Centinaia di tonni nuotano in cerchio, senza speranza. Ancora lo stesso giro, fino allo sfinimento. E sono comunque in viaggio. Perché la barca procede a meno di un nodo, trascinando una gabbia immensa. Verso Malta. Dalle acque calabresi. Perché la bistecca di tonno deve raggiungere i mercati tutto l’anno. E la maniera migliore di gestire il flusso, è catturare pesci vivi. Il che rende i tonni in gabbia tanto più preziosi, quanti meno pesci rimangono liberi fuori. Davvero, i tonni all’ingrasso nuotano nel cerchio che è stato definito: economia dell’estinzione.

Breath
E il circolo dei tonni è una delle immagini forti che la regista Ilaria Congiu ha consegnato a Breath (2025). Storia biografica intima, fuori dai generi, un po’ documentario e un po’ film, prodotta e distribuita da Mescalito. La società indipendente distintasi – tra tanti progetti – con Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi per Food for profit.
Del resto, Breath comincia a casa, con le immagini familiari, impresse su vecchia pellicola, di una bambina piccola sulla spiaggia dell’oceano grande. Quando Francesco Congiu sentì stretta l’Italia e scelse il Senegal. Per acquistare, congelare ed esportare pesce. E la bambina crebbe in riva al mare, o nei locali dell’azienda.
Per questa ragione, Breath è nato dopo gli studi in Italia. Quando Ilaria Congiu ha deciso di tornare a casa, a Dakar. Al suo oceano e alla storia della sua famiglia. Raccontando una ricerca personale, con “poca” trama da film biografico e “poca” divulgazione scientifica da documentario, alla ricerca di un registro emotivo forte, di immagini, volti, toni di voce. Fili narrativi marini che si alternano, “mal collegati”, dall’Atlantico al Mediterraneo. Nel tentativo di comunicare a livello di cuore e respiro, accompagnare a guardare dentro. In una scelta narrativa di preziosa originalità, tra cinema e ambiente. Sbirciamo solo alcune scene.

Un pescatore italiano
Un piccolo pescatore italiano racconta la pesca artigianale. Da bambini, figli di pescatori, a costruire le barchette. Con qualche pezzo di legno, due chiodi, i tappi di plastica per le casette, i pesci di sabbia e qualche straccetto di rete. Così la passione familiare è continuata.
La pesca locale è quella sotto costa, entro le dodici miglia, regolata secondo i periodi dell’anno. Con il padre anziano che deve tornare in barca a vedere di persona, quanto sia diminuito il pesce. Perché i debiti non permettono un dipendente. Con la fortuna sporadica di prendere un tonno da liberare: in quanto le licenze di prelievo spettano prevalentemente alla grande industria. E una passione che ti domanda “chi te lo fa fare” ma non ti lascia smettere. Suscitando l’ultimo strano desiderio professionale,
«Sedermi a Bruxelles, con questa Comunità Europea, e capire, e farmi spiegare tutte queste proibizioni, tutte queste leggi che fanno, come le fanno, e su quale scopo, e su quale teoria le vengono a inserire qua alla piccola pesca. Questo desidererei. Gli spiegherei di venire a bordo con noi. Fare il lavoro che facciamo tutti noi, in mare. E mettere in funzione le leggi che hanno fatto loro. Se sono capaci a rispettarle. Perché noi ci riusciamo. Anche soffrendo».

Un pescatore senegalese
Ilaria Congiu e un amico di famiglia cucinano un piatto tradizionale. Così, la sorpresa del ritorno in Senegal è il pesce angelo. La vecchia ricetta avrebbe previsto la cernia. E l’amico deve spiegare come siano cambiate le cose. Negli anni Ottanta, sulla spiaggia, c’erano sette piroghe. Il pesce era l’alimento della costa. Poi il governo ha scelto la pesca economica. Moltiplicando le licenze per qualunque tipo di imbarcazione e incoraggiando i pescatori a catturare più animali, per nutrire di proteine anche l’entroterra.

Allora sono cominciate ad arrivare le aziende straniere, per congelare e produrre farina. Con il risultato di uno sfruttamento eccessivo, sempre meno pesce e un mercato impazzito. Le specie pregiate verso la Cina e l’Europa. Il pesce degli allevamenti cinesi in Senegal. E i pescatori con le piroghe costretti a trattenere animali piccolissimi, per sopravvivere.
«Se continuiamo così, dovremo accettare la triste realtà di morire con il nostro pesce. Perché siamo stati noi a sterminarlo, siamo noi che lo sovra-sfruttiamo e noi che lo uccidiamo. Perché? Per guadagnare soldi. Ma i soldi non si possono mangiare».

La domanda
Francesco Congiu acquista il pesce dai pescatori con le piroghe, lavorando tra ufficio, furgone e casse di pesce. Comincia a pensare al ritorno in Italia e che il suo modello di azienda non abbia troppi anni davanti. Una scala tutto sommato ridotta, rispetto quella dei pescherecci industriali che riempiono la stiva con qualunque pesce, destinando le specie di basso valore economico all’alimentazione degli animali.
Eppure, soltanto per fare un esempio, l’Italia esaurisce le tonnellate di pesce del proprio mare già ad aprile, il resto viene importato. Quando nel mondo, un miliardo e trecento milioni di persone vivono di pesca o mangiando i pesci, con il rischio di pagare cara ogni scelta alimentare “sbagliata”. Presa lontano, nei paesi ricchi.
Del resto, avvolte, le domande importanti nascono nel confronto. Come, di Ilaria con se stessa, con la sua storia familiare e con suo padre: «quindi te, nel tuo lavoro, non ti sei mai posto la domanda?». E avvolte i percorsi e le domande sono più importanti delle risposte. La domanda e il percorso che Breath accompagna tutti a cercarsi dentro.

