La Rivoluzione Industriale con la sua scienza e la sua tecnica, ha impresso una svolta senza precedenti a alla storia umana, incrinando il rapporto armonioso tra la specie Homo sapiens e il suo stesso ambiente. Naturalmente, senza mutare il fatto che la vita della prima dipende dal secondo. In particolare l’economia e il sistema produttivo moderni hanno assunto dimensioni qualitative e quantitative estranee alla scala dei cicli vitali planetari. Tra occupazione degli ambienti, estrazione delle risorse ed immissione di prodotti scarto inquinanti o alieni alla natura perché di nuova sintesi chimica.
Per questa ragione, dal punto di vista umano, la problematica è soprattutto questione economica. Un’identità da tenere presente, per comunicare bene le nostre difficoltà con l’ambiente. Così tra le diverse forme mediatiche, quella del film documentario ha trovato grande risalto, per capacità di incrociare ecologia ed economia, raccontare l’essenziale e intrattenere il pubblico più ampio in maniera vivace. A partire da documentari italiani come Food for profit per la terra, o Until the end of the world per il mare. Due esempi affatto isolati. Ai quali vale la pena di aggiungere alcuni altri consigli, di buona visione.

Buy Now
Buy Now: l’inganno del consumismo è un documentario del 2024, diretto dal regista britannico Nic Stacey, prodotto da Grain Media e distribuito da Netflix. In Buy Now, una voce narrante sintetica e una grafica largamente artificiale accompagnano lo spettatore nel viaggio attraverso lo spreco che fa male al pianeta. Incorniciando le testimonianze degli ex dipendenti dell’ufficio
marketing o altissimi dirigenti pentiti, con i grandi negozi virtuali e fisici, spiegati nelle strategie di vendita perverse, fino alle discariche.
Più che l’approfondimento, la linea è quella di un messaggio semplice ma forte: la pubblicità opera perché i nostri livelli di produzione e consumo rimangano ben più alti di qualunque possibile sostenibilità. Non c’è riciclo che tenga.

L’abbigliamento (fast fashion) e l’elettronica di consumo rappresentano i settori peggiori. Le cui tecniche pubblicitarie sanno convincerci sempre più spesso ad acquistare oggetti poco utili, buttando nel cestino prodotti ancora adeguati dal punto di vista funzionale, perché percepiti come non più soddisfacenti. Ad esempio, se un tempo il settore dell’abbigliamento conosceva due stagioni, oggi le collezioni ruotano novità mensili. Una stima valuta la produzione di Gap, H&M, Zara e Sheine, rispettivamente in 12.000, 25.000, 36.000, 1.3 milioni di capi ogni anno.
Anticipiamo solo alcune conseguenze di tanta produzione e consumo. Avvolte i marchi ritirano l’usato in cambio di uno sconto e la promessa di aiutare i poveri. Così, in Ghana vivono circa trenta milioni di persone che ogni settimana ricevono quindici milioni di capi che nessuno vuole. Quindi i vestiti finiscono sparsi in mare e ovunque, con le loro microplastiche.
In Germania, un investigatore ha inserito il suo localizzatore dentro un monitor a cristalli liquidi, prima di avviarlo al canale di riciclo legale. Il viaggio raggiunge un impianto di trattamento a Dresda, il porto di Anversa e oltre mare, la Thailandia. Fino a una sorta di cortile pieno di rifiuti elettronici, dove gli operai “riciclano” i dispositivi come possono, avvolti dalle polveri tossiche.
La grande sfida
La grande sfida è un documentario in due episodi (L’uomo e l’ambiente 1800-1972, L’uomo e l’ambiente 1972-2023) del 2023, diretto dalla regista Fedora Sasso, prodotto da Rai Cultura e attualmente disponibile su RaiPlay. Tra gioielli di repertorio, interviste autorevoli e temi attuali.
La narrazione adotta una duplice prospettiva. Globale: dalla Rivoluzione Industriale quale origine dello squilibrio nel rapporto tra uomo e ambiente, alle enormi problematiche di sanità pubblica derivatene, fino alla storia dei primi movimenti ambientalisti anglosassoni. E italiana: nella ricostruzione della versione nazionale degli stessi fenomeni. Due piani destinati a confluire nel Secondo Dopoguerra, con la civiltà moderna che accelera e raggiunge tutti i continenti.

