UN GIORNO DA LEONE

I racconti del prof. Stefano Grifoni: ogni riferimento a fatti e personaggi non è puramente casuale.

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Stefano Grifoni
UN GIORNO DA LEONE

I racconti del prof. Stefano Grifoni: ogni riferimento a fatti e personaggi non è puramente casuale.

Giulio stava guardando la televisione disteso su una poltrona del salotto. Mentre seguiva le notizie del telegiornale e le commentava ad alta voce, Gina in cucina era alle prese con dei pezzi di baccalà che aveva deciso di cucinare alla livornese. Era il piatto preferito di Giulio e lei lo sapeva bene. “Sinceramente non so come mangiano i livornesi… ma il baccalà lo fanno parecchio bono”, disse Giulio alzandosi dalla poltrona per andare in cucina. “Il baccalà è un piatto che mi fa ricordare quand’ero ragazzo e intorno al tavolo sedevano tanti miei cari che non ci sono più” disse Giulio alla Gina.

La Gina era alle prese con dei pezzi di baccalà, li tagliò a pezzi abbastanza grossi, li infarinò e li mise a friggere nell’olio bollente. Finché i pezzi del pesce non furono belli croccanti, li tenne nella padella. Poi li mise, man mano che erano pronti, ad asciugare sulla carta assorbente. Giulio fu colpito dal profumo del sugo che Gina stava preparando, a base di pomodori e patate. I pezzetti di baccalà, alla fine, furono aggiunti al sugo. “Questa è la mia cena”, disse Gina guardando Giulio e aggiunse: “Tu non lo puoi mangiare, così ha detto il dottore, con la malattia che hai sarebbe pericoloso”. “Sai che hai cucinato uno dei miei piatti preferiti?”. Giulio alzò il coperchio  del recipiente e intinse il pane nel sugo. Era davvero una bontà. Lo sorprese Gina.

“Non puoi mangiare cibi salati! E il baccalà è troppo salato per te!”. “Scusa, ma non lo hai tenuto a bagno per togliere il sale?”.  “Il dottore mi ha detto che oltre alla terapia che devi fare ogni giorno, non puoi mangiare salato. La tua cardiomiopatia te lo impedisce e se mangi cose molto salate puoi sentirti male”. Quando fu l’ora della cena, sulla tavola apparecchiata c’erano delle verdure cotte e del pesce lesso e il recipiente con il baccalà più vicino a Gina. “Mi piacerebbe… ma io non lo posso mangiare, so che mi farebbe male”, disse Giulio con molta rassegnazione. Gina fu presa da un po’ di dispiacere nel vedere il marito in quelle condizioni e decise di non mangiare nemmeno lei il baccalà e condivise il pesce e le verdure con lui.

Quando Giulio arrivò al pronto soccorso non respirava e l’ossigeno erogato con una mascherina collegata alla bombola, era appena sufficiente per farlo stare meglio. Gina era accanto a lui e non capiva cosa fosse successo nella nottata. Il dottore di turno in pronto soccorso, iniziò a raccogliere l’anamnesi dalla moglie. “Ma come mai così repentinamente suo marito si è aggravato? I farmaci che gli ha prescritto il medico, li prende regolarmente?”. “A me dice di sì, quando glielo chiedo, ma sa, dottore,  come son questi uomini… fanno come vogliono  e dicono bugie”.

Giulio sul lettino la stava ascoltando e fece segno al medico che le cose che stava dicendo la moglie non erano vere e che lui non le approvava. Il medico continuò la visita. “Oggi ha mangiato più del solito?”. “Non mi sembra…”. “O ha bevuto più acqua del solito?”. “Non credo”, rispose Gina. Poi guardò Giulio che respirava meglio. “Dottore, stanotte, mentre lui pensava che dormissi, è andato in cucina e, siccome avevo preparato del baccalà, l’ha mangiato tutto. Pensi che io, per rispetto a lui, ieri sera non l’ho nemmeno assaggiato!”.

Giulio fece cenno con le dita che ne aveva mangiato un pezzetto e che non poteva essere quello il motivo che lo aveva portato in ospedale. “Lo ha mangiato davvero?”, chiese il medico. Gina guardò il marito: “Ti avevo detto che non lo potevi mangiare e tu, invece, appena sono andata a letto… Pensavi di farmi dispetto, di fare il furbo? Giulio scosse la testa e alzò il braccio per dire che non era vero. “Dottore, ecco com’è andata.  Giulio soffre di una grave cardiomiopatia dilatativa e ci è stato detto dai voi medici che non può mangiare salato…”. “Cosa ho avuto dottore?”, chiese Giulio.  “Un edema polmonare, cioè il polmone si è riempito di acqua a causa del cuore malato e lei non poteva respirare. È già la seconda volta che le succede. L’altra volta arrivò a questo pronto soccorso dopo aver mangiato acciughe sotto sale e aringa…”.

Quando Giulio cominciò a respirare meglio, dopo aver eliminato qualche litro di acqua con le urine, si rivolse al dottore e alla moglie. “Gina, non puoi farmi sentire in galera perché sono malato e lo so bene che il baccalà non potrei mangiarlo. Stanotte pensavo al suo sapore e al profumo del sugo, sono andato in cucina e ne ho mangiato qualche pezzo. Sapevo che mi avrebbe fatto male”. Poi, rivolto al medico disse: “Quando si convive con una malattia cronica come la mia, si ha la consapevolezza che di questa situazione non si guarisce e che ti accompagnerà per il resto della vita.

Poi passano gli anni e arrivano i disturbi della vista e dell’udito e il diabete. Se uno fa attenzione a tutto, cosa diventa l’esistenza? E il sale no e lo zucchero no e attento alla pressione e alla glicemia… e poi tutti i giorni il controllo del peso. Alla fine ci si ammala ancora di più! Quando la gente non aveva da mangiare, chissà di cosa moriva. Quando sei malato, tutti si arrogano diritti su di te: i medici, gli amici, gli estranei e la moglie, che certo lo fa per amore e si crede in diritto di comandarmi.

Noi malati, non siamo capiti fino in fondo e nessuno pensa che nella malattia nasce il conflitto tra personalità e anima e contenerlo è molto difficile. Dottore, mi creda, talvolta noi malati cronici abbiamo bisogno di buttare il cappello per aria. Meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecore!”. Il dottore del pronto soccorso non ebbe il coraggio di contraddirlo, aggiunse solo: “La malattia ti avvisa, quando stai sbagliando strada e quando sente che il senso della vita  dentro di noi sembra finire”.