L’AGRICOLTURA URBANA AI “PIANI ALTI”: LA SCOMMESSA DEI GIARDINI VERTICALI

Un modello agricolo rivoluzionario che non solo abbellisce strutture ed edifici urbani ma offre benefici in termini sociali, economici, tecnologici. E favorisce il benessere e la nostra salute.

AMBIENTE
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Pamela Preschern
L’AGRICOLTURA URBANA AI “PIANI ALTI”: LA SCOMMESSA DEI GIARDINI VERTICALI

Un modello agricolo rivoluzionario che non solo abbellisce strutture ed edifici urbani ma offre benefici in termini sociali, economici, tecnologici. E favorisce il benessere e la nostra salute.

Un concetto rivoluzionario, un nuovo approccio all’agricoltura in cui le colture sono stratificate in altezza. Sono i giardini verticali (o “fattorie verticali”, se tradotto letteralmente dall’inglese vertical farming) che, grazie alla loro versatilità, possono essere realizzati per far crescere diverse tipologie di piante e ortaggi. E in diversi edifici: grattacieli o strutture di dimensioni più ridotte, o ancora spazi ibridi utilizzati sia a scopo abitativo che produttivo.

Ve ne sono di varie tipologie, realizzati con varie tecniche, alcune delle quali sfruttano l’agricoltura in ambiente controllato.
Il più evidente vantaggio del modello dei giardini verticali è la riduzione dello spazio delle coltivazioni, consentendo di usare un’area di dimensioni inferiori ai classici terreni agricoli. Ma anche il mantenimento della biodiversità, una migliore conservazione della flora e della fauna locali: le diverse colture, godendo di condizioni climatiche controllate (gestite prevalentemente in spazi interni o in serra) non subiscono l’azione distruttiva delle variazioni climatiche. Va aggiunto che, con la capacità di filtrare e purificare l’aria, che entra nell’edificio attraverso specifici macchinari, si evita l’impiego di pesticidi ed erbicidi ottenendo un prodotto biologico e sicuro. Ma i benefici non finiscono qui.

Questa nuova forma di agricoltura ha un positivo impatto sociale tutt’altro che trascurabile. Contribuendo alla reintroduzione negli spazi urbani di una produzione che ha subìto un processo di allontanamento dalle città, diventate in prevalenza dei centri di offerta di servizi e consentendo il riutilizzo di aree dismesse, quali edifici, industrie e capannoni abbandonati.

Un altro punto di forza dei giardini verticali è sul versante scientifico e tecnologico con l’ottimizzazione nell’uso delle risorse energetiche. L’illuminazione naturale viene integrata con quella artificiale, assicurata da sistemi di riconversione degli scarti vegetali, o da fonti rinnovabili (pannelli fotovoltaici e pale eoliche). Il tutto ricorrendo a una specifica modalità di coltivazione, chiamata “idroponica” che con l’impiego di acque reflue per nutrire le piante, risultato di un minor consumo di acqua (circa il 90% in meno rispetto a una coltura tradizionale).

Non mancano i vantaggi neanche in termini economici con la possibilità di gestire diverse colture contemporaneamente, ridurre le importazioni a vantaggio della salubrità dell’ambiente e della promozione dell’economia locale con una produzione a “kilometro zero” e costante, che supera la logica della stagionalità. Non da poco in un’epoca che già conosce (e conoscerà ancor più nel prossimo futuro) un consistente aumento della popolazione mondiale e quindi imporrà la necessità di una maggiore produzione di cibo. Ultimo ma non meno importante “pro” dei giardini verticali è l’elemento estetico e salutare: con la verticalizzazione del verde, si creano delle “pareti viventi” che abbelliscono gli ambienti e migliorano l’umore delle persone.
Ma come e dove nasce il giardino verticale? L’idea risale al 1999 e va attribuita a un professore statunitense, della Columbia University Dickson Despommier, che mirava all’obiettivo, tuttavia non realizzato, di ottenere una coltura che potesse soddisfare il fabbisogno alimentare di circa 50 mila persone. Occorrerà però attendere un decennio, nel 2009, per vedere avviato in Europa (nel Regno Unito) il primo progetto di giardino verticale concepito per sviluppare una coltura urbana per la produzione di cibo per animali.

Oggi nel panorama europeo è l’Olanda a fare la “parte del leone,” il paese in cui il giardino verticale è maggiormente presente, con numerosi investimenti e progetti. Grazie soprattutto al clima poco favorevole alle coltivazioni agricole tradizionali e alla contemporanea presenza di diverse specie autoctone.
Oltre ai Paesi Bassi, ad aver puntato su questo modello di agricoltura innovativa ci sono anche il Belgio con il progetto Urban Harvest.
A livello mediatico, tuttavia, la maggior visibilità va la Danimarca  dove nella città industriale di Taastrup, l’azienda Nordic Harvest, dallo scorso anno ha avviato una produzione locale di insalata, cavoli ed altre verdure distribuite su 7.000 chilometri quadrati e 14 piani. Un modello di filiera corta dagli evidenti benefici che, non a caso, ha attratto importanti investimenti.

