La nuova socialità selettiva: meno social, più comunità
Meno connessioni superficiali, più relazioni autentiche. Il futuro dei social potrebbe accelerare questa transizione
STRADENUOVE -La socialità contemporanea sta cambiando direzione. Dopo anni di iperconnessione, si diffonde una scelta sempre più consapevole: esserci meno, ma esserci meglio. Non si tratta di fuga dal digitale né di nostalgia per un mondo offline idealizzato. È una forma di cura personale e collettiva: selezionare gli spazi, i tempi e le relazioni che meritano davvero attenzione, riducendo il rumore di fondo che ha saturato la vita online. Secondo quel vecchio adagio “via dalla pazza folla” mutuato dal titolo del celebre romanzo dello scrittore inglese Thomas Hardy (1871).
Il desiderio di allontanarsi dal caos sociale, urbano o emotivo si fa sentire sempre di più in chi cerca spazi più quieti, relazioni più autentiche, ritmi meno frenetici.
I dati confermano questa trasformazione. Il Pew Research Center (think tank indipendente e non partitico con sede a Washington, specializzato in analisi demografiche, ricerche sociali ed economiche e nello studio dei trend che modellano gli Usa e il mondo) in uno studio basato su dati del 2024 rileva che oltre il 40% dei giovani adulti statunitensi ha diminuito la propria attività su piattaforme come Instagram, Tik Tok, Facebook e X/Twitter, citando sovraccarico informativo, pressione da performance e scarsa autenticità. In Europa, Eurofound (Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei paesi UE) registra, sempre su dati relativi al 2024, un trend analogo: meno esposizione pubblica, più interazioni brevi, protette, selettive.
Una migrazione di tipo culturale. Mentre si abbandonano le piazze digitali generaliste, cresce l’uso di spazi più raccolti: gruppi Whatsapp, canali Telegram, newsletter curate, piattaforme come Substack, community tematiche su Discord, circoli culturali digitali che funzionano come micro-ambienti di approfondimento. Qui non si cerca visibilità, ma conversazioni più dense, meno esposte agli algoritmi e più vicine a un senso di appartenenza.
Parallelamente, la socialità fisica cambia forma. Diminuiscono gli incontri casuali, aumentano i momenti simbolici: festival, rassegne, talk, presentazioni, eventi culturali ad alta intensità emotiva. Il Cultural and Creative Cities Monitor della Commissione Europea (2025) mostra che le città che investono in cultura di qualità registrano un incremento significativo della partecipazione civica.
La cultura diventa un dispositivo di comunità: non richiede presenza continua, ma presenza significativa. In questo scenario si inserisce anche il fenomeno rilevato sia da Eurofound che dal Pew Research Center del “de-influencing”, che invita a ridurre la dipendenza da contenuti prescrittivi e a scegliere con maggiore consapevolezza cosa seguire, cosa acquistare, cosa condividere. È un gesto di autodifesa identitaria: meno esposizione, più profondità. Sherry Turkle, nel nuovo aggiornamento del suo libro Reclaiming Conversation (effettuato al MIT nel 2024), parla di un “ritorno alla profondità”: meno connessioni superficiali, più relazioni autentiche. Il futuro dei social potrebbe accelerare questa transizione.
Negli Stati Uniti sono in corso procedimenti contro diverse piattaforme, accusate di aver generato danni psicologici ai minori attraverso meccanismi di dipendenza. Le prime sentenze, come quella del New Mexico contro Meta, indicano che gli algoritmi potrebbero essere regolati con maggiore severità. Se ciò avverrà, è plausibile che gli utenti si sposteranno ancora di più verso ambienti digitali meno aggressivi, più tematici, più comunitari. Una nuova socialità basata su una selezione che protegge, che filtra, che permette di recuperare attenzione e autenticità

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