Daniela, una ragazzetta di sedici anni, in cammino con il padre, verso Monte Greco. E nel momento di riposo lungo il sentiero, l’attimo inaspettato tra meraviglia e paura. A breve distanza, spunta fuori il lupo.
E l’attimo lungo, «lui mi guardava con la stessa curiosità con cui lo guardavo io. Ed è stato bello. I suoi occhi verdi non li dimenticherò, per il resto della mia vita. L’avevo visto, perché io già facevo la guida. L’avevo visto in montagna. Avevo visto le tracce. Ma non avevo incrociato il suo sguardo. Non lo avevo mai incrociato. E lì ho capito che c’era un patto tra noi. Quello che avrei dedicato tutta la vita per la natura. Non me lo sono dimenticato più. Quindi il lupo è, di fatto, il selvatico che è in ognuno di noi. La parte più selvaggia. Quella che ti richiama a casa».
Il tempo non è importante. Ma possiamo immaginare che l’incontro sia occorso negli anni Settanta. Verso la fine di secolari, sistematiche persecuzioni. Quando sopravvivevano soltanto gli ultimi lupi. Con l’orlo dell’estinzione sull’Appennino. E pochi altri santuari europei. Ma da allora, molte cose sono cambiate.

The wolf within
In questo modo, le associazioni The European Nature Trust e Io non ho Paura del Lupo hanno affidato al regista Federico Manneschi e a Blue Dot Productions, The wolf within. Un film documentario breve, dedicato al lupo dentro e al lupo fuori. Per mostrare la bellezza del grande predatore nel suo ambiente selvaggio e raccontarlo, con la voce delle persone che vivono la natura. Etologi, guide, cercatori di funghi, cacciatori e pastori, tra i crinali boscosi del Parco Nazionale d’Abruzzo, dell’Appennino Tosco-Emiliano, delle Dolomiti Bellunesi. Perché l’immagine di lupo che ci portiamo dentro influenza l’incontro con l’animale fuori.
E la narrazione saggia svela e riflette parimenti sintonie e difficoltà. Premessa per evitare lo scontro e curare la coesistenza. Ascoltiamo parte di alcuni racconti.

Mia Canestrini
Mia canestrini è zoologa e ricercatrice, spiega come la presenza dei grandi predatori sia fondamentale al fine di mantenere gli ecosistemi in equilibrio. Contenendo naturalmente il numero di prede come cinghiali, cervi e caprioli.
Tuttavia, la presenza stabile del lupo in moltissimi territori rinnova il conflitto storico con gli allevatori e potenzialmente con popolazioni dimentiche di questa convivenza. E nel mondo di oggi il conflitto fondamentale è mediatico. Oltre episodi di bracconaggio, avvelenamento, ibridazione con i cani, la sfida importante del lupo è ottenere l’accettazione degli uomini. Informazione negativa o buonista sono il problema di lungo termine.
«Ahimè! ci siamo totalmente distaccati, no? dal mondo naturale, da quelle che sono le sue dinamiche. Anche chi vive negli ambienti più rurali, o di montagna, ha in realtà un contatto che non è più quello di una volta con la natura. E con tutto ciò che la rappresenta».

Piero Tomei
Piero Tomei è allevatore. Racconta come nel suo territorio, i lupi siano aumentati a causa dell’abbandono delle montagne e dei suoi colleghi che hanno scelto il modello dell’allevamento “inglese”, con gli animali liberi al pascolo senza sorveglianti. E da soli, perfino i migliori cani pastore non possono evitare tutte le perdite. Per l’allevatore, il lupo è il primo nemico. Un nemico rispettato perché dichiarato. Amore e odio. Anche se, nel 2015, la notte peggiore, diciassette lupi circondarono il recinto. Le pecore terrorizzate riuscirono a sfondare una sezione. Quattro cani con cinquanta pecore su settanta morirono, schiacciate dalle compagne o uccise dai lupi. Tanta rabbia. Qualche lacrima.
«Perfino a me! Mi hanno dato dell’animalista, del lupista. Quando mi dicono così, capisco che non sono capaci a fare questo mestiere. Perché alla fine tutti abbiamo diritto alla vita. Tutti quanti. L’unica risposta è che dovrebbero aprire bene gli occhi e vedere quale è il vero lupo. Alla fine, questo è un animale, ha bisogno di vive. […] Sono arrivato al punto di farmi la domanda, ne vale più la pena? E non è il lupo che mi sta a spingere a cambiare percorso. Comunque sia, io vivo in una zona svantaggiata. Non ho possibilità di pascolo invernale. Qua l’inverno è rigido. E là è tutta spesa. Fieno, cereali, corrente, acqua. Io quei soldi non li riprendo mai. Quindi, ne vale la pena? fare questo mestiere in Italia? E soprattutto vale la pena di dare la colpa a un animale o vale la pena di dare la colpa a chi invece non ci dà la possibilità di vivere?».

Daniela d’Amico
Molto tempo dopo quello sguardo selvaggio, incrociato a sedici anni, Daniela D’amico è diventata responsabile comunicazione e promozione del Parco Nazionale d’Abruzzo. Alcuni decenni fa, il parco rappresentava il caso europeo rarissimo della persistenza degli ultimi lupi scampati all’estinzione, entro un’area vocata alla pastorizia.
Oggi il territorio inclina principalmente al turismo. Il che ha resto la presenza di lupi e orsi un valore positivo, perfino dal punto di vista economico. Il rapporto tra lupi e allevatori è stato e rimane complesso. Sebbene la convivenza lunga abbia formato un patrimonio di esperienza che facilita le cose. Assieme al lavoro di comunicazione e dialogo svolto dal parco. Fino a cambiamenti importanti.
«Ascoltare allevatori che dicono: da noi, nonostante i danni, nessuno penserebbe più, adesso, ad uccidere un lupo. Be’, insomma, credo che detta da loro sia veramente una grande cosa. Perché è un’acquisizione culturale molto forte».

Romolo, Remo e la lupa
Le ultime ricerche stimano circa 3500 lupi italiani. Significa tornare a intrecciare la convivenza con un gran numero di comunità che hanno completamente dimenticato i grandi predatori. Del resto, in Europa, nei passati tre secoli, gli esseri umani hanno scelto di sterminare tutti i lupi, riuscendoci quasi e cambiando idea solo di recente. In Italia, i pochissimi lupi scampati sono stati protetti soltanto dal 1976. Pertanto, dopo un simile passato prossimo. Possiamo guardare in faccia la domanda, se l’acquisizione culturale forte di un predatore maestoso, un lupo dentro, strettamente legato alla tradizione, alla mitologia, al sacro europei, che non vada mai ucciso, a prescindere da utilità economiche o pratiche: possa manifestare un valore buono. Riferimento simbolico possibile, nell’epoca della problematica. Quando l’ecosistema ferito perde lentamente la capacità, di sostenere il sistema economico umano. Infatti, mercoledì 8 maggio 2025, il Parlamento Europeo ha quasi concluso l’iter. La specie Canis Lupus è passata da “strettamente protetta” a “protetta”. In modo da permettere alle normative statali e regionali di autorizzare gli abbattimenti, secondo parametri meno stringenti. Fino a normare l’uccisione di lupi in seguito alla predazione del bestiame.