Le fattorie verticali sono presenti anche in Asia dove dal 2010 la crescente urbanizzazione ha stimolato la ricerca di opzioni per nutrire la popolazione locale.
E in Italia? Anche il nostro paese può vantare alcune iniziative che offrono un notevole potenziale di sviluppo. La prima fattoria verticale, “Skyland” sembra sia nata a Milano presentata in occasione di Expo 2015. Il progetto, ancora da realizzare ma dall’obiettivo decisamente ambizioso (soddisfare attraverso la produzione il fabbisogno di circa 25 mila persone) prevede il riutilizzo di un vecchio centro commerciale, all’interno del quale verrà adibita un’area per la vendita dei prodotti. Un’altra porzione, nella parte superiore dell’edificio, sarà suddivisa su 30 piani per una superficie totale di 10 ettari.  Fiore all’occhiello è l’utilizzo di energia derivante dal fotovoltaico con pannelli solari e un impianto geotermico e per l’uso delle biomasse per garantire all’edificio autonomia energetica.

In realtà il giardino verticale in Italia è già presente da oltre decina di anni. Grazie all’approccio visionario di tre giovani vicentini con la passione per il verticale: due arrampicatori e un esperto in materia florovivaistica che nel 2007 hanno creato l’azienda SUNDAR Italia attiva nella progettazione e realizzazione di giardini verticali, come descritto durante la puntata del programma radiofonico Sportello Italia andata in onda lo scorso 6 ottobre, uno di loro, Alessandro Marinello. Un’idea  diventata concreta con la realizzazione di 250 mq di verde che ospitano ben 15.000 piante. Oggi SUNDAR Italia è l’unica azienda al mondo che si dedica esclusivamente ai giardini verticali, senza combinare  vivaismo o florovivaismo.
Due i punti di forza dell’azienda, così come evidenziati da Marinello: lo sviluppo interno di tutte le fasi dalla progettazione alla produzione, passando per l’impiantistica e la tecnologia e la personalizzazione dell’esperienza assicurata al cliente, libero di scegliere le modalità di progettazione, l’installazione e il mantenimento.

Oltre ad avere una radicata presenza sul mercato italiano, SUNDAR Italia ha raggiunto 14 paesi da Londra a Dubai e ha tra i suoi clienti principali aziende, strutture commerciali e turistiche. Nel prossimo futuro punta ad espandersi ulteriormente all’estero e a valorizzare vantaggi in termini di riduzione dell’impatto sull’ambiente, grazie alla ricerca e allo sviluppo di nuove tecnologie e alla collaborazione con il mondo accademico e della ricerca, come quella attualmente in corso con il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR).  Affinché del “verde verticale” non si evidenzi solo il valore estetico, ma anche i benefici per l’ambiente nel senso più ampio del termine, comprendendo le specie vegetale, animale e umana, sulla base di solidi dati scientifici.
Seppure presenti indubbi vantaggi, in Europa lo sviluppo dei giardini verticali incontra ostacoli sia di natura normativa che pratica. Tra i primi, ad esempio, il Regolamento europeo sulla produzione e l’etichettatura dei prodotti biologici del 2020 che riconosce la terra come elemento imprescindibile per poter definire un prodotto ” biologico”.

Inoltre l’industria dei giardini verticali del nostro continente soffre di alcune difficoltà peculiari che la differenziano da altre aree come gli USA. Tra questi la presenza di colture tradizionali disponibili a costo ridotto un alto costo del lavoro, la velocità nel trasporto dei prodotti, una discreta densità abitativa sui territori.
Ad oggi quello delle fattorie verticali è un settore in cui l’esperienza nelle diverse fasi del processo (dalla pianificazione, passando per la realizzazione, la gestione fino ad arrivare al mantenimento) è ancora scarsa. Si tratta di un modello tuttora in via di sperimentazione in cui, inevitabilmente, si procede per tentativi. Per poter affrontare la difficoltà principale: non tanto la realizzazione in sé per sé di un giardino verticale, quanto la costruzione un modello di business solido. E che sappia tener conto anche dei dubbi di alcuni, che per motivi igienici e pratici (presenza di animali e gestione del verde) potrebbero avere qualche riserva nello scegliere di abitare in appartamenti dotati di giardini verticali.
È molto probabile che nel prossimo futuro i giardini verticali non rimpiazzeranno, piuttosto integreranno, l’agricoltura tradizionale. Perché non adattabili né remunerativi per tutti i tipi di coltivazioni. La maggiore compatibilità si riscontra nelle verdure a foglia verde che possono crescere rapidamente in spazi interni relativamente ridotti, così come nelle colture che non richiedendo necessariamente la luce solare diretta, godono dell’illuminazione artificiale a LED.

Pur considerando benefici e sfide di questo approccio, che lasciano ampi margini di incertezza sul futuro dell’industria, non si può negare che le fattorie verticali rappresentino una vera rivoluzione, anche culturale. Si diffonde un nuovo concetto di “mangiare locale” che, se avrà successo, sarà capace di soddisfare anche i desideri del consumatore più esigente e capriccioso. Consentendo, ad esempio, di gustarsi, in pieno inverno, una coppa di fragole prodotte localmente. E per giunta, trattandosi di una coltura rispettosa dell’ambiente e a “chilometro zero”, senza provare alcun senso di colpa.