Secondo un recente studio dei ricercatori del Dipartimento di Economia dell’Università del New Mexico, che analizza l’impatto climatico del Bitcoin dal 2016 al 2021, in termini di danni climatici la moneta digitale è più vicina al petrolio che all’oro, a cui la criptovaluta viene costantemente paragonata. L’articolo, elaborato da Benjamin Jones, Andrew Goodkind e Robert Berrens e pubblicato sulla Scientific Reports, la quinta rivista scientifica più citata al mondo, stima che il danno climatico proporzionale dell’estrazione di ogni Bitcoin equivale alle attività tra le più insostenibili al mondo, quali i settori del petrolio, della carne, del gas e del carbone, superando di gran lunga quello dell’estrazione dell’oro.
Il documento stima il danno climatico legato all’estrazione di ciascun Bitcoin e lo confronta con frazioni equivalenti di altri settori industriali, utilizzando criteri di sostenibilità per segnalare quando un danno climatico può essere insostenibile. Secondo la valutazione dei ricercatori, l’estrazione di BTC non soddisfa nessuno dei criteri.
La contabilizzazione dei danni climatici
Il danno climatico generato da ogni Bitcoin estratto ha generato un costo economico delle emissioni di anidride carbonica di oltre 11.300 dollari nel 2021, rivela lo studio. Rispetto agli anni precedenti, tra il 2016 e il 2021, il danno climatico medio di ogni Bitcoin estratto è stato pari al 35% del suo valore di mercato. Numeri che, secondo la rivista Forbes, avvicinano il settore a quello di industrie poco rispettose. E infatti nel 2020 il danno climatico del Bitcoin era pari all’82% del suo valore di mercato, ‘perdendo’ soltanto per il carbone (95%). Nella media tra il 2016 e il 2021, la moneta ha costi ambientali simili alla produzione di carne bovina (33%), mentre presenta costi leggermente più bassi delle centrali termoelettriche a gas (46%) e della produzione e distribuzione di benzina (41%). Rispetto all’oro, con il quale viene normalmente paragonato, il Bitcoin ha costi ambientali nettamente superiori alla sua estrazione (4%). In totale, il danno climatico globale del bitcoin tra il 2016 e il 2021 è stimato in 12 miliardi di dollari e le emissioni di carbonio derivanti dall’estrazione sono aumentate di 126 volte in questo periodo.

Estrazione del Bitcoin: più energia di un anno di consumo in Austria
L’impatto climatico del Bitcoin aveva già fatto scalpore l’anno scorso, dopo che Elon Musk, in una delle sue eclatanti mosse, è tornato sui suoi passi sulla decisione di usare i Bitcoin come mezzo di pagamento per le auto Tesla, a causa delle emissioni inquinanti derivanti dal processo di “mining”, ovvero la produzione di nuovi Bitcoin, che richiede ingenti quantità di energia.
Di quanta energia si parla? Con l’impennata del mercato delle criptovalute negli ultimi anni, con in testa il Bitcoin, l’energia richiesta per l’estrazione gli studiosi è aumentata di pari passo. Secondo i calcoli degli studiosi, nel 2020 la produzione di Bitcoin ha utilizzato 75,4 Terawatt (TWh) ora di elettricità. È più energia di quanto si consuma in un intero anno in Paesi come l’Austria (69,9 TWh all’anno) e Portogallo (70,4 TWh all’anno), ed equivale a un quarto dell’energia consumata in Italia.
