Rossana Cingolani racconta Il filo dell’acqua
«Lei continua a dirlo, una volta che non ci sono io, chi ve la racconta più la storia del bisso?»
Cominciamo dall’inizio. Dove è nata e cresciuta?
Io sono nata e cresciuta a Roma. In ambiente cinematografico. Mio padre aveva l’appalto delle costruzioni della Titanus, nella Scalera Film. Fin da piccolina, ho respirato quest’aria. Anche se mio padre non amava l’ambiente del cinema. Diceva sempre, dalle stelle, alle stalle. Una volta c’è lavoro, un’altra volta non c’è lavoro. Crisi da sempre. Che con una famiglia di cinque persone non era facile da gestire.
Come è giunta al cinema?
A quindici anni non ho voluto più andare a scuola. Perché la scuola mi stava stretta. Mi annoiava terribilmente. E quindi mio padre, pure lui autodidatta, mi ha detto, non ti preoccupare, vai a lavorare. Ho trovato lavoro nello storico cinemontaggio Colangeli.
Ho iniziato numerando la pellicola con inchiostro di china e pennino. Poi ho avuto pure fortuna perché ho lavorato con registi importantissimi. Il più grande di tutti era Marco Ferreri. Mi ha fatto fare tutti i suoi film, da La casa del sorriso in poi. L’ultimo, io ero incinta e non l’ho potuto fare. Ma alla proiezione di controllo mi invitò. Io avevo appena partorito. Prese in braccio mio figlio. È stato un rapporto intimo di amicizia. Mi sono molto divertita. Ho fatto il film di Arbore, “FF.SS.” – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?”. Lì ho conosciuto Troisi, Benigni, Pino Daniele.

Un lavoro…
Un lavoro difficile. Si lavorava in moviola, al buio, negli scantinati. Con il computer, tutto è cambiato. Finestre aperte, ambienti più sani. Non è stato semplice. Io mi sono tirata su un figlio da sola, con questo lavoro. Quando guardo indietro dico, chi è che ha fatto tutto questo lavoro? Non io.
Dieci anni fa, quell’incanto de Il filo dell’acqua. Come è nato?
Ho incontrato Chiara Vigo perché era la madrina di un festival, A Corto di Donne. Il mio retroterra è di montatrice di cinema. Ma con l’avvento del digitale sono entrati nel cinema italiano dei registi che se questi fanno i registi… E quindi ho fatto un corto. L’ho mandato al festival. Dove l’hanno premiato. Era bellissimo. E di pessima qualità. Io non avevo mezzi per girare. Ho girato con mezzi di fortuna, cellulari e le solite cose. Però il montaggio era fatto bene. In più, Chiara Vigo ha fatto un elogio al mio lavoro perché parlavo di bambini. Lei adora i bambini. Se ha guardato il film…
E ricordo la prima volta che l’ho vista. Fatalità, eravamo nello stesso albergo. Io e lei. Appena l’ho vista ho avuto una folgorazione.

E…
Lei è salita sul palco. Eravamo venti registe, da ogni parte del mondo. Ha chiesto alle registe chi poteva andare a girare un corto su di lei, dieci minuti. Lei era candidata Unesco, come bene immateriale dell’umanità. E aveva bisogno di questo video sottotitolato in inglese. Per una persona che vive di offerte come lei era il minimo che potessi fare. Ai Maestri bisogna offrire supporto.
Seguiamo un po’ il Filo per i lettori. La Pinna Nobilis…
La Pinna Nobilis è il più grande bivalve del Mediterraneo. Raggiunge anche un metro e venti di altezza. Adesso è protetta. Prima non lo era. Chiara Vigo ha trovato il modo di prendere una parte del suo filamento. Senza uccidere l’animale. E da quello si estrae il bisso marino. Prima gli stranieri prendevano queste pinne nobilis e le portavano via. Ma pure la pesca a strascico le uccide. Va abolita.
E il bisso?
È la seta dell’acqua. È una fibra sacra. Non si può, né vendere, né comprare. Solo donare o ricevere. Contro luce, sembra oro. Così, lei fa il filo. E lo fa vedere alle persone contro luce. Adesso, solo la mattina. È stanca. Ha la sua età. Prima lo faceva ogni volta che qualcuno andava a trovarla.

Così è arrivata a Sant’Antioco…
Sono partita sola. Con una videocamera modesta. Una produzione che mi aveva pagato pochissimo, in cambio mi voleva prestare la videocamera professionale. E invece all’ultimo momento hanno avuto un’emergenza. Io ero disperata. E allora questo mio grande amico. Amedeo Tommasi che era un jezzista di fama mondiale, il pianista di Chet Baker quando veniva a suonare in Italia, anche compositore delle musiche jazz de “La Leggenda del Pianista sull’Oceano” di Tornatore, The Magic Walls. Mi ha detto, Rossi non ti preoccupare. Compriamo una videocamera e sarai la videomaker a tutti i miei concerti. E mi ha prestato la videocamera.
Poi, lo zoom audio che mi ha dato questo mio amico. Ho messo lo zoom sul tavolo. Perché volevo la voce di Chiara. E con la videocamera giravo intorno. Quindi, quando lavori una vita nel montaggio, queste cose le sai fare. Mi sono sincronizzata tutto il video con l’audio. Chi è del mestiere può capire. Un lavoro certosino. Una serie di magie sono successe. Che mi hanno aiutata a produrre. Perché io l’ho autoprodotto.
Cosa è successo?
Quando mi hanno chiamato quelli del Biografilm Festival. Pensavo fosse uno scherzo. Il Biografilm è l’eccellenza. Mi ha chiamato il direttore creativo, aspettavamo Wim Wenders per raccontarci Chiara Vigo e sei arrivata tu. Se ce lo porti a un’ora e venti, noi lo distribuiamo al cinema. Ho dovuto ricominciare il montaggio. Aggiungere venti minuti cambia la struttura. In certi giorni facevo delle modifiche. Il giorno dopo tornavo e mi ritrovavo… C’erano dei segnali su come dovevo fare.
Ma per quanto mi sia sentita inadeguata a raccontare una realtà così profonda. Le figlie mi hanno fatto i complimenti, tanti hanno provato a raccontare nostra madre e nessuno ci è riuscito come te. Abbiamo lavorato molto assieme. Lei non si è risparmiata. Io non ho chiesto mai niente, parlami di questo, parlami di quest’altro. Dopo aver partecipato al Biografilm, perché mi sentivo inadeguata pure lì, cosa faccio qui con i grandi? Mi sono resa conto che invece proprio perché ero io, con i miei scarsi mezzi, con la mia pazienza di stare lì, ad ascoltare lei, a vedere lei…

