VIOLENZA, COSA SIGNIFICA ESSERE UNA DONNA (3)

La cultura patriarcale. La violenza che non si vede, la parte dell’iceberg sommersa dalle acque polari in cui nuotiamo quotidianamente.

APPROFONDIMENTO
Emma Meo
VIOLENZA, COSA SIGNIFICA ESSERE UNA DONNA (3)

La cultura patriarcale. La violenza che non si vede, la parte dell’iceberg sommersa dalle acque polari in cui nuotiamo quotidianamente.

Vivere immersi nella cultura patriarcale è facile, non ce ne rendiamo conto, fino a che non pensiamo o ci comportiamo in un modo anticonvenzionale rispetto a quello che la stessa cultura si aspetta da noi, i famosi “stereotipi di genere”.

Cosa significa essere una donna? Cosa significa essere un uomo?

Mettersi gonne e tacchi alti piuttosto che tute sportive? Esprimere le proprie emozioni, in un caso, e non avere la possibilità di chiedere aiuto quando si ha bisogno, nell’altro?

Cosa succede quando una persona socializzata come uomo sente il bisogno di piangere? Cosa succede quando una persona socializzata come donna si sente a suo agio a non portare il reggiseno e a non depilarsi?

Cosa succede quando una persona non si riconosce nel sesso biologico con cui viene socializzata?

Il nostro sistema va in tilt, crasha si dice oggi, e la prima risposta che abbiamo nei confronti di qualcosa che proprio non riusciamo a capire è usare la violenza: verso noi stessi, verso gli altri, nelle parole, nel giudicare comesbagliato” quel qualcosa che esce fuori dagli schemi – forse proprio perché ha il coraggio di farlo – ma anche nei gesti, come abbiamo analizzato nell’articolo precedente. Come un bambino, non abituato ad elaborare in modo sano le sue emozioni, che non capisce la matematica e sbatte il libro sul banco.

stereotipi di genere

La violenza che non si vede…

Non vedere una violenza non fa sì che questa non sia reale: spesso un uomo non riesce a vedere certe dinamiche perché non vuole vederle, significherebbe mettere in discussione sé stesso ma soprattutto i pilastri morali ed educativi che si è tanto sforzato di seguire rigorosamente per diventare un “vero uomo” – “non piangere, non sei una femminuccia!”, “alle donne piace quando fai loro dei complimenti sull’aspetto fisico”, “non fermarti al primo no” – mentre quando è una donna a non vederle, e magari la prima a subirle, significa che la cultura dello stupro ha funzionato così bene che lei stessa l’ha interiorizzata, ricavandone le linee guida che la faranno sentire al sicuro, che la classificheranno come una vera donna deve essere, dignitosa, pacata ed accomodante.

Per l’appunto, una donna degna di tal nome non produrrebbe mai del materiale intimo – foto e video in cui si ritrae nuda o mentre ha rapporti sessuali– né tantomeno lo condividerebbe con il partner, perché “si sa come sono gli uomini, non ti puoi fidare”. Ed ecco che entra in gioco la colpevolizzazione di chi subisce un abuso: una persona rende pubbliche senza permesso le immagini intime di un’altra e il fenomeno – NCII – è talmente inarrestabile e prevedibile (sarà mica la cultura?) che l’unica cosa che possiamo fare è smettere di sperimentare la nostra vita sessuale come meglio crediamo? No, un vero no, come tutti quelli che le donne dicono.

La violenza che non vogliamo vedere è quella fine e sottile che ha alla base un’unica convinzione: la donna è inferiore all’uomo.

Nel corso dei secoli, è stata elevata la cultura su di un piedistallo che sovrasta la natura ed è stata tracciata una linea netta tra i due generi: le donne associate alla natura, alle emozioni, all’irrazionalità, alla debolezza e alla frivolezza, gli uomini identificati con la cultura, con la logica, la razionalità, la forza e la pragmaticità. E non è un caso che, nella società capitalistica e patriarcale, siano considerate inferiori, inutili, tutte le caratteristiche stereotipanti il genere femminile. Abbiamo operato una gerarchizzazione, abbiamo stabilito il meglio distinguendolo dal peggio. In un’ottica simile non potrà mai esserci la parità: l’uomo è meglio della donna, il bianco è meglio del nero, l’umano è superiore all’animale e alla natura – come se anche noi, esseri umani, non fossimo prima di tutto animali.

…ma che si sente!

Questo tipo di violenza la si percepisce tra le righe di una frase, dalla scelta delle parole usate per comporla, dalle implicature che la persona in ascolto riesce a cogliere. Spesso non ci pensiamo, ma il modo che abbiamo di parlare e di pensare sono due mondi strettamente collegati: l’analisi delle parole che scegliamo ci permetterebbe di scoprire i nostri bias culturali – i pregiudizi che derivano dalla cultura che ci è stata inculcata piuttosto che da una nostra esperienza diretta – e di cercare di modularli impegnandoci attivamente quando comunichiamo.

Pensiamo ad un insieme di elementi che compongono una categoria e pensiamo al modo con il quale ci rivolgiamo a quell’insieme. In “tutte le sedie”, “tutti i tavoli”, riconosciamo che gli oggetti in questione hanno un numero ed un genere ben definiti, ovvero il femminile plurale nel primo caso ed il maschile plurale nel secondo; avviene esattamente lo stesso quando indichiamo un gruppo di persone che si compone di soli uomini o di sole donne. Quando, invece, abbiamo a che fare con un gruppo misto succede che, a prescindere dalla percentuale di uomini presente, questo viene appellato come maschile. Immaginiamo di entrare in una stanza e salutare chi vi è già dentro: “ciao a tutti” diremmo, anche quando ci sono dieci donne ed un solo uomo.

È come se avessimo impostato il genere maschile come quello universale, onnipresente, talmente preponderante che ingloba dentro di sé gli altri, le eccezioni, nominate correttamente solo in privato. Ed è ancora il maschile universale che non ci fa prendere sul serio quello che una donna dice, che ci permette di interromperla più facilmente senza neanche accorgercene, perché se il maschile è universale, allora anche l’esperienza maschile è universale, l’opinione maschile è universale e tutto il resto è solo un approfondimento non richiesto, non desiderato, di cui si può fare a meno, soprattutto quando va controcorrente, ci responsabilizza, ci chiede il conto delle nostre azioni. Una voce che dà fastidio viene silenziata, zittita, una donna che dà fastidio, che si pone alla vita come un soggetto, viene rimessa al suo posto con un atto di potere, lo stupro, viene zittita sì, ma con la morte.

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