Quando la scuola diventa un campo di tensione

L’aggressione a Parma di due docenti: il dibattito sulla violenza giovanile, sulla crisi dell’autorevolezza educativa e sulla solitudine degli insegnanti

L’aggressione subita da due docenti dell’ITIS di Parma non può essere archiviata come un semplice episodio di cronaca nera scolastica. Non basta indignarsi, invocare punizioni esemplari o liquidare tutto con l’ennesimo “I ragazzi di oggi non hanno più rispetto”. Quando degli adolescenti arrivano a colpire fisicamente degli insegnanti, il problema non riguarda solo la disciplina: riguarda il tipo di legame sociale che stiamo costruendo.

La scuola è sempre stata un luogo di conflitto. Lo è perché è il luogo in cui si cresce, si incontrano il limite, la frustrazione, il giudizio, il confronto con l’altro. Ma oggi quel conflitto sembra sempre più spesso incapace di trovare parole, forme di elaborazione, contenimento. E quando la parola arretra, avanza il corpo. Avanza la violenza. Forse dovremmo smettere di chiederci soltanto “come punire” e iniziare a domandarci perché, per alcuni ragazzi, l’aggressività sia diventata un linguaggio possibile.

Viviamo in un tempo che espone continuamente i giovani a modelli relazionali aggressivi, competitivi, esasperati. Un tempo in cui si fatica a tollerare la frustrazione, in cui il limite viene vissuto come un’umiliazione personale e non come parte della crescita. In cui il gruppo spesso amplifica la rabbia invece di contenerla. Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui, attribuendo ogni responsabilità agli adolescenti. Anche il mondo adulto deve interrogarsi.

Negli ultimi anni la figura dell’insegnante si è progressivamente indebolita sul piano simbolico. Non parlo dell’autoritarismo del passato, che nessuno rimpiange, ma dell’autorevolezza: quella forma di riconoscimento che permette a un adulto di essere percepito come guida, riferimento, presenza educativa. Oggi molti docenti avvertono invece una crescente delegittimazione sociale. La scuola viene spesso raccontata come inefficiente, distante, incapace; l’insegnante come burocrate, sorvegliante o semplice erogatore di servizi. In questo clima, educare diventa sempre più difficile. Eppure la scuola continua a svolgere un compito enorme e spesso invisibile.

Dentro le classi entrano ogni giorno fragilità emotive, rabbie familiari, solitudini, dipendenze digitali, ansie, disorientamenti. Gli insegnanti non trasmettono soltanto contenuti: provano, spesso senza strumenti adeguati, a contenere un disagio crescente. A reggere tensioni che vanno ben oltre la didattica.

Per questo l’episodio di Parma colpisce così profondamente tanti docenti: non solo per la violenza fisica, ma perché rende visibile una sensazione diffusa di esposizione e vulnerabilità. Molti insegnanti conoscono già quella paura, anche se in forme meno estreme: la paura del conflitto che degenera, della parola che non basta più, della solitudine istituzionale.

C’è poi un altro aspetto inquietante: la spettacolarizzazione della violenza. Oggi molti episodi vengono filmati, condivisi, commentati. Il gesto violento non è più soltanto un’esplosione di rabbia: diventa rappresentazione, contenuto, performance per un pubblico reale o virtuale. E questo modifica profondamente il rapporto con la responsabilità. Se tutto può diventare video, allora anche il dolore rischia di trasformarsi in spettacolo.

Naturalmente la gravità di ciò che è accaduto non va minimizzata. La scuola non può rinunciare al limite, né confondere comprensione e giustificazione. Alcuni comportamenti richiedono conseguenze chiare. Ma il compito educativo non può esaurirsi nella punizione. Una società adulta dovrebbe chiedersi anche come ricostruire il senso della responsabilità, come impedire che un ragazzo venga identificato per sempre con il suo errore, come restituire valore alla relazione educativa.

Forse la domanda più importante è un’altra: che cosa accade a una comunità quando gli adulti non sono più riconosciuti come figure credibili e i giovani non trovano strumenti per trasformare il disagio in parola?

La scuola resta uno dei pochi luoghi in cui generazioni diverse continuano ancora a incontrarsi davvero. Difenderla non significa idealizzarla, ma riconoscere che dentro quelle aule si gioca qualcosa che riguarda tutti: il modo in cui una società insegna a convivere con il limite, con il conflitto, con l’altro.

E forse è proprio da qui che dovremmo ripartire. Non dalla paura, non dalla nostalgia dell’autorità perduta, ma dalla necessità urgente di ricostruire relazioni educative autorevoli, credibili e umane.

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