Chiara tesse seta e anima. Dopo aver conosciuto Chiara…
La prima cosa che lei mi ha chiesto quando sono arrivata, i miei problemi personali. Quando lei dice, tesse anima. È proprio così. Dopo l’incontro è cambiata la luce con la quale vedevo le cose. E anche una fiducia nel pensare che l’essere umano può fare un passo. In questo momento è difficile dire una cosa del genere. Questa sera andrò a un incontro con un videomaker palestinese. Avere la fiducia che cambierà. Che si riprenderà una strada. Quando lei dice, io sono l’unico Maestro di bisso. E tutti i sardi si risentono perché ci sono altri che fanno il bisso. Non hanno capito niente di quello che lei va dicendo, lei non parla di una cosa materiale. Il filo dell’acqua è più che materia. È il filo che ci collega tutti quanti.
Come è stato recepito il documentario?
Uscire di casa mia a Roma. E andare al cinema Quattro Fontane. Per vedere un film fatto da me sola. Poi altri festival. Premi. È stata una soddisfazione enorme. Quelli che l’hanno visto, hanno colto il messaggio. Purtroppo come altri film indipendenti, è uscito al cinema. Ma c’è stato tre giorni. Da AmazonVideo ogni sei mesi, arriva la rendicontazione, massimo un euro e cinquanta. Io poi le mando a Chiara. Ci ridiamo sopra. Chi fa un documentario di questo tipo, non lo fa per il riscontro economico. Io l’ho fatto come dono.

Posso domandarle come mai, non ha diretto altri film. Come regista…
Ho fatto altri lavori. Una biografia su Gianvittorio Vacca, maestro di corallo algherese. È stato proiettato pochi giorni fa. Non c’era posto, sessanta persone sono rimaste fuori. Non l’ho messo nel curriculum. Sto in pensione da sei anni, va bene così, non me ne importa. Io adesso voglio navigare per mare. Forse lo dovrei dire che ho fatto questo lavoro, per qualche speranza in più che si possa vedere. Faccio i laboratori con i giovani! L’ultima cosa meravigliosa. È un laboratorio per avvicinare le donne di Sardegna al cinema. Mi sono guadagnata il passaporto sardo. Vivo in Sardegna.
Il mondo pretende di salvaguardare i Maestri, un pochino. Ma che facciano quello che il mondo vuole, e non funziona così. Il museo?
Quello che ha visto nel film è il vecchio museo di Chiara Vigo. Dopo di che, lei è stata sfrattata. Poi le ragazze che assistono Chiara Vigo mi hanno detto, devi essere fiera perché in Regione hanno visto il film e hanno deciso di regalarle una stanza nuova. Dove lei adesso opera. Però è una stanza piccolissima. Prima poteva accogliere tante persone. Per una persona che vive di offerte. Era una fonte di sostentamento.

E la scuola…
La scuola, tutti noi, non ce l’abbiamo. Finita Chiara Vigo, finisce il bisso. Dobbiamo muoverci. Lei continua a dirlo, una volta che non ci sono io, chi ve la racconta più la storia del bisso? Il Maestro si è stancato, non vuole più chiedere la scuola. Dobbiamo essere noi che chiediamo per lei. La sono andata a trovare una settimana fa. Sono venuti a trovarla dei ragazzi ventenni. Proprio questo lei ha detto.
Secondo la tradizione orale, Chiara nomina ventinove antenate che hanno continuato il filo. Abbiamo scelto il ciarpame o ci sarà una erede?
C’è la nipotina che fatto scrivere un cartello sul telaio, questo telaio è di mia nipote. Imparerà a fare il bisso. Questa è una speranza bella. Poi, lei non spinge la nipote a fare qualcosa. È una possibilità. È una vita anche di sacrificio.
C’è un piccolo episodio delle riprese che vuole raccontarci?
No. Ma una persona mi ha detto questa cosa. Lui e la moglie non potevano avere figli, provavano da anni. Poi sono andati a trovare Chiara Vigo. E Chiara Vigo quando fa il filo, a un certo punto si ferma e dice, c’è qualche donna incinta. E tutti dicono, no, no. E tu? Alla moglie. Io no, non posso avere bambini. E chi te l’ha detto? No, no, no, no. Domani andiamo. E l’ha portata, questa donna col marito, a fare un rito in un posto particolare di Sant’Antioco. Lei mi ha raccontato, non voglio dire come e perché ma dopo pochi mesi ero incinta.
Quest’anno è il decennale del documentario. C’è stata attenzione, le hanno chiesto di proiettarlo?
No. Lei è il primo.

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