che tutti vorremmo ridurre il consumo di plastica e magari recuperare se non tutta almeno una parte dei 150 milioni di tonnellate presenti nei mari, ma non è rincorrendo idee poco realizzabili che ci riusciremo, lo faremo solo mettendo in atto comportamenti responsabili che devono passare necessariamente per una riduzione dei consumi.

Perché mi permetto di dire che le rispettabilissime idee dei progettisti olandesi sono poco realizzabili?

In primis perché dopo aver letto e riletto quanto presente nei siti dei tre partner principali non ho trovato nulla che indichi l’idea di applicare a breve PlasticRoad sulle strade, ma tuttalpiù una versione più robusta dell’attuale su piste ciclabili, sulle quali possano transitare i camion della spazzatura e veicoli di servizio, e su parcheggi. Il che non è poco se si considera che i mezzi che, al momento, si pensa vi possano transitare scaricano a terra una massa massima di 8 t rispetto alle 42 t degli autoarticolati che percorrono le strade.

Poi perché ci sono una serie di interrogativi che mi sono posto e ai quali non sono riuscito a trovare risposta.

La strada è una struttura complessa che non può essere pensata come una pista ciclabile e ancor meno paragonata ad essa. È una successione di strati di diversa natura e resistenza studiati e graduati per resistere alle sollecitazioni che si presume dovrà sopportare, ma la resistenza non è tutto. La strada deve anche garantire, direi soprattutto, la sicurezza degli utenti e per questo garantire aderenza ed attrito necessarie per poter condurre il veicolo e poterlo arrestare alla bisogna senza travolgere qualcuno o finire fuori strada; e un veicolo, leggero o pesante che sia, non si ferma alla peggio mettendo giù un piede come in bici. Quindi, nonostante venga affermato che la superficie transitabile è ricoperta con uno strato di usura che offre una sufficiente aderenza al traffico stradale, a me rimane il dubbio di come questa possa essere garantita per trent’anni, indipendentemente dal materiale che costituisce lo strato di usura e di cui non è dato alcun riferimento. Le nostre migliori conoscenze relativamente alle rocce ci dicono che queste si usurano nel tempo con i passaggi ripetuti, riducendo conseguentemente la capacità di offrire aderenza ai veicoli da parte del supporto in un lasso di tempo che non supera i 15 anni. Nel caso parlassimo di una matrice plastica sarebbe anche peggio.

Perché, parliamoci chiaro, in natura vale la legge di Lavoisier: “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, legge della conservazione di massa, che tradotta nel nostro caso vuol dire che se qualcosa si usura non significa che scompare ma che si trasforma in qualcos’altro. Il che ci conduce al secondo grande interrogativo.

La plastica che funge da matrice o supporto a qualcosa che dovrebbe garantire l’aderenza (aggregati naturali o sintetici?) usurandosi può dar luogo alla produzione di microplastiche? Se sì,  visto che le microplastiche trasportate dalle acque meteoriche finiranno inevitabilmente nell’ambiente acquatico, possiamo ancora parlare di un’operazione che va verso la sostenibilità?

Partendo dalla nozione che sia i polimeri semicristallini che quelli amorfi manifestano un peggioramento delle loro caratteristiche meccaniche se esposti alla radiazione UV e considerato che, tra questi, quelli che presentano un comportamento peggiore sono proprio quelli che costituiscono la maggior parte delle plastiche riciclate come i diversi polietilene ed i polipropilene, mi chiedo, avendo un po’ di confidenza con la materia, quanto possa essere credibile una sovrastruttura stradale che debba sopportare carichi dinamici di tutto rispetto.

Come dicevo poc’anzi la strada è una struttura complessa nella quale la parte superficiale fornisce le caratteristiche funzionali, quelle che noi vediamo ed apprezziamo più facilmente, ma nella quale la parte nascosta, fondazione e sottofondo, è la maggior responsabile della stabilità e durata dell’infrastruttura. Possiamo immaginare una strada che deleghi queste determinanti funzioni a un sottile strato di sabbia, per di più soggetto a continue e cospicue infiltrazioni di acque meteoriche provenienti dall’alveo di raccolta interno alla struttura plastica?

I polimeri quando esposti a una sorgente di calore di sufficiente entità, tendono a degradare e si decompongono dando origine a composti volatili infiammabili. Questi si miscelano con l’aria circostante e, se la temperatura è sufficientemente elevata, innescano la fiamma. Immaginiamo ora un incidente stradale che provochi l’incendio di uno dei mezzi coinvolti o più semplicemente l’incendio spontaneo di un mezzo pesante a causa di surriscaldamento, cosa non così infrequente sulla strada, questo provocherà esattamente le condizioni sopraccitate, che si estenderanno di modulo in modulo, con la conseguenza non banale derivante dal bruciare la plastica: produzione di inquinanti altamente tossici come le diossine e gli idrocarburi policiclici aromatici, i famigerati IPA. Anche questa è sostenibilità?

D’altra parte l’Olanda non è nuova al lancio di progetti straordinari, a volte geniali, ma con poche possibilità realizzative. Un esempio è dato dai progetti usciti dal secondo ciclo del programma “Roads to the future” del 1998 e che portò nell’ambito del progetto “La strada modulare” a concepire l’asfalto in rotoli “Rollpave” di cui non si andò oltre la fase sperimentale.


Troppo spesso fantastichiamo, troppo spesso ci esaltiamo di una civiltà del costruire sostenibile, molto poco spesso ci interroghiamo sulla realizzabilità dei nostri sogni “verdi”.