Giorgio Beltrame, produttore e distributore cinematografico indipendente

«Sono molto legato al recente Food for Profit: perché ho creduto in un film in cui quasi nessuno credeva, prendendolo in distribuzione quando era ancora sconosciuto»

APPROFONDIMENTO
Alessio Mariani
Giorgio Beltrame, produttore e distributore cinematografico indipendente

«Sono molto legato al recente Food for Profit: perché ho creduto in un film in cui quasi nessuno credeva, prendendolo in distribuzione quando era ancora sconosciuto»

Cominciamo dalle origini. Dove è nato?

Sono nato, cresciuto e ho studiato a Roma, città a cui sono molto affezionato. Sono una persona molto “territoriale”: vivo e lavoro ancora nello stesso quartiere in cui sono cresciuto.

Poi una formazione e un’esperienza professionale lontane dal cinema…

In realtà Giurisprudenza non è così lontana dal cinema, almeno per come l’ho vissuta io. Il mio percorso accademico si è sempre concentrato sul mondo dell’arte: mi sono laureato in diritto commerciale con una tesi sui Drm, il Digital Rights Management, che all’epoca era ancora un tema poco battuto, una tesi sperimentale. Il professore con cui mi sono laureato mi ha preso a lavorare nel suo studio il giorno dopo: è stato lì che ho capito che le mie aspirazioni erano più alte e più artistiche. In parallelo ho frequentato un master alla Facoltà di Economia sulla gestione di un’impresa di produzione e distribuzione cinematografica. Da lì è iniziato tutto, anche se non potendo vivere subito d’arte, ho fatto l’avvocato per diversi anni.

Allora, quali film guardava? E quali potrebbero averla ispirata…

Guardavo, e guardo ancora, film capaci di emozionarti e di lasciarti qualcosa dentro, che ti ispirino a migliorarti come persona. All’epoca mi colpì molto Profumo di donna: per come riesce a raccontare la fragilità e la dignità umana, la possibilità di riscatto, la complessità dei rapporti tra le persone. È un film che ti ricorda che dietro ogni esistenza ci sono ferite, scelte, seconde possibilità: qualcosa che ritrovo spesso anche nei personaggi e nelle storie dei documentari che distribuisco oggi.

Cosa la portava verso il grande schermo?

Credo che ognuno di noi debba lasciare un contributo alla società. Il mio modo di farlo è far emozionare le persone al cinema e stimolare una riflessione collettiva. Il grande schermo, quando funziona, non è solo intrattenimento: è un luogo in cui si cresce insieme.

E Mescalito Film?

Mescalito Film nasce insieme a due miei compagni di liceo, Matteo Scifoni e Domenico Trapani Lombardo, per produrre il primo lungometraggio di finzione, Bolgia Totale, diretto da Matteo. Un autore molto promettente, oggi in uscita con il suo romanzo Le Diomedee. Matteo e Domenico hanno poi preso strade diverse e sono rimasto da solo a coltivare la passione per il cinema, portando Mescalito Film a compiere quindici anni di attività.

Può raccontarci qualcosa della sua attività di produttore indipendente?

Prima di diventare produttore indipendente ho fatto molta gavetta affiancando produttori di lungo corso. Da fuori sembra tutto semplice, ma ho capito presto che non è così. La mia formazione giuridica è stata essenziale per sopravvivere: il mondo dell’arte è in realtà molto burocratizzato. Se non sai come muoverti, rischi di soffocare la tua passione. Solo tenacia, passione e determinazione ti permettono di iniziare e poi continuare. Una volta entrato in un certo flusso, le cose diventano un po’ più semplici. Basti pensare ai finanziamenti statali: oltre a una buona idea, devi sapere come orientarti tra bandi, normative, scadenze.

E come distributore?

La mia attività di distributore nasce quasi per reazione: rimasi poco soddisfatto della distribuzione del mio primo film, affidata a terzi. Mi sono detto che, se vuoi che una cosa sia fatta bene, a volte devi fartela da solo. Poi ho capito che potevo produrre un film all’anno ma distribuirne dieci, e quindi fare cultura in modo diverso, complementare alla produzione. In questo senso la distribuzione è diventata la mia vera missione: portare certi film a incontrare il loro pubblico.

Il film che ha prodotto o distribuito a cui è più legato?

Sono molto legato al recente Food for Profit: perché ho creduto in un film in cui quasi nessuno credeva, prendendolo in distribuzione quando era ancora sconosciuto; perché ha cambiato il mio modo di vivere e di guardare al mio benessere fisico; e perché mi ha permesso di conoscere una persona appassionata e determinata come Giulia Innocenzi, con cui mi confronto spesso sul mondo dell’arte e sul ruolo politico e culturale del documentario.

