TURISMO, IL PREZZO DEL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO

Da una recente ricerca del Touring Club Italiano emerge l’impatto della guerra in Ucraina sul turismo italiano sia in entrata che in uscita. E per quest’anno scenari tutt’altro che rassicuranti.

TURISMO
Pamela Preschern
TURISMO, IL PREZZO DEL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO

Da una recente ricerca del Touring Club Italiano emerge l’impatto della guerra in Ucraina sul turismo italiano sia in entrata che in uscita. E per quest’anno scenari tutt’altro che rassicuranti.

Sono scarse, se non del tutto improbabili, le speranze per quest’anno di una ripresa del settore turistico. É la conclusione amara ma realista del Centro Studi del Touring Club Italiano che ha condotto una ricerca sull’impatto della crisi ucraina sul turismo nel nostro Paese. A uno scenario cautamente ottimista, caratterizzato da una progressiva ripresa dei viaggi incoraggiata dal rallentamento della pandemia, se ne sta sostituendo uno cupo con una ripartenza che sarà probabilmente più lenta del previsto.

A rafforzare questo quadro sono le previsioni economiche generali, negative sia per il secondo che per il terzo trimestre dell’anno: un calo del Pil di -0,2% e di -0,5% e un possibile rischio di recessione, secondo il recente rapporto di previsione del Centro Studi di Confindustria “L’economia italiana alla prova del conflitto in Ucraina”. Per quanto riguarda il resto del 2022 le stime sono incerte: tutto dipenderà dalla durata e dall’esito del conflitto, variabili imponderabili. Nello scenario più ottimista, ossia nell’ipotesi che al massimo entro luglio si riducano le tensioni o che si concluda la guerra, la crescita del PIL dovrebbe aggirarsi attorno all’1,9%: un netto calo rispetto alle previsioni iniziali del 4% e un probabile ritorno ai livelli di crescita precedenti alla pandemia nel primo trimestre 2023. Nell’ipotesi invece che la guerra duri fino a fine anno, la crescita dell’economia italiana si fermerebbe al +1,6% nel 2022 e al +1% nel 2023. 

Il turismo in entrata

Al disastroso bilancio del comparto turistico nel 2020 (-70% di arrivi rispetto all’anno precedente) è seguito un lieve rialzo (circa+51%) nel 2021: una boccata d’ossigeno per il settore, seppure i numeri siano lontano da quelli dell’epoca pre-pandemia (-54% di presenze tra gennaio e novembre 2021 rispetto allo stesso periodo del 2019).

Quest’anno, in particolare dall’inizio delle ostilità in Ucraina, l’aumento dei costi dell’energia e materie prime si è riverberato anche sugli spostamenti e relativi servizi. Se sul turismo “di prossimità” in entrata gli effetti dannosi potrebbero essere contenuti, quello da paesi extra UE potrebbe, al contrario, risentirne in maniera massiccia. Innanzitutto il flusso proveniente dalla Russia, per effetto delle azioni ritorsive del paese contro vari paesi “nemici” (compreso il nostro) come risposta alle sanzioni. Ma anche quello da altri Stati, a causa della percezione di una crescente insicurezza sul territorio europeo che genera comprensibili resistenze ai viaggi. Seppure l’Italia registri una maggior presenza di turisti europei (67% sul totale degli stranieri nel 2019, salito al 78% nel 2020) gli arrivi da paesi lontani sono tutt’altro che trascurabili.

Il boom del turismo russo in Italia

Dalla metà anni ’80 gli arrivi di visitatori russi nel nostro paese hanno registrato un aumento costante: nel 1991, erano quadruplicati gli arrivi rispetto ai cinque anni precedenti dell’era sovietica, per un totale di circa un milione di presenze. Una crescita progressiva e inarrestabile che ha spinto nel 1995 l’Ente nazionale per il Turismo (ENIT) ad aprire nel 1995 un ufficio a Mosca per accompagnare i tanti turisti russi verso il nostro Paese.

