Cinquant’anni fa, I limiti alla crescita espose in dodici scenari grafici la problematica globale, già intuita dal Club di Roma e dal suo fondatore Aurelio Peccei. I super calcolatori del Massachusetts Institute of Technology proiettarono centinaia di equazioni non lineari del modello matematico-informatico World 3 verso il 2100; in modo da anticipare le tendenze di capitale industriale, popolazione, produzione alimentare, disponibilità di risorse esauribili e inquinamento.
L’hybris moderna nelle prime tre contro la finitezza del mondo nelle seconde due. Risultò che soltanto la scelta di limitare l’espansione economica materiale e la crescita demografica umana, evitava gli scenari tragici del collasso. Di recente, Gaya Herrington ha confrontato i dati elaborati da Wold 3 con quelli effettivamente registrati.
Il modello ha un’ottima capacità predittiva. Anche se, i grafici inclinano lentamente al peggio. Come il pianeta stesso dimostra. Gli uomini sono stati cacciatori e raccoglitori per la maggior parte del loro tempo, abitando un clima instabile. Poi – circa diecimila anni fa – l’Olocene ha inaugurato l’era climatica mite, oscillazioni entro il mezzo grado, in più o in meno. Proprio allora è cominciata l’agricoltura, con tutto ciò che ha comportato. Dalle prime ciminiere della Rivoluzione Industriale ad oggi invece, la temperatura globale media è aumentata di un grado intero.
La svolta epocale dell’Antropocene.
Così, il Club di Roma ha pubblicato il suo nuovo rapporto: Una terra per tutti (Edizioni ambiente, 2022). Vale la pena di leggerlo. Perché in un cinquantenario di tempo sprecato, rimane poco spazio: per frenare a curva stretta, prima di correre fuori strada. La nuova pubblicazione, rispetto ai rapporti precedenti, pur basata sul nuovo modello matematico-informatico Earth4All, privilegia il racconto divulgativo dei cinque grandi cambiamenti; cambiamenti necessari al cambiamento grande.
Povertà
Un miliardo di persone fortunate consuma il 72% delle risorse disponibili. Mentre un miliardo e duecento milioni di sventurati condivide l’1%. Per affrontare il dramma, i paesi poveri devono continuare la crescita economica tradizionale a tassi che superino la media globale. Un obiettivo difficile.
Le maggiori istituzioni economiche internazionali promuovono un’economia aperta per capitali in entrata e uscita. Ma, il grande investimento internazionale si è mostrato poco adatto a finanziare l’infrastrutturazione di base, accrescere il consumo e il lavoro a livello locale, costruire un’economia sostenibile. Specialmente quando l’investimento degli stati è frenato dai debiti. Nel 2020, il debito dei paesi a basso reddito ha raggiunto gli 860 miliardi di dollari.
Difficile reagire. Misure protezionistiche – necessarie nelle prime fasi dell’industrializzazione – o perfino limitazioni all’importazione dei rifiuti del Nord, rischiano di finire in qualche tribunale internazionale, quali ostacoli al libero scambio. Al contrario delle tecnologie verdi che circolano meno di quanto occorrerebbe, perché i regolamenti sulla proprietà intellettuale pongono condizioni tanto onerose, da rendere preferibile inquinare o privarsi dei farmaci. Infine, la beffa delle conferenze internazionali che pianificano la riduzione delle emissioni, osservando i luoghi di produzione (poveri) anziché quelli di consumo (ricchi).
Secondo Una terra per tutti, i paesi a economia avanzata dovrebbero cancellare gran parte del debito e impedire alle proprie multinazionali di andare a inquinare altrove. Mentre le politiche ambientali dei paesi poveri dovrebbero essere finanziate con la riforma dei diritti speciali di prelievo (Dsp) al Fondo Monetario Internazionale, da non commisurare più al Pil del richiedente, il che significa dare ai ricchi.
Disuguaglianza
Alcuni paesi hanno costruito società piuttosto egualitarie. Tanto la ricca Finlandia, quanto la povera Costa Rica spiccano per mobilità sociale, salute, fiducia, bassa criminalità e molti altri parametri rispetto ai loro vicini. E non di poco. Intanto il 10% globale agiato, altera il clima con il 48% delle emissioni.
In Una terra per tutti è opportuno riservare al 10% dei cittadini più ricchi, non oltre il 40% della ricchezza. Oltre, coesione sociale e capacità d’investimento a lungo termine ne risentono. Ad esempio, troppa disuguaglianza può impedire di aumentare le tasse sui combustibili inquinanti, come accaduto in Francia. Eppure dagli anni Settanta, l’iniquità cresce.
L’inversione di rotta dovrebbe passare per sistemi fiscali di tassazione progressiva. Un’imposta di successione che argini la maggior espansione della rendita finanziaria, rispetto gli stipendi da lavoro. Forte potere negoziale dei lavoratori. E una tassa globale minima sui guadagni delle multinazionali, ben superiore al misero 15%, stabilito dal G20 del 2021.
