UOMO – ANIMALE – AMBIENTE: COME SI DIFFONDONO I VIRUS?

A “tu per tu” con l’anatomopatologo veterinario dell’Università di Pisa, Mario Arispici

SALUTE
Francesca Franceschi
UOMO – ANIMALE – AMBIENTE: COME SI DIFFONDONO I VIRUS?

A “tu per tu” con l’anatomopatologo veterinario dell’Università di Pisa, Mario Arispici

Dopo una pluriennale esperienza professionale, didattica e di ricerca nell’ambito della medicina veterinaria è possibile dare qualche indicazione precisa in riferimento alla situazione sanitaria attuale?

L’ho domandato a Mario Arispici, anatomopatologo veterinario, già docente dell’Università di Pisa, che mi ha aiutata a delineare un percorso capace di fornirci spunti di riflessione e modalità urgenti di azioni per affrontare una sfida globale che sta coinvolgendo il mondo intero.

Professore, possiamo partire dal mondo animale per capire maggiormente la modalità di diffusione e la carica virale del Covid-19?

“E’ ormai assodato che il mondo dei viventi, animali ed esseri umani, diffusi sui territori e nelle acque costituisce un unico complesso globale con costanti rapporti di interdipendenza al cui interno avvengono continui scambi. Questo naturalmente vale anche per gli agenti patogeni che si spostano continuamente in modo veloce – anche da un continente all’altro – con persone, animali, merci. Giusto oggi, ma non certo solo da oggi, trovo conferma che nel concetto di One Health si trova concentrato il pensiero che mi ha fatto da guida fin dai tempi della mia laurea in Medicina Veterinaria”.

Di cosa si tratta?

“All’inizio del mio percorso lavorativo, in qualità di veterinario ispettore nei macelli pubblici, operavo per la sanità pubblica anche attraverso il riconoscimento di malattie trasmissibili dagli animali all’uomo (zoonosi) e con la ricerca di sostanze che possono migrare negli alimenti. Successivamente, all’Università, ho avuto modo di focalizzare l’attenzione nella ricerca delle cause di morte di animali, prevalentemente infettive o parassitarie, ma anche delle indicazioni utili sulla qualità dell’ambiente in cui essi hanno vissuto, sia in allevamento che allo stato libero”

Qual è stato l’esito di queste ricerche?

“E’ stato finalmente riconosciuto che la salute dell’uomo è strettamente vincolata a quella degli animali e dell’ambiente. Oggi assistiamo finalmente ad una diffusione degli sforzi multidisciplinari, non solo in campo medico, per porre un argine a quello che avviene globalmente con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita degli esseri viventi con ricaduta sull’ambiente stesso, in una virtuosa circolarità”

Questo ci può aiutare a identificare meglio la portata del Covid-19?

“In quanto all’attuale pandemia causata dal coronavirus SARS-CoV-2 pare accertato che l’esordio sia avvenuto attraverso il salto di specie con il passaggio dell’agente infettante dal pipistrello all’uomo. I pipistrelli vivono e si riproducono prevalentemente in ambiente silvestre. Zoologi ed ambientalisti conoscono le dinamiche della specie, gli infettivologi (veterinari e medici) conoscono bene le patologie di questi particolari mammiferi, coinvolti in diverse altre zoonosi. Basti ricordare la rabbia, la più antica, conosciuta e mortale delle malattie infettive dei mammiferi e la SARS che ha causato centinaia di decessi dal 2002 al 2004 e l’attuale pandemia. Quando i sistemi sanitari di allerta entrano rapidamente in azione i microbiologi/virologi, i biologi, i genetisti, gli epidemiologi uniscono le loro professionalità e cercano, il più rapidamente possibile, di chiarire le caratteristiche del nuovo evento patologico”.

Cos’è prioritario fare?

