Io sono nata nella provincia di Treviso e sono cresciuta in campagna. I miei nonni erano contadini. Al momento lavoro come content creator sulle tematiche della sostenibilità e faccio formazione sempre sulle tematiche della sostenibilità e degli stili di vita sostenibili. L’obiettivo del mio lavoro è quello di aiutare le persone a capire come possano essere degli agenti di cambiamento, partendo dalla vita di tutti i giorni. Ripensandosi, sia come cittadinanza attiva, sia come consumatori.

Ho studiato comunicazione all’università e volevo fare l’event manager assistant. Poi mi sono buttata sulle pubbliche relazioni. Ma ho scoperto che non riuscivo a fare la faccia di bronzo con le persone. Allora sono approdata ai social media, per gestire la presenza digitale delle aziende. Finché la mia coscienza ecologica è cresciuta sempre di più, ha avuto il suo exploit nel 2017 e 2018, grazie ai movimenti climatici di Greta Thunberg, e mi ha fatto un sacco di domande. Cosa stai facendo? Chi stai aiutando? Cosa stai aiutando a promuovere?
E lì mi sono detta, forse non voglio più lavorare per questo genere di aziende. Ho interrotto il mio lavoro per tre anni. Ho viaggiato in giro per il mondo, cercando di capire come potevo reinventarmi. Quindi, a fine 2020, nel mio rimpatriare, ho seguito un percorso con un coach. E siamo giunti alla conclusione che potevo continuare a trattare di comunicazione, a lavorare con i social che mi piacevano, impegnandomi per le cause che abbracciavo io stessa, ambientali e sociali.
Tra Australia e Nuova Zelanda. In Asia, Vietnam, Indonesia, Cambogia e Thailandia. Poi sono tornata in Europa e ho vissuto nelle Isole Eolie, a Salina e Lipari. Nelle Baleari, a Ibiza. A Firenze e a Venezia.
Io credo che quando prepari uno zaino e dentro ci deve stare la tua vita intera – al massimo diciotto chili – impari a essere leggera. Impari a muoverti più leggera possibile, senza portarti tutta una serie di cose. E questo sicuramente mi ha aiutata ad accumulare meno di quello che prima tendevo ad accumulare. Quando avevo casa fissa, vita fissa, compravo molte più cose, perché avevo più spazio dove metterle. Quindi mi sono trovata a ripensare al peso delle cose che decido di avere con me.
Poi, in Asia, la maggior parte dei viaggiatori che incontravo per ostelli, erano vegetariani o vegani. E mi sono avvicinata. Ai tempi, io ero onnivora, mangiavo tutto, senza farmi la domanda. È stato importante per me. Perché tutto il ragionamento sulla presa di coscienza del fatto che non siamo l’unica specie a vivere in questo mondo e che dobbiamo imparare a convivere, coesistere, coevolvere con le altre, è importantissimo nel discorso che cerco di portare avanti. Queste due cose sicuramente.

Io credo che ogni persona abbia un suo modo di trattare certi argomenti. Io posso parlare del mio lavoro, di come cerco di farlo io. Sui social, l’obiettivo è colpire. Dare contenuti, chiari, schietti, che facciano fare alle persone delle domande. Delle domande anche scomode. La società in cui siamo impedisce di farci le domande scomode. La “scomodità” ci impaurisce. Allora faccio le domande scomode, in modo molto chiaro e diretto. Metto le persone nella posizione di dover rispondere a queste domande, di provarci.
Perché mangiamo animali? perché sappiamo essere consumatori ma non cittadinanza attiva?

