VIVAISMO, CULTURA DEL VERDE E GIARDINI TERAPEUTICI: MATI 1909 SI RACCONTA

Il Covid-19 ha delineato una netta differenza tra vivaismo e floricoltura

AMBIENTE
Francesca Franceschi
VIVAISMO, CULTURA DEL VERDE E GIARDINI TERAPEUTICI: MATI 1909 SI RACCONTA

Il Covid-19 ha delineato una netta differenza tra vivaismo e floricoltura

Gli telefono in un pomeriggio pieno di impegni, scadenze e riunioni. Francesco, uno dei tre fratelli Mati, che porta avanti con loro l’azienda vivaistica, fiore all’occhiello italiano, fondata dal nonno Casimiro nel 1909 preme il tasto pausa e mi concede una mezz’ora di racconti che profumano di gentilezza e buone maniere. Complice il lockdown e le misure restrittive mi devo accontentare di un’intervista telefonica ma la capacità narrativa, la calma e la pacatezza di uno dei titolari della storica azienda vivaistica pistoiese mi fa idealmente immergere in uno dei tanti, magnifici giardini che realizzano in tutto il mondo. La diffusione della cultura del verde è una mission che si sublima quotidianamente nella formazione per appassionati e professionisti che, grazie all’esperienza dei soci fondatori e dei dipendenti, possono tuffarsi in un ritorno alle origini scoprendo tutti i segreti degli orti e, più in generale, dei frutti della terra.

Mati, quanto ha influito l’emergenza pandemica ancora in corso sulla vostra produzione?

“Ha delineato una netta e sostanziale differenza tra vivaismo e floricoltura. Quest’ultima, non è difficile immaginarlo, ha perso quote di prodotto in modo esponenziale perché il primo lockdown dello scorso anno ha colpito alla radice tutti gli eventi che solitamente si svolgono in primavera e che vedono questo settore molto attivo. Non mi riferisco solo a cresime, comunioni e battesimi ma anche e più in generale ad eventi quali la Pasqua o occasioni da festeggiare quali l’antecedente San Valentino. Durante la prima chiusura, lo scorso marzo 2020, tonnellate di fiori sono state buttate al macero. Pensi ai fiori recisi usati per abbellire tavole di ristoranti o alberghi che possono esser conservati in frigo solo per tempi brevi.. Non è difficile immaginare la sorte della floricoltura”

Qual è stata invece quella del vivaismo?

“Tendenza diametralmente opposta che, al contrario dei primi disperati timori verso una grande perdita di fatturato, quello vivaistico è diventato poi un settore strategico.. Pensi ai primi mesi di “clausura” e a quante persone si sono avvicinate, sia per ritrovare benessere sia per fare lavoretti manuali, alla cura del verde nelle case. Piccoli balconi, giardini, terrazze.. durante la pandemia sono stati tantissimi gli italiani che hanno riscoperto o attinto per la prima volta al piacere del pollice verde. Si è capito che curare una pianta porta benessere e, nel momento in cui l’emergenza si è affievolita la scorsa estate, il comparto vivaistico è ripartito a livello internazionale con performance di vendita andate oltre a quelle messe a segno durante i periodi canonici. Per assurdo il 2020 che era partito come l’anno del disastro ha poi recuperato”.

Anche a Pistoia l’andamento conferma questa tendenza internazionale?

“Sì. Pensi che è uscito un articolo,  prodotto dalla milanese fiera di settore “MyPlant & Garden”, che sostiene che il distretto vivaistico pistoiese è stato il più importante a livello di esportazioni. Un dato incoraggiante se si pensa che questo settore soffre di carenze di informazioni croniche alle quali si sommano la Brexit che ha complicato le procedure di esportazione enfatizzate dalla volontà inglese di scongiurare al massimo l’eventualità di introdurre malattie particolari in Gran Bretagna”.

Qual è il punto di forza della vostra azienda?

“Siamo una realtà atipica. Abbiamo sempre basato la nostra permanenza sui mercati sull’ innovazione tecnologica e concettuale. La produzione vivaistica è uno dei nostri settori al quale si affianca quello dei servizi, dalla progettazione alla realizzazione dei giardini, nonché la parte della formazione e quella degli orti e la ristorazione agrituristica. Abbiamo infatti convertito una piccola parte dei vivai a coltivazioni agricole e, grazie alle leggi sugli agriturismi, è stato possibile aprire un ristorante che offre prodotti dei nostri orti. Naturalmente questo è stato il settore che, per ovvie ragioni, ha più sofferto”

A differenza dei giardini terapeutici, vero?

“Proprio così. Quelli hanno dato buoni risultati a conferma di un percorso virtuoso che abbiamo intrapreso circa 20 anni fa. Il concetto del giardino terapeutico e degli anni di ricerca a lui dedicati sono finalizzati alla diminuzione di alcuni farmaci in patologie particolari. Mio fratello Andrea si è specializzato in questo percorso affiancato da psichiatri, psicologi e geriatri per affrontare sotto un’altra prospettiva patologie quali autismo, sindrome di Down, Alzheimer e dipendenze ma anche bisogni fisici e sociali che nei giardini terapeutici progettati da Andrea vengono trattati con percorsi sensoriali, tattili, olfattivi, uditivi e visivi che generano benessere”