Infine, occorrono forme di dividendo base universale. In Alaska, le tasse petrolifere finanziano un fondo capace di erogare ogni anno fino a 2000 dollari per ogni cittadino; non soltanto alle persone in difficoltà. Condurre le politiche ambientali con il sostegno delle classi medie è condizione di successo. Ma ci sono anche altre esternalità da mettere a bilancio, ad esempio chi guadagna, immettendo carbonio nell’atmosfera di tutti, potrebbe risarcire gli altri finanziando istituti simili.
Emancipazione
Le donne contano almeno il 50% della popolazione. Tuttavia nel 2022, soltanto il 35% del reddito globale è stato femminile. Mentre la proprietà fondiaria non è arrivata al 20%. Una terra per tutti vuole migliorare istruzione, lavoro, reddito, rappresentanza politica ed economica delle donne. Anche perché, oltre l’equità, ciò farà bene all’ambiente.
Gli anni Settanta temettero una bomba demografica che per fortuna non è scoppiata. Tuttavia, alla decrescita delle popolazioni benestanti, si affianca ancora la demografia vivace di altre regioni, soprattutto in Africa. Il che preme sui limiti ambientali e rischia di spartire le risorse in troppi piatti. Istruzione (gratuita), sanità (gratuita), lavoro e previdenza sociale significano emancipazione femminile, abbassano la fecondità media e consentono alle donne una pianificazione familiare efficace.
Alimentazione
Oggi quasi una persona su dieci vive in condizioni di insicurezza alimentare grave. Più di ottocento milioni non mangiano a sufficienza. Nel 2017, l’8% delle morti è stata attribuita all’obesità, tipica della dieta occidentale. Intanto l’agricoltura è la prima responsabile di deforestazione ed estinzione di massa, genera considerevoli emissioni climalteranti, sparge residui dannosi di fertilizzanti e pesticidi. Lo spreco sconcerta, un terzo del cibo finisce nel cestino.
Eppure, entro metà secolo, occorrerà produrre più alimenti (Fao stima +50%) ma nel rispetto dei limiti planetari e nonostante difficoltà climatiche, difficilmente prevedibili. Con l’incognita della corrente a getto ovest-est che scorre nell’atmosfera di entrambi gli emisferi ma in preoccupante rallentamento, dal quale risultano forti ondate di calore nocive ai raccolti. Le Primavere Arabe hanno già mostrato il legame tra tensione sociale e prezzo dei cereali. Altro problema discende dai combustibili fossili che alimentano campi e supermercati di acqua, prodotti chimici e fertilizzanti, a spese della fecondità naturale, in un circolo vizioso. Perfino il nostro sistema alimentare con il prezzo dei prodotti, dipende dal petrolio.
Una terra per tutti sostiene l’agricoltura di precisione, locale e rigenerativa: copertura arborea dei campi, rotazione delle colture, compostaggio tengono in salute suolo e falde, custodiscono il carbonio per terra, anziché nell’atmosfera. La transizione è costosa ma l’agricoltura industriale globale riceve sovvenzioni per un milione di dollari ogni minuto. Vincolare prestiti agricoli agevolati a pratiche sostenibili, potrebbe accompagnare sulla via giusta.
Energia
L’energia fossile sostiene la base dell’economia moderna. La revisione del sistema energetico rappresenta un cambiamento strutturale, quanto necessario a evitare la catastrofe climatica. Nel 2016, eolico e solare producevano il 5% della corrente elettrica. Nel 2021, la percentuale è raddoppiata. Una crescita rapida. Ogni apparecchio in grado di funzionare a corrente elettrica dovrebbe farlo.
Tuttavia, Una terra per tutti sottolinea il ruolo dei governi. Il mercato non impedirà che la temperatura globale media cresca oltre il grado e mezzo. In oltre, una transizione iniqua sarà molto difficile: a livello internazionale e dentro gli stati. Storicamente, la scarsa popolazione dei paesi ricchi ha prodotto l’85% delle emissioni globali. Quanto alle fasce di reddito, il 10% superiore copre il 50% dell’impronta carbonica. Infine, occorrerà vincere la resistenza dei settori legati agli idrocarburi.
Per fortuna, economicità e possibilità tecnica inclinano al meglio. Sebbene in un sistema economico improntato al breve termine, occorrono incentivi pubblici: oltre che avvenire, la sostituzione degli impianti inquinanti deve avvenire in tempo. Stati Uniti, Cina e Unione Europea farebbero bene investire il triplo in “pale e pannelli”.
Cinquant’anni di studi promossi dal Club di Roma indicano come i benefici di un sistema sano valgano l’impegno necessario al cambiamento. Tuttavia, la riorganizzazione proposta è radicale. Diversi studi hanno stimato i costi della riforma ecologica, oscillando tra il 2% e il 4% del Pil globale. L’allunaggio è costato il 2% del Pil americano per un decennio. L’ultima pandemia ha convinto i governi del mondo a mobilitare il 10%. È una questione di qualità.
Le cinque svolte che abbiamo ripercorso in sintesi, sfidano la rendita finanziaria a breve termine, il dominio degli asset di carta sull’economia reale, le basi stesse del neoliberismo. La problematica di Aurelio Peccei è teoria economica, ovvero cultura umana.