È diverso. Quello che c’è da fare è essere sempre molto chiari, comprensibili, tenere l’attenzione alta. Perché la soglia di attenzione è veramente bassissima. Su quello che si dice in pubblico secondo me, è molto utile fare esempi personali. Raccontare storie in questo senso, perché allora le persone riescono a seguirti, riescono ad immedesimarsi, provare anche empatia per quello che dici.
In generale, quando parlo di cibo, la mia posizione sulla grande distribuzione è che purtroppo non è sostenibile. A partire dal fatto che continua a consumare suolo per creare centri commerciali su centri commerciali. Ogni volta che una catena apre da qualche parte, anche le altre devono aprire nei paraggi, non possono far lavorare i competitor da soli. Spesso gli spazi sacrificati, sono quelli verdi.
Poi causano una quantità di spreco giornaliera indicibile. Per me, solo il fatto che il calcolo dei prezzi includa il costo dello spreco che il supermercato stesso genera, buttando nell’immondizia montagne di “scarti” che arrivano dal reparto ortofrutta, dal reparto pescheria, macelleria gastronomia, è una cosa assolutamente insensata. I supermercati andrebbero evitati per favorire i gruppi di acquisto solidale (Gas). Sono gruppi autorganizzati di persone che fanno la spesa direttamente con i produttori locali e quindi li supportano.

Mi rendo conto che ciò mette in discussione anche la nostra scala di valori. Per me ad esempio, il cibo, di cui io mi nutro, che altre persone coltivano, con l’impatto che questo ha, è importantissimo.
È tra le cose più importanti della mia vita. Quindi io gli do una priorità, lo metto ai primi posti. E organizzo la mia vita di conseguenza. Poi ci sono tante altre persone che non vengono messe nella condizione di saperne di più, o non se ne interessano. Così infine prendono le cose come vengono, dandole buone, per assodate. C’è un grosso lavoro da fare sui valori.
Ho visto Food for profit ed è un documentario essenziale per comprendere certe “scelte”. Il problema dello sfruttamento degli animali e dei diritti degli animali è un problema sistemico, giuridico, di questa società e di questo sistema economico. Il modo in cui noi gestiamo l’allevamento e la produzione di cibo è insostenibile ed è però supportato dalle leggi, da chi governa e dalle nostre tasse. In una società iperindividualista, crediamo che tante cose che facciamo siano scelte personali ma spesso non lo sono. Cose che noi diamo per scontate, hanno alle loro spalle la spinta di meccanismi giganteschi.
È assurdo come al supermercato, un piatto vegetale possa costare quasi più che un pezzo di maiale. Eppure per fare quel pezzo di maiale, ho dovuto coltivare con l’agricoltura intensiva campi di soia, foraggi, cereali. Ho dovuto trovare lo spazio per far crescere e ingrassare questo animale, abbeverarlo, l’energia, i medicinali, il veterinario, i macelli, l’industria che lo trasforma, il packaging, i trasporti. E tutta questa catena mi riesce a costare meno di un broccolo. Come è possibile questa cosa? Grazie alla Politica Agricola Comune dell’Unione Europea. I sussidi pubblici della Pac permettono di sostenere un’industria insostenibile.
In Asia mangiano animali. Però c’è anche una grande tradizione induista e buddista non violenta, legata all’abitudine di non mangiare animali o di non mangiare alcuni animali, come la vacca sacra. In India, sono principalmente ovo-latto-vegetariani. Molti animali non vengono mangiati, per un discorso di non violenza.
L’Asia poi è il continente dove sono nati il tofu e il tempeh. La soia viene coltivata da millenni e ha sfamato intere popolazioni. Soltanto in questi ultimi anni, anche noi stiamo cominciando a conoscere il tofu, il tempeh e tutti i derivati della soia. Ci stranisce perché è un legume a cui non siamo abituati. Siamo abituato a ceci, fagioli, lenticchie e cicerchie.
La soia come legume con la sua fermentazione e lavorazione è qualcosa che appartiene all’Asia. Grazie a questo legume riescono a fare tantissimi piatti vegetali nutrienti. Sicuramente è stato più facile.

Mi sono trasferita da un anno in Lunigiana. In un luogo che ho scelto perché ho trovato una comunità di lavoratori da remoto. Che si propongono di ripopolare quest’area depressa che continua a spopolarsi, con persone che intanto hanno il loro lavoro.
Ho scelto questo posto, perché è una delle aree più ricche d’acqua. Mi trovo molto vicina a tutti i luoghi in cui devo andare per lavorare, come Firenze e Milano. Però sono immersa nel verde. Sono in una realtà a misura d’uomo. E per me questo è molto molto importante. Il progetto è comprare casa qua. E cercare di creare qualcosa che sia da fare in presenza qui, che crei ricchezza e lavoro nella comunità.