Come mostrò l’industriale torinese Aurelio Peccei, imprimendo una svolta al movimento per l’uomo e per l’ambiente, con la fondazione del Club di Roma e la pubblicazione dello studio, The limits to growth. Il documentario ha il merito di ricordare la vicenda di Peccei, pur citando lo studio epocale che questi promosse, secondo la vecchia titolazione, I limiti allo sviluppo (Mondadori, 1972), piuttosto che secondo quella corretta I limiti alla crescita.
Modello di come La grande sfida riesca a spiegare in maniera semplice il concetto di limite naturale e la vita delle comunità locali, quale riflesso di un solo pianeta, è la vicenda dell’austerità energetica degli anni Settanta. Con la guerra arabo-israeliana dello Yom Kippur, l’embargo petrolifero ai paesi vicini a Israele, il prezzo del greggio quadruplicato, l’interesse collettivo prioritario di risparmiare e l’accettazione sociale necessaria alla soluzione efficace. Ovvero rinunciare all’automobile ogni domenica, per risparmiare il 20% sulla bilancia commerciale nazionale.
Il caso storico che precede le considerazioni forti del presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato, «Gli italiani le accettarono allora, come le hanno accettate anche in occasione della pandemia. È importante ricordarselo. È importante perché il tema che più oggi ci preoccupa, il cambiamento climatico, imporrà ancora di più regole di questo genere. E rispetto a ciò che probabilmente sarà per noi necessario, quelle di allora e quelle della pandemia, sono solo delle prove generali».

Gasland
Gasland è un film documentario del 2010, diretto dal regista statunitense Josh Fox e prodotto da International WOW Company. Soprattutto, però, dopo quindici anni, Gasland sta diventando sempre più attuale. In ragione, del conflitto russo-ucraino con le sanzioni economiche che hanno portato numerosi paesi europei a moltiplicare le importazioni di gas liquefatto americano, dell’espansione continua di una tecnica estrattiva quale la fratturazione idraulica, come dell’aggravarsi del riscaldamento climatico. E nonostante che il grande successo negli Stati Uniti, con il seguito di GasLand Part II (2013), la risposta dell’industria petrolifera con il cortometraggio TruthLand (2012) e l’ampia discussione suscitata non abbiano ispirato una versione italiana oltre i
sottotitoli.
In ogni caso, il documentario indaga la fratturazione idraulica (fracking), applicata per l’estrazione del gas naturale – o petrolio – dai cosiddetti giacimenti non convenzionali. Una tecnica dagli impatti ambientali estremi. Tra fratture aperte negli strati di terreno, immissione in profondità di centinaia di sostanze chimiche inquinanti e dispersione di gas o petrolio nei sistemi idrici come direttamente in atmosfera. Perché una volta sconquassato in terreno molto viene estratto e molto finisce un po’ ovunque. Senza contare come queste tipologie di combustibili fossili contengano più carbonio e impurità di quelli convenzionali, aggravando l’impatto sul clima. Del resto l’amministrazione di George W. Bush dovette esentare la fratturazione idraulica dal rispetto di una tra le pietre miliari della legislazione ambientale americana, il Safe Drinking Water Act’s (1974), per cominciare i lavori.

In questo modo, Fox racconta bene gli interessi economici ma soprattutto gli impatti sulla vita delle persone che abitano nei pressi dei pozzi. Tra torrenti di acqua gassata, allevatori in crisi, malattie degenerative, inquinamento dell’aria e delle forniture idriche domestiche (molti americani usano acqua di pozzo), risarcimenti ingenerosi e accordi legali di riservatezza. Perché il modello di sviluppo prevede l’estrazione a costo di avvelenare l’acqua e l’aria, il logoramento dei cittadini nei processi, per poi offrire la via di uscita con qualche compensazione.
Ciò nonostante, molte persone hanno raccontato la loro storia. Jeffery e Rhonda Locker sono vissuti nelle campagne del Wyoming per trent’anni, poi sono arrivati i pozzi, l’acqua del rubinetto è diventata velenosa e hanno accettato un filtro da 21.000 dollari. Quattro anni dopo la neuropatia. E il filtro è risultato impotente contro l’etere glicolico. Da allora hanno scelto l’autobotte e hanno smesso di rispettare l’accordo del silenzio. O Mike Markham e Marsha Mendenhall che hanno procurato il fotogramma cui il film deve tanto successo. Mike apre il rubinetto di casa, esce l’acqua, avvicina l’accendino. Pochi secondi e la fiammata di Gasland.

