Il “Col Moschin” lascia la storica sede di Livorno
Nuove esigenze operative costringono il ministero della difesa a riappropriarsi di un suolo che era stato regalato agli americani
All’ingresso dell’Italia nella 1° guerra mondiale, si era deciso di creare in ogni reggimento di fanteria delle squadre speciali di “esploratori”, con l’ordine di onorare quei soldati speciali che si sarebbero maggiormente distinti, con la qualifica di “Arditi”. Furono numerosi i soldati che in seguito alla sanguinosa e prolissa guerra di trincea si gettavano in ardite missioni di salvataggio. Ma soltanto nel ’17 venne presa in seria considerazione l’eventualità di costituire ufficialmente un battaglione d’assalto. Riuniti successivamente in divisioni speciali, la “4° armata” (quella che sarà poi ricordata col l’appellativo “Col Moschin”) venne presa in comando dal Maggiore Messe che ne fece la più preparata, perseguendo un addestramento intenso e attento ai dettagli.
Fu così che nel maggio del 1918 al battaglione venne assegnato il nome IX° reggimento d’assalto, per compiere nel giugno l’impresa sul Monte Grappa. Le truppe austriache riuscirono a sfondare i corpi d’armata italiani posti in difesa del monte, occupando i punti strategici: Col del Miglio, Col Fenilon, Col Fagheron e Col Moschin, mettendo così in crisi il sistema difensivo italiano, avendo adesso gli austriaci, il controllo totale della pianura veneta, godendo di un’altezza di circa 1800 metri, permettendoli di avere un esteso spettro visivo sulla valle del Brenta e quella del Piave.
Il comando italiano studiò subito un efficace piano d’attacco e dette immediato ordine di avanzare, fu allora che il IX° reparto d’assalto dette prova del suo valore, strappando in brevissimo temo agli austriaci i colli perduti a colpi di lanciafiamme e artiglieria pesante. In meno di 24 ore, quei pochi soldati (circa 500) riuscirono a mettere con le spalle al muro le potenti truppe austriache, catturando 300 prigionieri e riappropriandosi per ultimo proprio del “Col Moschin”. Da quel momento quel nome, fu destinato ad essere sinonimo di coraggio, eroismo e audacia. Il reparto rimase attivo fino al termine della guerra, per essere ripristinato l’anno seguente e riservato a piccole operazioni fino al 1920, anno in cui venne messo definitivamente in congedo.
Poi di nuovo il reparto viene reso attivo nella 2° guerra mondiale e utilizzato per varie missioni speciali e così successivamente negli anni della guerra fredda, periodo questo in cui in Europa prosperava la pace e fino ai primi anni ’80 gli “Incursori” venivano impiegati in operazioni di protezione civile, furono i primi infatti ad essere utilizzati nelle operazioni di salvataggio dopo la tremenda alluvione che colpì tutta la valle del fiume Arno nel 1966.
Il “Col Moschin”, unito alle più innovative tecnologie militari, e ad addestramenti all’avanguardia, è considerato uno dei reparti di punta dell’esercito italiano, e li abbiamo visti impiegati ai confini con l’Ucraina.
Il reparto, che ha dagli anni ’50 avuto dimora nella storica sede della Caserma Vannucci a Livorno, si sposterà nell’altrettanto noto Camp Darby, l’enorme villaggio/base americana situata a metà strada tra Pisa e Livorno. Le crescenti esigenze operative e la necessità di infrastrutture moderne hanno spinto il Ministero della Difesa a cercare soluzioni più ampie e funzionali. Il trasferimento a Camp Darby risponde a necessità di ampliamento degli spazi per la creazione di nuovi poli addestrativi di avanguardia, così anche per la vicinanza all’aeroporto militare di Pisa.

Pare che il trasferimento rientri in un progetto più ampio razionalizzazione delle strutture militari sui territori di Pisa e Livorno, e che prevede la nascita di un vero e proprio “hub delle Forze Speciali” nell’area di Camp Darby. Uno degli obiettivi alla base del “disegno” dello Stato Maggiore dell’Esercito è infatti quello di «decongestionare» la caserma livornese Vannucci con lo scopo di assegnarla alla Folgore. Un piano che prevede anche interventi infrastrutturali per oltre 5,8 milioni di euro con l’obiettivo di adeguare alcune strutture in vista del trasferimento del “Nono”. Non si tratta di una cessione di sovranità, ma di un accordo che vede l’Italia rientrare in possesso di aree precedentemente gestite dagli americani per riconvertirle a uso nazionale, probabilmente gli accordi con il Comfose (Comando Forze Speciali dell’Esercito), sono stati presi in seguito ai programmi di “spending review militare” operati dall’inizio del secondo mandato dell’amministrazione Trump, che ha portato gli Usa a restituire l’area al demanio militare italiano, almeno secondo quanto dichiarato dal Ministero della Difesa.

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