Il suo catalogo mostra una grande attenzione per l’ambiente e gli animali…

Sì, fa parte del mio modo di intendere il cinema come strumento di sensibilizzazione. Viviamo un’epoca in cui certi temi (l’ambiente, gli animali, il rapporto con le risorse del pianeta) sono più urgenti che mai. Credo che il cinema possa aiutare le persone a guardare la realtà da prospettive nuove e a ripensare le proprie abitudini.

Stiamo vivendo un momento particolarmente fortunato, per il genere dei docufilm sull’ambiente?

Direi di sì. La crescente attenzione mondiale sulla preservazione dell’ambiente ha portato anche alla nascita di molti fondi destinati alla produzione di documentari su questi temi. Le persone si stanno rendendo conto che qualcosa sta cambiando, e che abbiamo bisogno di nuovi modelli di vita. Il documentario ambientale, quando è onesto e ben fatto, intercetta questo desiderio di capire e di capire “come” evolversi.

Come ha lavorato per distribuire Food for Profit e renderlo il fenomeno che è stato?

La vera forza è stata il passaparola, che resta l’arma più potente al mondo. Abbiamo costruito un percorso di distribuzione evento, con tanti dibattiti e incontri, e la credibilità di una figura pubblica come Giulia Innocenzi ha certamente aiutato il lancio del film. Ma senza l’entusiasmo del pubblico, delle associazioni, delle realtà territoriali che hanno adottato il film, non sarebbe diventato il caso che è stato.

Altre pellicole molto belle non raggiungono la discussione televisiva o il circuito delle sale più importanti. Come mai?

Le sale cinematografiche sono occupate per circa l’80% da prodotti americani commerciali, commedie e film d’animazione per famiglie. Il pubblico italiano è stato abituato per anni a una certa narrazione prevalentemente di intrattenimento. Portare sul grande schermo film d’autore più “scomodi” o riflessivi richiede molta fatica, ma nel lungo periodo ci si riesce, spesso con una distribuzione a eventi, “a macchia di leopardo”, nell’arco di un anno. La televisione, poi, tende a programmare ciò che ha avuto più successo al botteghino: in questo senso è uno specchio – con qualche filtro in più – di quello che riesce a emergere al cinema.

Multinazionali dello streaming in ascesa e sale in difficoltà. Quale futuro vede?

Penso che il futuro delle sale passi da ciò che lo streaming non può offrire: l’evento. L’introduzione, il dibattito, la presenza del regista o di esperti, la possibilità di confrontarsi dal vivo sui temi del film. La proiezione evento, con un forte elemento di incontro e partecipazione, è qualcosa di irripetibile a casa. Credo che il cinema continuerà a sopravvivere proprio in questa dimensione.

Cosa è Mescalito Live?

Mescalito Live è la nostra piattaforma on-demand. Molte persone ci scrivono dicendo di non essere riuscite a vedere i film al cinema: su Mescalito Live possono recuperarli online. È uno spazio che dialoga con le sale, non le sostituisce: permette semplicemente ai film di avere una seconda vita e al pubblico di non perderseli.

Il Ministero della Cultura aiuta adeguatamente i produttori indipendenti?

Il MiC svolge un ruolo fondamentale, ma credo che potrebbe fare di più, soprattutto per i piccoli. Il vero problema oggi è l’eccessiva burocratizzazione e la carenza di personale, che crea ritardi importanti e molte incertezze nell’erogazione degli aiuti previsti. Inoltre, sarebbe auspicabile una maggiore differenziazione tra i grandi produttori indipendenti con bilanci da milioni di euro e realtà più piccole come Mescalito Film: altrimenti ci si trova spesso a competere sugli stessi bandi con soggetti che hanno mezzi incomparabili.

Inverno al cinema. Cosa ci consiglia di vedere?

Rispondo con un po’ di ironia ma anche con convinzione: consiglio di vedere i film di Mescalito Film. Sono storie che abbiamo scelto una per una perché crediamo possano emozionare, far riflettere e, magari, cambiare un pezzetto di sguardo sul mondo.

Progetti per il futuro. Può anticiparci qualcosa su cui sta lavorando?

Dal lato produttivo stiamo lavorando all’adattamento cinematografico del libro Quel giorno trent’anni fa di Maria Luisa D’Aquino, poetessa e scrittrice napoletana, progetto che ha già ottenuto un importante contributo selettivo dal MiC. È la storia di una donna che nella Napoli del 1943 vede crollare, in un istante, la vita che si è faticosamente costruita – un amore scelto contro le convenzioni, cinque figli, una carriera letteraria autonoma – e che deve trovare la forza di reinventarsi e lottare per sé e per i suoi figli in tempo di guerra.

Dal punto di vista distributivo, nel 2026 porteremo al cinema, insieme a Giulia Innocenzi, The Sea di Shai Carmeli-Pollak, candidato agli Oscar da Israele: un film di una bellezza e di una sensibilità straordinarie, che racconta il punto di vista palestinese con grande umanità. Un’opera che, ne sono certo, aprirà molte discussioni necessarie.