Un aspetto fondamentale per ottenere un risultato che permetta gli interventi successivi è la condivisione rapida del materiale e dei dati. A questo proposito desidero ricordare una figura emblematica della quale non ho sentito dire molto ultimamente e che non merita l’oblio. Mi riferisco al dottore Carlo Urbani, infettivologo, consulente dell’OMS, deceduto nel marzo del 2003, che è stato il primo, in quanto dotato di straordinarie capacità e lungimiranza, ad identificare e classificare la SARS. A causa di quella malattia si pensa che siano decedute 800 persone, tra le quali anche lui stesso”

Come deve porsi la comunità scientifica per essere di utilità?

“Le parole chiave ormai diffusamente riconosciute sono: competenza, coordinamento e collaborazione multidisciplinare. Mi permetta di riportare un’esperienza personale nata nell’ambito del Dipartimento di Patologia Animale della Facoltà di Medicina Veterinaria di Pisa più di 15 anni fa. Con il Dottor Carlo Cantile, il Professor Francesco Tolari e alcuni ricercatori dello stesso Dipartimento, nell’estate del 1998, abbiamo per la prima volta in Italia segnalato la presenza nei cavalli di una malattia infettiva zoonotica, la West Nile Disease. Le lesioni caratteristiche, osservate a livello del sistema nervoso centrale, permisero di avviare il processo diagnostico. In pochi giorni siamo riusciti a dare la risposta circa l’eziologia virale della morte per encefalite dei cavalli con il contributo anche di zoologi e parassitologi degli Istituti Zooprofilattici di Teramo e di Roma, della Sapienza di Roma, di veterinari e medici dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Istituto Pasteur di Parigi”

Di che cosa si trattava?

“È una malattia virale, trasportata dagli uccelli migranti dall’Africa, trasmessa dalle zanzare, che si manifesta in particolare negli equini, ma può interessare anche diverse altre specie compreso l’uomo, causandone anche la morte. L’epidemia, trasferitasi poi dal bacino del Mediterraneo agli Stati Uniti ha prodotto, dal 1999 ad oggi, oltre 2000 decessi nell’uomo. In Italia risulta ancora endemica in ben 15 Regioni”

Cosa mi vuole dire?

“Facile constatare che solo la rapidità dell’intervento di molti colleghi veterinari e non, sul territorio e nei laboratori istituzionali, fece diffondere con certezza una serie di conoscenze che permisero al Ministero della Sanità di intervenire in breve tempo con un Piano Nazionale di Sorveglianza che, adeguatamente modificato, è ancora in atto. Pochi anni dopo i virus influenzali salirono alla ribalta, prima con l’influenza aviaria (2003 – 2006) e poi con quella suina (2009 – 2010). Agli infettivologi, medici e veterinari, fin dalla fine degli anni ’50 del secolo scorso erano note le infezioni zoonotiche umane con virus dell’influenza suina specie tra il personale addetto agli allevamenti…”

E questo a cosa contribuì?

“Io e il collega Francesco Tolari, specie dopo le nostre esperienze didattiche maturate anche in seguito a lunghi periodi in Africa, eravamo sufficientemente convinti che le malattie infettive zoonotiche fossero collegate ai cambiamenti ambientali e climatici in atto e che andavano rapidamente diagnosticate e possibilmente combattute fin dal loro esordio negli stessi paesi in cui si manifestano per la prima volta, specie se si tratta di paesi poveri e privi di strutture diagnostiche adeguate al monitoraggio anche degli animali selvatici. A tal proposito mi preme ricordare che grazie all’efficienza anche dei laboratori africani la produzione continua per decenni di milioni di dosi di vaccino ha consentito di eradicare la Peste Bovina Africana, unica malattia infettiva virale degli animali, che insieme al vaiolo dell’uomo, risulta cancellata a livello mondiale”

Cosa decise di fare insieme a Tolari?

“Iniziammo la progettazione di un prototipo di laboratorio mobile da campo che rispondesse alle esigenze che avevamo individuate come prioritarie e fortunatamente trovammo il sostegno dell’allora Rettore dell’Università di Pisa, il Professor Marco Pasquali. In Toscana c’era un’azienda con esperienza nella costruzione di attrezzature per ospedali da campo, la MMH (Mobile Modular Hospitals) di Sovicille – Siena, e insieme a lei, con grande entusiasmo e velocità dalla progettazione, passammo alla realizzazione”

Quali sono le caratteristiche di queste attrezzature da campo?

