VENEZIA PARADIGMA DELL’ALLAGAMENTO COSTIERO

La città lagunare usata in uno studio come modello per comprendere la dinamica dei livelli del mare, valutare e gestire il rischio di inondazioni costiere.

AMBIENTE
Monica Riccio
VENEZIA PARADIGMA DELL’ALLAGAMENTO COSTIERO

La città lagunare usata in uno studio come modello per comprendere la dinamica dei livelli del mare, valutare e gestire il rischio di inondazioni costiere.

Impossibile dimenticare le immagini di Venezia sott’acqua. Centottantasette centimetri di marea,  così alta nella città lagunare non si vedeva dal 1966. Era il 12 novembre 2019  e quel record negativo che la mise in ginocchio, continuò nei giorni successivi interessando anche le coste del Nord Adriatico. “L’acqua granda” come la chiamano i veneziani, fu dovuta alla sovrapposizione di diversi fenomeni (marea, mareggiata, un livello anomalo del Mar Adriatico ed il passaggio di un ciclone in veloce movimento) che operando insieme, contribuirono a quella che per pochi centimetri non fu la peggior inondazione storica del capoluogo veneto.

Questa combinazione inaspettata e peculiare di fattori ha evidenziato quindi  la necessità di approfondire ulteriormente le cause che determinano le inondazioni costiere. Uno studio, finanziato con i contributi dei progetti Interreg Italia-Croazia STREAM ed AdriaClim , pubblicato su Scientific Reports e condotto dall’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar), in collaborazione con l’Università del Salento e l’Università di Zagabria, ha rilevato che gli eventi di allagamento non sono da attribuire esclusivamente a forti mareggiate, ma sono riconducibili anche ad altri processi che agiscono su diverse scale temporali (da poche ore a diversi anni) e spaziali (da pochi a migliaia di km) e possono verificarsi contemporaneamente (compound events).

“A causa dell’aumento del livello medio relativo del mare (che risulta dalla subsidenza della superfice su cui sorge la città e dall’innalzamento del livello medio del mare), la marea e le componenti meteorologiche a lungo termine svolgono sempre più un ruolo dominante nel determinare inondazioni ricorrenti, anche se non eccezionali”, spiega Christian Ferrarin dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar). L’analisi della serie storica delle misure del livello del mare ha inoltre evidenziato una tendenza all’aumento dell’intensità e/o frequenza degli eventi di allagamento negli ultimi decenni. Tale evoluzione sembra essere principalmente dovuta a processi a lunga scala temporale (stagionale, interannuale e interdecadale) la cui combinazione determina il precursore delle inondazioni a Venezia.

“Venezia si presta particolarmente allo studio in quanto dal 1872 il livello del mare viene monitorato e la città è frequentemente esposta ad eventi di allagamento la cui frequenza è aumentata nel tempo. La città vanta inoltre un sistema di protezioni dalle inondazioni entrato in funzione dall’ottobre 2020 (MoSE) ed è un caso studio di rilevanza internazionale in quanto sito protetto dall’UNESCO”, aggiunge il ricercatore Cnr-Ismar.

L’analisi statistica ha evidenziato una significativa anticorrelazione tra la marea causata dall’attrazione gravitazionale che i corpi celesti esercitano sulla massa d’acqua (marea astronomica) e la componente dovuta alle mareggiate, che non può essere completamente giustificata da processi che occorrono nella zona costiera.

“Gli eventi più estremi tendono a verificarsi in condizioni di media o bassa marea piuttosto che con l’alta marea.  Infatti, durante gli eventi di mareggiata più estremi del 1966, 1979 e 2019, il picco della tempesta si è verificato in condizioni di bassa marea, limitando le già drammatiche condizioni di inondazione a Venezia”, conclude Ferrarin. “Questo argomento dovrà essere ulteriormente approfondito in futuro in quanto la sua comprensione è essenziale per lo studio dell’allagamento costiero, anche considerando il cambiamento climatico in cui i diversi processi potrebbero avere una diversa evoluzione”.