Ultima generazione, Come se non ci fosse un domani

Il film documentario che racconta le storie degli attivisti e del movimento per il clima più controverso degli ultimi anni

AMBIENTE
Alessio Mariani
Ultima generazione, Come se non ci fosse un domani

Il film documentario che racconta le storie degli attivisti e del movimento per il clima più controverso degli ultimi anni

Roger Hallam è un attivista britannico, cofondatore del movimento Extinction Rebellion. In uno dei suoi rabbiosi interventi pubblici ha coperto la testa di una ragazza con una busta di plastica, domandando al pubblico per quanti minuti sarebbe ancora riuscita a respirare. E se il fatto che respirasse ancora dovesse significare che tutto andava bene. Una metafora forte, dell’atteggiamento sociale prevalente di fronte al cambiamento climatico. Nonché del senso dell’urgenza che ispira gli attivisti di Ultima Generazione. Almeno del primo giovane, laureato in storia e filosofia, assistente sociale, insegnante, impegnato nello studio per il concorso di ruolo. Che nell’estate del 2021 scelse di cambiare strada e operare perché il pianeta rimanesse favorevole all’uomo.

Come se non ci fosse un domani

Ultima Generazione è uno dei movimenti italiani per il clima più conosciuti. Animato prevalentemente da attivisti giovanissimi che hanno scelto di operare secondo i metodi della disobbedienza civile non violenta, in azioni di forte impatto mediatico: dal blocco stradale del Raccordo Anulare di Roma, al colorante nero tra le acque della Fontana di Trevi, alle mani incollate sul vetro protettivo della Primavera
di Botticelli. Come nell’intervento volontario assai meno raccontato, nel fango delle alluvioni in Emilia Romagna e Toscana, nella devastazione della tromba d’aria di Jesolo, nell’arsura della siccità siciliana. Nel mondo grigio fossile: amore, coraggio e generosità, riversate in azioni quanto meno discutibili, se non addirittura controproducenti ai fini della promozione di politiche energetiche corrette.

Comunque, i registi Riccardo Cremona e Matteo Keffer hanno scelto di conoscere le persone del movimento. Il film documentario Come se non ci fosse un domani  (2024) racconta la loro storia. Riflettiamo su alcuni momenti.

Blocco stradale

Il documentario comincia con una telefonata. Un attivista informa il numero di emergenza di un blocco stradale sulla Salaria, direzione centro, altezza tangenziale est. Una decina di giovani scavalca il guardrail e comincia ad allinearsi attraverso la strada, tentando di stendere uno striscione. Qualche guidatore non si ferma e accetta il rischio di fare del male, pur di continuare la sua corsa. Serve molto cuore per azioni simili. Così pochi, per una strada grande.

Comunque il blocco ha successo e gli attivisti riescono a mettersi dietro lo striscione steso. Gli automobilisti scendono, le immagini registrano la rabbia furiosa e gli insulti di persone “normali” che desiderano presumibilmente recarsi lavoro, tornare a casa, continuare la propria vita. Ma perfino calci e schiaffi non scuotono la pace degli attivisti. Fino a quando arriva la polizia e Ultima Generazione si lascia trascinare di peso al bordo. Se interrogati, tentano di spiegare le ragioni del clima.

Il documentario racconta differenti azioni. Il blocco stradale sulla Salaria è un esempio rappresentativo del modo scelto e dell’effetto cercato.

Disobbedienza civile e tecnica mediatica

Infatti, in riunione, gli attivisti discutono anche di tecnica mediatica. Disobbedienza civile significa disturbare il potere e soprattutto il pubblico. Al fine di creare una conversazione mediatica. E il punto fondamentale non è che la conversazione mediatica sia esatta ma che sia grande. Un’ampiezza che dipende dalla ripetizione. Quando i media raccontano continuamente di gente arrestata, gente arrestata, gente picchiata che si impegna per risolvere un certo problema, il pubblico finisce per parlarne e informarsi a riguardo. Fino a convincersi che il problema sia grave e che occorra affrontarlo. In ragione dell’immedesimazione con la visione mediatica di sempre più persone, simili a noi stessi, disposte a impegnarsi e subire conseguenze pesanti. Realisticamente, la presentazione dei dati scientifici è incapace di ottenere l’effetto desiderato.

Pertanto, la disobbedienza covile deve essere azione di una minoranza. Sull’esempio di Martin Luther King che riuscì a cambiare la percezione del razzismo con nove anni di campagna, portando continui “scandali” sui giornali.

Beatrice in famiglia

Beatrice Pepe è una degli attivisti la cui storia emerge maggiormente. Gioca a scacchi e dialoga con suo padre. Il padre rifiuta la valutazione scientifica di una finestra temporale stretta, entro la quale vadano attuate le politiche energetiche responsabili. Una valutazione simile parrebbe suggerire alla figlia la mancanza di senso in ogni impegno nello studio, nel lavoro, nella costruzione di una famiglia. L’uomo non domanda se la finestra sia breve davvero.

Ma rileva anche altre criticità. Prezzo personale estremamente elevato con la rinuncia a tutto, per dedicare il proprio tempo interamente alla causa. Mancanza di credibilità rispetto a quanti hanno bisogno lavorare, perché nonostante la fine del sostegno economico paterno, la possibilità d’impegno nel movimento continua a dipendere dalla precedente situazione privilegiata.

Una lettura diversa da quella della figlia che ritiene di fondare la propria credibilità, proprio nella scelta di donare il “privilegio” personale alla collettività. Di offrire in prima persona il massimo, per suggerire a ognuno di fare qualcosa.

Domani

Dopo il momento della massima esposizione con le manifestazioni – legali – dei Fridays for Future di Greta Thunberg, i movimenti per l’ambiente devono affrontare una fase nuova di minore attenzione mediatica, nell’attualità segnata dal contesto geopolitico e dalle guerre. Ultima Generazione inclina verso un ampliamento del proprio impegno, in direzione delle tematiche sociali. Nonché, verso una ricalibrazione dei metodi, con meno azioni mal sopportabili per la maggioranza delle persone. L’impressione è che il riscontro mediatico della tattica nuova sia diminuito considerevolmente.

Intanto. Nel modello di sviluppo, rimane la problematica. O nella metafora di Roger Hallam, la busta di plastica resta ficcata in testa alla ragazza.