Dai primi anni del 2000 l’Italia si è prodigata per facilitare gli ingressi dei russi nel Belpaese, a partire dalla semplificazione delle procedure burocratiche e di rilascio dei visti; con il risultato che nel quinquennio 2009 -2014 i pernottamenti di turisti russi sono passati da circa 3 milioni a quasi 8 milioni. Interessante notare che dopo gli USA che nel 2019 hanno rappresentato il principale mercato extraeuropeo c’è stata la Russia: le presenze sono state pari al 3% del turismo totale in entrata con preferenze di destinazione per il Veneto (17% sul totale), seguito da Emilia-Romagna, Lazio e Lombardia (13%).

Nel corso degli anni con i soggiorni è salita anche la spesa, grazie anche alla capacità di offrire pacchetti differenziati per tutte le tasche, dalle formule “deluxe “all”all inclusive“. Non sono solo oligarchi e ricconi desiderosi di godere delle specialità italiane (arte, paesaggi, moda, stile, cibo e vini tra i principali), ma anche persone dal reddito medio-alto che nel nostro paese spendono circa il 65% in più rispetto agli altri turisti stranieri, secondo un’indagine realizzata dalla Banca d’Italia.

Dopo un calo nel 2020 gli arrivi dalla Russia sono nuovamente cresciuti nel 2021, incoraggiati soprattutto da un mercato del lusso e dai centri dello shopping, con in testa Milano e Roma. Secondo Global Blue, società leader per il servizio Tax Free Shopping, lo scorso anno la spesa media dei turisti russi ha superato i 1.200 euro, una cifra quasi doppia rispetto al 2019 (700 euro circa) e maggiore della media degli altri due big del turismo extra-europeo: la Cina (circa 1200 euro) e gli Stati Uniti (circa 1000 euro).

Se la cosiddetta “prima crisi” ucraina, quella del 2014, non è riuscita a frenare il flusso dei turisti russi verso l’Italia (cresciuto del 3% rispetto all’anno precedente) e se nel 2019 l’Ente nazionale per il Turismo ha confermato l’Italia tra le mete da quelli preferite, il conflitto attuale fa presagire un futuro preoccupante per il settore. Che sia a causa delle sanzioni, dell’interdizione dei cieli agli aerei russi e ,in vigore dal 27 febbraio, il divieto di fare scalo in qualsiasi aeroporto del paese l’interruzione o la drastica riduzione degli arrivi nel sarà inevitabile e assesterà un ulteriore colpo a un turismo già fortemente indebolito da due anni di pandemia.

Il turismo in uscita

Gli oltre 22 milioni in meno di viaggi degli italiani all’estero, uniti ai circa 60 milioni di arrivi e 160 milioni di presenze in Italia in meno nel 2021 rispetto al 2019, hanno dimostrato le resistenze a viaggiare non solo verso ma anche fuori dal paese. E davanti a noi, nei prossimi mesi, le prospettive appaiono tutt’altro che rosee.

Dopo oltre 40 giorni di guerra, gli effetti economici di questa sono chiari: l’aumento dei prezzi dell’energia con un impatto negativo rilevante su turismo e cultura, già fortemente indeboliti dalla pandemia. Stando alle parole del presidente di Confcommercio Carlo Sangalli e ai dati Radar Swg e dall’Osservatorio di Confturismo Confcommercio del mese scorso, le famiglie italiane hanno tagliato drasticamente i consumi per ristorazione, vacanze, attività culturali e ricreative. Il primo dato allarmante riguarda il periodo pasquale: dei circa 8 milioni di italiani intenzionati a trascorrere le festività fuori solo la metà ha già programmato il viaggio.

E tra chi lo ha fatto, la scelta è stata dettata in larga parte dall’esigenza di risparmio: ecco che per contenere le spese si preferiscono spostamenti limitati e di breve durata (solo il 6% uscirà del paese contro il 13% del 2019) e soggiorni nelle seconde case, laddove disponibili.

In vista dell’estate non può che esserci preoccupazione, considerato che 8 intervistati su 10 non partiranno o ridurranno i giorni di vacanza, che per la ristorazione e l’intrattenimento la scelta prevalente è quella di ridurre il numero di acquisti o addirittura di azzerarli se si tratta di consumi culturali. Un bel danno non solo per gli operatori del settore ma per il paese nel suo complesso, privato di quella ricchezza (materiale e non) che solo le esperienze di viaggio che siano in entrata o in uscita possono regalare.