Strage di scimmie urlatrici in Messico

A causa delle temperature eccessive. Una specie resiliente anche ad ambienti ostili che, però, questa volta non è riuscita a sopravvivere.

AMBIENTE
Francesca Danila Toscano
Strage di scimmie urlatrici in Messico

A causa delle temperature eccessive. Una specie resiliente anche ad ambienti ostili che, però, questa volta non è riuscita a sopravvivere.

La crisi climatica colpisce ancora, è appena arrivato il caldo estremo e iniziano anche i primi malori. Non solo gli uomini devono prestare attenzione alle temperature estreme ma anche gli animali le patiscono.

Nel Messico meridionale, infatti, il troppo caldo ha portato alla morte di 138 esemplari di Alouatta palliata mexicana, una sottospecie di scimmie urlatrici, che non sono riuscite a resistere alle altissime temperature che in alcune zone hanno toccato i 52°C percepiti.

La scimmia urlatrice è un primate a pelo corto estremamente diffuso degli stati meridionali del Messico, è classificata come animale vulnerabile dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN). Questi animali folivori estraggono l’80% del loro fabbisogno nutrizionale dalle foglie, da cui traggono anche l’acqua, completando la dieta con frutti e fiori. Proprio la natura della loro alimentazione li esibisce a gravi rischi in caso di siccità prolungata, soprattutto quando le foglie si disidratano, costringendoli a rimanere senza la primaria fonte di liquidi.

La morte delle scimmie urlatrici

Il Prof. Gilberto Pozo studia i primati da 22 anni, dirige il Conservación de la biodiversidad del Usumacinta (Cobius), un’associazione civile che da 13 anni lavora con le comunità per la conservazione delle specie in pericolo. Il docente è stato uno dei primi ad assistere e a documentare la catastrofe, avvenuta in seguito ad alcuni incendi che avevano colpito la zona.

Nonostante le cure tempestive ricevute, gli esemplari che mostravano segni di disidratazione, come tachicardia, febbre alta, mucose congestionate o convulsioni, sono morti.

I ricercatori hanno esteso l’attività di monitoraggio anche nelle zone non colpite dal fuoco, trovando cadaveri anche lì.

L’emergenza ha portato gli scienziati messicani alla creazione di un comitato speciale, composto da differenti realtà impegnate nella conservazione ambientale, che ha chiesto immediatamente l’intervento del Ministero dell’Ambiente (Semarnat), il quale ha riferito che: “Sono state valutate diverse ipotesi sulla ragione di queste morti, come il colpo di calore, la disidratazione, la malnutrizione o la fumigazione (ovvero l’irrorazione delle colture con prodotti agrochimici tossici, ndr.), e saranno condotti altri studi per determinarne l’effettiva causa”. Se dovesse essere lo stress da calore, sarà fondamentale monitorare gli animali ancora vivi, perché potrebbero avere tessuti e organi colpiti, con effetti secondari.

Le scimmie colpite dall’ondata di calore hanno mostrato, infatti, sintomi di disidratazione da moderata a grave.

Ma quello che ha lasciato senza parole gli scienziati è stata la fragilità emersa da parte di una specie abituata a fronteggiare con resilienza anche gli ambienti più ostili.

Occorre una risposta globale

Gli esperti ribadiscono quanto questa specie sia fragile.  Allo stato attuale, si sta predisponendo un piano dettagliato per reintrodurre in natura gli esemplari sopravvissuti, valutando attentamente a quali gruppi e in quali aree rilasciarli, per massimizzare le probabilità di riadattamento.

Questi primati, fra l’altro, sono dei grandi disperditori di semi ed allontanarli dal loro ambiente intaccherebbe il processo naturale di rigenerazione delle foreste, foreste che gli hanno permesso di sopravvivere nonostante non fossero il loro ambiente ideale e che nel corso degli anni hanno subito profonde modifiche per mano dell’uomo, incidendo sulla loro riduzione. Inoltre, questi esemplari fanno parte della mitologia amerindia fin dall’antichità, la loro perdita significherebbe eliminare un elemento culturale importante.

Una strategia efficace potrebbe dunque, essere la realizzazione di corridoi verdi che colleghino le aree forestali rimaste, frammentate dal disboscamento. È necessaria, perciò, una conservazione completa della specie che vada oltre la raccolta di dati scientifici.