UE E GREENWASHING: GLI AVANZI E I RETROCESSI DI UNA CORSA A OSTACOLI

All’Unione spetta un ruolo di prima linea per contrastare l’ecologia di facciata e per valorizzare le attività finanziarie e industriali con un respiro davvero sostenibile.

APPROFONDIMENTO
Thais Palermo
UE E GREENWASHING: GLI AVANZI E I RETROCESSI DI UNA CORSA A OSTACOLI

All’Unione spetta un ruolo di prima linea per contrastare l’ecologia di facciata e per valorizzare le attività finanziarie e industriali con un respiro davvero sostenibile.

La crisi climatica si è trasformata in una vera e propria corsa contro il tempo che, anno dopo anno, abbiamo la netta sensazione di perdere. La COP26 appena tenuta a Glasgow, in Scozia, si è conclusa con obiettivi e promesse deludenti. Da qui al prossimo summit del clima, toccherà soprattutto alle economie più avanzate e storicamente inquinanti dare l’esempio e trainare l’economia mondiale verso un capitalismo più sostenibile.

All’Unione Europea spetta un ruolo di prima linea in questa nuova fase, che vede nella lotta al greenwashing e nella messa a punto di strumenti per rendere la finanza e l’industria più etiche e sostenibili due cavalli di battaglia.

La legge “anti-greenwashing” approvata dall’Ue spaventa il mondo finanziario

Lo scorso marzo, l’Unione Europea ha approvato il Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR), un regolamento sulla informazione nel mondo finanziario. Obiettivo è quello di favorire la trasparenza dei prodotti finanziari commercializzati in Europa che vengono definiti “sostenibili”. Come riportato da un reportage di Bloomberg, la normativa sta facendo preoccupare il mondo della finanza, che cerca di capire in che modo banche, compagnie di assicurazione e fondi d’investimento potrebbero essere danneggiate dalla nuova stretta europea.

La paura dei colossi finanziari è che l’iniziativa anti-greenwashing approvata da Bruxelles ponga un freno al mercato globale dell’ESG – relativo alla cosiddetta finanza sostenibile guidata da criteri ambientali, sociali e di governance – stimato in 35 mila miliardi di dollari.

Tra gli obblighi introdotti dal regolamento e che i gestori patrimoniali in tutto il mondo devono rispettare vi è quello di comprovare i “claim” ambientali, sociali e di governance, collegandoli a dalle tassonomie ancora in fase di elaborazione da parte delle autorità europee. I gestori devono anche rispettare le regole comunitarie per i servizi e le informazioni messe a disposizione dei clienti europei. Gli effetti della normativa si sentono più pesantemente in Europa, dove i gestori non possono più commercializzare prodotti prima etichettati come “sostenibili” ma che rientravano in pratiche di greenwashing.

Il Green deal e la lotta al greenwashing passano da una nuova tassonomia europea sulle attività sostenibili

Quello del Sustainable Finance Disclosure Regulation rientra in un più ampio obiettivo Ue di diventare il primo continente a impatto climatico zero, e in cui la strategia finanziaria gioca un ruolo fondamentale. Sarà l’emissione di 250 miliardi di euro in green bond a finanziare gli investimenti per la transizione verde previsti nel Next Generation Eu, il piano pluriennale europeo per la ripresa dall’attuale crisi economico-sanitaria, che investirà per circa il 40% in progetti per il clima.

Ma come identificare i progetti ambientalmente validi e finanziabili, ed evitare la cosiddetta ecologia di facciata?

È lì che la tassonomia europea di cui tanto si parla negli ultimi giorni entra in campo: si tratta di un sistema di classificazione per indirizzare gli investimenti verso progetti sostenibili, un vero e proprio vocabolario, che dovrà stabilire un elenco di attività catalogate come ambientalmente sostenibili. Oltre a classificare e a fornire definizioni appropriate delle società, la tassonomia dovrebbe contribuire a proteggere gli investitori dalle pratiche di greenwashing.

Il problema nasce – come è nato – quando le stesse autorità che dovrebbero tutelare il concetto di ‘green deal’ e di economia verde finiscono per passarci sopra. È quanto avvenuto con l’apertura della Commissione Europea all’inserimento del gas naturale e del nucleare nella tassonomia delle attività ‘green’ dell’Unione, che rischia di rallentare spaventosamente la transizione verso le energie rinnovabili. Per Rossella Muroni, Senatrice e già presidente di Legambiente, l’affermazione della presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen a favore di un “nucleare green” è preoccupante. “Se includeremo gas e nucleare [nella tassonomia Ue] vorrà dire che l’Europa di Von Der Leyen nata sul green deal è finta”, ha affermato la Muroni ai microfoni di Radio Radicale.

In assenza di autorità che sappiano prendere decisioni coraggiose, è possibile che ci pensi il mercato: Net-Zero Asset Owner Alliance, un gruppo di 60 investitori internazionali, con un portfolio da circa 9 trilioni di euro, ha già messo in guardia le autorità contro l’inclusione di gas e nucleare nella nuova tassonomia europea, affermando che si sarebbe opposto alla decisione europea. Vedremo se, anche questa volta laddove non arriva la politica, arrivano i soldi.