UNA STRATEGIA INNOVATIVA PER PREVENIRE LE RECIDIVE TUMORALI

Un team di biologi e clinici dell’Università di Tor Vergata di Roma e del Policlinico Universitario di Regensburg (Germania) mette a punto un modello sperimentale per studiare la ricomparsa del tumore dopo la terapia, proponendo una strategia innovativa che potrebbe prevenire la recidiva.

SALUTE
Sara Stefanini
UNA STRATEGIA INNOVATIVA PER PREVENIRE LE RECIDIVE TUMORALI

Un team di biologi e clinici dell’Università di Tor Vergata di Roma e del Policlinico Universitario di Regensburg (Germania) mette a punto un modello sperimentale per studiare la ricomparsa del tumore dopo la terapia, proponendo una strategia innovativa che potrebbe prevenire la recidiva.

Le terapie antitumorali attualmente mirano a eliminare le cellule tumorali per giungere alla remissione della patologia. Tuttavia, la malattia presenta spesso delle recidive perché le cellule sopravvissute al trattamento proliferano, aumentando in malignità, favorendo così le metastasi e la resistenza ai farmaci con esito spesso fatale. È la terapia stessa dunque che può contribuire alla progressione del tumore. Questo fenomeno, definito complessivamente “cancer repopulation and acquired cell-resistance” (CRAC), è tradizionalmente attribuito alla selezione delle cellule con le mutazioni genetiche più aggressive. Tuttavia, recentemente questo assunto è stato messo in discussione da evidenze che mostrano uno scenario molto più complesso. Sta emergendo infatti che i tessuti cancerosi “feriti” dalla terapia reagiscono attivando cambiamenti molecolari nelle cellule sopravvissute, favorendone resistenza, proliferazione e migrazione (es., la transizione epitelio-mesenchimale), aumentandone la malignità e la capacità di formare metastasi.

“Abbiamo ragionato – afferma Lina Ghibelli, prof.ssa di Biologia applicata presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata – che questo quadro, apparentemente terrificante, potrebbe invece paradossalmente rivelarsi un “tallone d’Achille” del cancro, perché i processi di reazione cellulare potrebbero essere trattabili farmacologicamente”.

Lo studio appena pubblicato su International Journal of Molecular Sciences, a cui hanno collaborato la dott.ssa Francesca Corsi e il dott. Francesco Capradossi, presenta fondamentalmente due punti nuovi. Anzitutto la messa a punto, per la prima volta, di un modello in vitro che consente di studiare in tempo reale il processo di ripopolamento tumorale post-terapia, riproducendo fedelmente, pur nella sua semplicità, la complessità della reazione dei tessuti tumorali al danno subito. “Questo modello, – continua Ghibelli  – mimando la fase di remissione e quella della recidiva, ci ha permesso di eseguire esperimenti pilota su cellule di cancro alla prostata, dimostrato da una parte che il ripopolamento post-terapia si può prevenire con una serie di farmaci che inibiscono processi segnalatori, come ad esempio l’infiammazione e la riprogrammazione epigenetica; dall’altra, che esiste una precisa ‘finestra temporale’, che dura pochi giorni dopo il trattamento, durante la quale il ripopolamento può aver luogo”.

Per ora, i processi che determinano la progressione maligna dei tumori indotta dalla terapia sono sconosciuti e, di conseguenza, non ci sono opzioni terapeutiche per prevenirlo. “Questi nuovi risultati – precisa Albrecht Reichle, oncologo presso il Policlinico Universitario di Regensburg  – suggeriscono un possibile approccio e cioè di associare qualcuno dei farmaci testati (che potremmo definire “anti-CRAC”) alla regolare chemio/radioterapia, somministrandoli nel breve arco temporale in cui le cellule sono competenti a ripopolare. Questo potrebbe consentire che la fase di remissione abbia luogo, ma inibendo la recidiva, dissociando i due fenomeni”.

Si prospetterebbe quindi la possibilità di una terapia “CRAC-free”, che permetterebbe cioè di sfruttare i vantaggi dei trattamenti correnti, assai efficienti nel ridurre la massa tumorale, allo stesso tempo prevenendo il ripopolamento e la progressione maligna del tumore. “Siamo impegnati a proseguire questa ricerca, – conclude Ghibelli – focalizzando lo studio sui meccanismi molecolari che potrebbero differire nei vari tumori e nei vari pazienti, per passare al più presto alla fase di sperimentazione clinica”.