Alla base della produzione di cibo, in particolare di prodotti ortofrutticoli. Sono i fertilizzanti, sia quelli naturali che chimici sempre più utilizzati per nutrire i terreni, aumentarne la produttività e tenere lontano malattie e parassiti. Gli agricoltori non ne possono far a meno, eppure al giorno d’oggi molti di loro vorrebbero liberarsi dalla dipendenza, in particolare dalla Russia, tra i maggiori produttori in Europa. Il motivo è semplice: a causa del conflitto ucraino e delle conseguenti sanzioni imposte al Cremlino sono sempre più scarsi. In particolare l’UE nel suo quinto pacchetto di sanzioni contro Russia e Bielorussia dello scorso marzo ha vietato le importazioni di potassio dalla Bielorussia. Si tenga presente che ben un terzo dell‘ammoniaca usata in UE come componente essenziale dei fertilizzanti di azoto, di fosfato, potassio e cloruro di potassio e complessivamente il 60 per cento dei fertilizzanti vengono fornito da Russia e Bielorussia.
Sebbene questi prodotti non siano oggetto delle sanzioni occidentali, ne vengono comunque influenzati: le compagnie di navigazione e assicurazione infatti hanno aumentato i costi dei loro servizi per coprire i rischi delle spedizioni. Come è cresciuto vertiginosamente il costo del gas, principale materia prima per la produzione dei fertilizzanti. Un’altra conseguenza della guerra in corso. Le minacce di arresto delle forniture da parte russa si ripercuotono inevitabilmente sui prezzi e sulla disponibilità dei nutrienti agricoli, mettendo a repentaglio la sicurezza alimentare.
In questa situazione difficile e dalla durata imprevedibile, che fare? Come per il gas, anche per i fertilizzanti l’UE sta cercando di ridurre la dipendenza dal Cremlino; tuttavia si tratta di un processo graduale, che riguarda un sistema logistico che vede coinvolti milioni di container e centinaia di navi.

Possibili alternative ai fertilizzanti russi
Al momento le fonti di approvvigionamento alternative alla Russia non sono molte; alcune tuttavia, pur tra equilibri geopolitici delicati e variabili imprevedibili, sembrano piuttosto valide. O perlomeno percorribili. Una di queste è il Marocco, da cui l’Europa già importa circa il 40% di fosfato. Già agli inizi del 2022 il gruppo statale Ocp, tra i maggiori produttori di fertilizzanti del paese, ha registrato un aumento di quasi l’80 per cento del fatturato rispetto al 2021. Ed è atteso un ulteriore aumento nei prossimi anni. Bisogna tuttavia tener presente lo scenario geopolitico e le recenti priorità del Marocco che, poco prima dello scoppio del conflitto in Ucraina, aveva deciso di aumentare gli scambi commerciali con l’Africa subsahariana, nell’ambito di una strategia diplomatica volta ad accreditarsi come uno dei principali attori politici del continente. Una mossa che non è bastata a sopire le preoccupazioni di alcuni leader africani per le conseguenze delle sanzioni europee contro la Russia. Anche se, come ricordato sopra, tali misure non colpiscono i fertilizzanti, le esclusioni del sistema finanziario della Russia da quello globale rende complicato l’acquisto da questa di materie prime, inclusi i fertilizzanti. Con la conseguenza dell’aumento della pressione sul Marocco, Egitto e Sud Africa, affinché diano priorità al mercato africano. E la fornitura da parte dell’Ocp di tonnellate di fosfato agli agricoltori africani a prezzo scontato. Oltre che il Marocco, Egitto e Sud Africa tra i maggiori produttori di fertilizzanti vanno ricordati anche l’Algeria, i paesi del Medio Oriente e, al di là dell’Atlantico, il Canada.
Prove di autonomia e diversificazione europee
Per ridurre la dipendenza dell’UE da Russia e Bielorussia e garantirsi i fertilizzanti di cui necessita la Commissione europea sta lavorando a una soluzione a medio-lungo termine. Tra le misure previste l’aumento della produzione interna e l’allargamento della cerchia di paesi da cui importare. Queste, combinate con un prezzo di vendita elevato dei cereali dovrebbe consentire agli agricoltori di ottenere le quantità necessarie di fertilizzanti senza eccessivi oneri. Inoltre l’esecutivo dell’UE lo scorso marzo ha annunciato un pacchetto di sostegno di 500 milioni di euro per salvaguardare la sicurezza alimentare e la resilienza dei sistemi alimentari. L’Europa deve mettere in campo strategie efficaci e durature basate sulla diversificazione delle fonti (e quindi de rischi) e una produzione propria per assicurarsi una maggiore autonomia sia nel settore energetico che agricolo. E farlo al più presto se non vuole affrontare un’emergenza che potrebbe avere conseguenze molto gravi economiche ma anche sociali.
