BITUMIFICIO: INSULTO O NEOLOGISMO?

Bitumificio, un termine che nei dizionari non esiste, ma se lo googli ne escono 6970 risultati. Ci troviamo, allora, davanti ad un nuovo petaloso?

INFRASTRUTTURE
Mauro Maschietto
BITUMIFICIO: INSULTO O NEOLOGISMO?

Bitumificio, un termine che nei dizionari non esiste, ma se lo googli ne escono 6970 risultati. Ci troviamo, allora, davanti ad un nuovo petaloso?

Non credo, sono più propenso a credere che appartenga al filone dei termini dispregiativi usati per indicare il mondo degli stradini ed i suoi prodotti, inventato da chi ha nella testa un’immagine di noi che assomiglia a quella di Nino Manfredi nel “figlio del beduino”, episodio del film del 1982 “Testa o croce”.

Ma non è così. Negli ultimi settant’anni, quelli che intercorrono tra oggi e lo ieri del primo dopoguerra, l’asfalto ed il bitume che lo costituisce hanno avuto un ruolo importante nel trasformare un Paese demolito nel posto in cui viviamo.

Quindi, attraverso Strade Nuove, proviamo a percorrere una nuova strada per migliorare la nostra visione di quel materiale straordinario che è il bitume e del suo prodotto principale: l’asfalto o più tecnicamente il conglomerato bituminoso.

Bitumificio: neologismo che combina le parole bitume [bitumen] ed opificio [opificium], luogo dove avviene la trasformazione di una materia prima, il bitume, in un prodotto finito, l’asfalto. Probabilmente è questo il senso che si voleva dare al termine, ma, ritrovandolo sempre in articoli che presentano gli impianti di confezionamento del conglomerato bituminoso in senso negativo, qualche dubbio viene. Come esistono i no-vax ed i no-tav esistono anche i no-bitume. Ma davvero si pensa che se il bitume fosse stato una sorta di sterco del diavolo Dio si sarebbe premurato di indicarlo a Noè come materiale per impermeabilizzare l’arca?

“Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori” (Genesi 6, 13 -22).

Allora s’intendeva qualcosa ricavato da un materiale composito: l’asfalto naturale o le sabbie bituminose presenti in Medio Oriente, materiali impregnati da bitume risalito dalle profondità della terra, come quello rintracciabile nel Mar Morto detto anche Lago Asfaltide. Il bitume da distillazione petrolifera era di là da venire e con esso il rifiuto di questo materiale marginale del ciclo di distillazione ma molto utile nel settore stradale. Si, perché se siamo riusciti a dare un senso alla motorizzazione di inizio secolo scorso e a quella di massa del secondo dopoguerra è grazie all’asfalto che tolse la polvere ed il fango dalle strade in terra battuta.

Sento già le prime obiezioni sollevarsi: ma l’industria dell’asfalto è una attività compresa nell’elenco delle industrie insalubri (D.M. 5 settembre 1994). Trascurando il significato di legge di quel termine ed il fatto che l’elenco risale a più di un quarto di secolo fa, dirò che allora ci troviamo in buona compagnia visto che sono annoverate, cito a caso: la produzione e la conservazione delle carni e dei prodotti della pesca, la filatura e tessitura di fibre tessili, la produzione di formaggi, i maneggi e le scuderie, il deposito di frutta e verdura, la preparazione di profumi e le vetrerie artistiche.

Cerchiamo allora di sfatare alcuni miti legati all’asfalto.

Innanzitutto cos’è un conglomerato bituminoso? È una miscela di rocce frantumate dette aggregati e bitume che funge da legante. I primi costituiscono il 90% circa della miscela, il bitume un 5% circa, la parte rimanente è costituita da aria che riempie i vuoti intergranulari. Gli aggregati prodotti per frantumazione vengono classificati in base alle dimensioni e utilizzati con percentuali che vengono stabilite attraverso uno studio di miscela; allo stesso modo viene fissato il dosaggio del legante. Il risultato finale deve soddisfare alcuni requisiti fisico-meccanici stabiliti dal committente.

