Cresce l’economia del mare in Italia

Il Rapporto Nazionale dell’Osservatorio Nazionale sull’Economia del Mare OsserMare e Centro Studi Tagliacarne – Unioncamere

Un settore che continua a crescere. l’Economia del mare in Italia genera un valore aggiunto diretto pari a 78,9 miliardi di euro, che, se viene considerato il valore attivato nel resto dell’economia, raggiunge i 224,9 miliardi di euro, pari all’11,4% del PIL nazionale.

È quanto emerge dal XIV Rapporto Nazionale sull’Economia del Mare a cura di Osservatorio Nazionale sull’Economia del Mare OsserMare, Centro Studi Tagliacarne – Unioncamere, Informare, Camera di commercio Frosinone Latina e Blue Forum Italia Network, presentato a Roma presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, nell’ambito del Blue Forum 2026.

Rispetto all’ultima rilevazione effettuata, cresce il valore aggiunto complessivo di circa 9,6 miliardi di €. E cresce il valore aggiunto diretto con un +3,8%, a fronte del +2,1% dell’economia nazionale. Il settore presenta 253.599 imprese e gli occupati sono 1.133.949, in crescita, con un aumento occupazionale del +4,2%.

Il Rapporto, strumento che è diventato punto di riferimento nazionale ed europeo nella definizione del valore della Blue Economy italiana, analizza i diversi settori che compongono la forza produttiva ‘blu’ e, novità di questa edizione, presenta un’analisi approfondita dedicata al capitale umano e alle competenze nelle imprese dell’economia del mare tra transizione green e digitale.

Sul versante del capitale umano, per quanto tutt’altro che immune dal problema del mismatch tra domanda e offerta di lavoro, i dati della rilevazione indicano una maggiore resilienza del “Sistema mare”, con il 65,9% delle imprese blu che segnala difficoltà nel reperire figure con competenze adeguate, a fronte del 68,4% riscontrato per il totale economia. Le imprese dell’economia del mare risultano meno esposte alla carenza di skill strategiche per la transizione – green, STEM e digitali – riducendo così il rischio di rallentamenti nei processi di trasformazione.

Mentre il nodo del mismatch è particolarmente evidente nel reperimento di competenze tecniche specifiche del business aziendale. Tuttavia, con un dato del 43,1%, il tessuto imprenditoriale blu appare meno in affanno rispetto all’intero sistema produttivo nazionale, per cui la difficoltà di reperimento sale al 47,5%. Gli unici ambiti in cui le imprese blu non presentano un vantaggio rispetto al totale economia sono le competenze amministrativo-contabili (8,6% contro 7,3%) e le soft skill, come la capacità di gestire i rapporti interpersonali e il problem solving (12,5% contro 12,1%).

La Blue Economy non è più un settore di nicchia ma una leva industriale e occupazionale per l’Italia e per l’Europa. Per il governo il mare è una risorsa di sviluppo centrale per il sistema Paese ed è nostro obiettivo rafforzare la leadership in questo settore per trasformare la centralità in opportunità di crescita per le nostre imprese“, ha dichiarato Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in Italy, nel corso della presentazione del Rapporto. “I risultati di questo Rapporto confermano la competitività italiana“, ha aggiunto il ministro sottolineando che “questa crescita è frutto di una strategia di politica industriale mirata. Il mare deve tornare al centro dell’agenda europea perché il Mediterraneo è un crocevia strategico di rotte commerciali e flussi energetici in una fase in cui gli equilibri cambiano continuamente per via dei conflitti. In questo contesto geopolitico l’Italia occupa una posizione importante, strategica per il Mediterraneo e per l’Europa“.

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