“I container, completi delle attrezzature, possono prima di tutto essere trasportati su camion, vagoni ferroviari, navi, aerei e, in secondo luogo, montati facilmente nel posto di arrivo, divenendo operativi in 24 ore. Il complesso è costituito da tre container, uno dei quali è espandibile fino a raggiungere il triplo della dimensione standard. Gli atri due contengono l’unità necroscopie e prelievi e le attrezzature di supporto tecnico-logistico. L’insieme, climatizzato, è dotato di autonomia funzionale con potente generatore elettrico, riserva idrica e di carburante. In una zona del laboratorio più grande si trova un settore che ha le caratteristiche di biosicurezza 3 (BSL3), un livello veramente molto alto che consente anche di eseguire le fasi iniziali per la diagnostica virologica biomolecolare con l’estrazione dell’acido nucleico dai campioni biologici. I risultati ottenuti dopo i successivi passaggi (ciclizzazione per PCR ed elettroforesi) e le relative immagini possono essere inviati attraverso la rete ai centri di referenza a livello mondiale”

Come vi siete mossi per sperimentare l’utilizzo del laboratorio mobile e validarne le prestazioni?

“Ci siamo rivolti all’esperienza del personale dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie di Padova – Laboratorio di referenza OIE per l’influenza aviaria – che lo ha acquisito grazie ad un finanziamento della Fondazione Monte dei Paschi di Siena. Durante il periodo in cui il prototipo di laboratorio è stato ospitato presso la sede di Padova è stato non solo testato, ma anche utilizzato per l’addestramento di laboratoristi italiani e stranieri e fatto conoscere ad organizzazioni che operano nella lotta contro le malattie infettive dell’uomo e degli animali. Questo ha peraltro ricevuto il pieno sostegno del Ministero della Salute e delle maggiori Organizzazioni sanitarie internazionali come FAO ed OIE”

Qual è il punto di forza del vostro laboratorio mobile?

“Senza dubbio il fatto di poter essere facilmente e rapidamente adeguato a differenti esigenze, cambiando alcune attrezzature e modificando la loro disposizione. La riprova è che dal 2016 i nostri container si trovano in Sierra Leone. Infatti, con il contributo della Regione Veneto, è stato acquisito da Medici con L’Africa CUAMM e con la collaborazione della Cooperazione Italiana ed è stato trasportato via mare a Pujehun, dove si era appena spenta l’epidemia di Ebola. Equipaggiato in maniera adeguata, da quel giorno permette di garantire i servizi diagnostici per un ospedale distrettuale, fornendo analisi essenziali per le attività diagnostiche e terapeutiche”.

Quali potrebbero essere le linee guida per rendere massimamente efficaci le azioni anche nell’attuale pandemia?

“È fondamentale l’intervento di persone molto competenti nelle diverse discipline scientifiche di volta in volta coinvolte per identificare rapidamente e con la maggiore sicurezza possibile l’entità e le caratteristiche degli eventi patologici e degli agenti causali. Ancora essenziale il coordinamento centralizzato dei collaboratori delle tante discipline per ottimizzare tempo, risorse e modalità di comunicazione. Fare riferimento e tesoro delle esperienze pregresse, se esistenti, e redigere protocolli strategici che possono anche servire di guida per prevenire future emergenze con vantaggio per la salute globale. Infine aggiungerei e suggerirei di utilizzare l’esperienza degli attori riconosciuti più efficaci nel corso dell’emergenza per disegnare almeno dei corsi di formazione interdisciplinare da proporre nelle facoltà biomediche e non solo, così come hanno recentemente fatto la Scuola Superiore Sant’Anna e l’Università Cattolica del Sacro Cuore.Tutto per formare e poter disporre prima possibile di professionisti con preparazione multidisciplinare e competenze nel controllo e nella gestione delle emergenze”