In questa semplicità compositiva si nasconde una delle qualità meno percepite del conglomerato bituminoso: è un prodotto riciclabile, teoricamente all’infinito. Ovverosia può essere aggiunto in percentuali variabili, a seconda del livello tecnologico dell’impianto di produzione, al conglomerato nuovo, con ciò riducendo il fabbisogno di aggregati e di bitume nuovo. Immaginate, quindi, che sull’asfalto che percorrete ogni tanto sia dipinto il nastro di Moebius, quella figura che sta ad indicare la riciclabilità dei prodotti. Incredibile, vero? Questa non è una proprietà di recente acquisizione ma risale a parecchi decenni fa: ricordate la crisi petrolifera a cavallo tra il 1973 ed il 1974, quella dell’austerity, delle domeniche a targhe alterne? Ebbene quel periodo di carenza di prodotti petroliferi, bitume incluso, e la successiva crisi energetica del 1979 che fece schizzare il loro prezzo all’insù, indirizzò la ricerca in campo stradale verso il riciclaggio dei conglomerati bituminosi con la messa a punto di tutta una serie di tecnologie, molte delle quali da realizzarsi in sito, che si prolungò fino agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso.

Ma non è l’unica sorpresa che l’asfalto può riservare in tema di sostenibilità. Sempre andando a ritroso nel tempo, alla fine dello scorso millennio, è stato messo a punto l’asfalto a tiepido ossia la produzione del conglomerato a temperature più basse da 20 a 50 °C rispetto al tradizionale conglomerato a caldo, la risposta quasi immediata del mondo dell’asfalto alle indicazioni del protocollo di Kyoto e che permette una sensibile riduzione del fabbisogno energetico per la produzione oltre a minori emissioni di gas serra.

A tal proposito quanti sospetterebbero che le emissioni di CO2 per la produzione e messa in opera di un chilogrammo di conglomerato sia circa un terzo di quella emessa da una Fiat 500 per percorrere un chilometro? Da una ricerca effettuata in Svezia per produrre un conglomerato bituminoso e metterlo in opera nell’ambito di 30 km vengono emessi 41 gCO2/kg mentre i valori relativi alla 500 1.2 dichiarati dalla casa ammontano a 119 gCO2/km.

Rimanendo nell’ambito della sostenibilità ambientale, nell’asfalto è possibile inglobare diversi materiali di recupero, alcuni esempi: il polverino derivante dalla frantumazione dei battistrada degli pneumatici esausti; le plastiche eterogenee, miscele di plastiche di diversa natura e provenienza che non trovano una possibilità di riutilizzo nel campo della produzione da cui provengono; le scorie di fonderia -non tutte – da cui si ricavano aggregati di ottima qualità.

La sostenibilità ambientale è solo uno dei tre pilastri della sostenibilità, c’è poi la sostenibilità economica supportata da conglomerati, come quelli definiti ad “alto modulo”, con i quali è possibile realizzare pavimentazioni stradali cosiddette “perpetue”, quindi a maggior durata corrispondono minori costi di manutenzione e riduzione dei relativi cantieri con conseguenti benefici sociali legati al minor perditempo da rallentamenti e code ed ai minori incidenti che possono accadere in loro presenza. Considerando che maggior durata vuol dire anche minor necessità di utilizzo di risorse non rinnovabili, con questo tipo di conglomerati si realizza la perfetta sostenibilità.

Ma la sostenibilità sociale dei conglomerati bituminosi si realizza anche in altri diversi modi: con gli asfalti drenanti che garantiscono comfort e sicurezza o con quelli ad alta aderenza utilizzati per migliorare la sicurezza in configurazioni stradali particolarmente pericolose.

Quindi più che di bitumificiomi sentirei di parlare di sostenibilificio, senza alcuna enfasi ma semplicemente con la consapevolezza che l’asfalto sia in grado di realizzare condizioni adeguate alle richieste dei diversi accordi internazionali rivolti a favorire un futuro migliore per le generazioni che verranno. Se poi queste condizioni non si realizzano non sarà colpa del materiale ma di una delle componenti umane che gli ruotano attorno: progettisti, fornitori, controllori o chiunque abbia un ruolo di rilievo nella filiera di realizzazione della strada.

Da ultimo una noticina che è sempre opportuno tenere a mente: il bitume non è il catrame. Questo dovrebbe essere risaputo ma, purtroppo, c’è ancora molta gente che tende ad associarli o peggio ancora a confonderli. Il bitume si estrae dal petrolio, il catrame si estrae dal carbon fossile ed è cancerogeno mentre per il bitume non c’è evidenza scientifica della sua cancerogenicità. Il catrame è per la sua genesi un materiale molto diffuso nel Nord Europa, Germania, Belgio e Paesi Bassi su tutti, non in Italia dove non ci sono giacimenti di carbone ma c’erano miniere di asfalto naturale in Abruzzo e Sicilia.