Regista non mi definisco neanche adesso. Perché mi definisco giornalista, prestato un po’ ai documentari. Ho un percorso di studio, di gavetta e di lavoro che riguarda il giornalismo.
Sempre avuta. Ho cominciato a studiare giornalismo all’Università di Perugia. E ho continuato per quella strada che mi ero prefissato, testardamente. Dopo diversi anni mi sono trovato a lavorare con i video. Mi è piaciuto. Ho avuto la voglia di sperimentare un formato più lungo. E mi sono trovato alle prese con il primo documentario. Avere un’ora di tempo per raccontare delle questioni complesse, permette di tirare fuori delle cose che con i servizi più brevi non vengono fuori. Non solo i problemi ma anche i collegamenti tra problemi.

Il primo documentario, Deforestazione made in italy. Fare un articolo in cui mostri che c’è un’azienda che importa legno da un’area deforestata brasiliana, lascia pensare che quell’azienda sia un caso isolato. Fare un documentario che mostra tante aziende, di diversi settori, di diverse dimensioni, aziende familiari, multinazionali che si comportano tutte allo stesso modo, perché se qualcuna tenesse un comportamento virtuoso sarebbe tagliata fuori dal mercato, spiega che il problema non è l’atteggiamento singolo.
È una questione di regole, di sistema, di mercato. Il documentario permette di raccontare questa cosa. Rendendola interessante. Ma restituendo anche la complessità.
Lavorare come giornalista non è facile. Mi sono dovuto ritagliare un percorso indipendente. Che mi ha portato a fare quello che faccio adesso. E di documentari, ormai ne ho fatti tre, con una narrazione comune. Così aveva senso un contenitore per metterli assieme. Ed è nato il progetto One Earth. Nelle intenzioni iniziali, voleva essere un progetto allargato ad altri. Che potesse crescere, con vari argomenti.
Per ora rimane ancorato ai temi su cui lavoro io. Ma, nonostante questi siano documentari a micro budget, ci sono anche altre persone che collaborano.

Il secondo documentario One earth tutto è connesso collegava la crisi climatica, della biodiversità, della distruzione degli ecosistemi, delle nuove malattie, con il sistema alimentare. E raccontava la crescita esponenziale della zootecnia. Se tu vai a vedere i meeting Onu, tutti quanti sono d’accordo che il sistema alimentare mondiale vada urgentemente cambiato. Until the end of the world approccia il tema delle soluzioni, partendo dalle finte soluzioni.
Nell’indagine su questi allevamenti intensivi di terra, mi sono imbattuto in tante notizie di finanziamenti per cambiare il sistema alimentare, investendo in allevamenti intensivi di mare. Volevano far crescere gli allevamenti di pesce, per ridurre gli allevamenti di carne. E mi stonava. L’inizio è stato quello di andare a vedere, se davvero questi allevamenti di pesce erano sostenibili o se al contrario replicavano i problemi degli allevamenti industriali a terra.

Il documentario è un documentario indipendente, per cui ha una distribuzione indipendente. Va pesato questo. Però noi siamo super contenti di come è andato. Ha creato un dibattito anche in Italia, sugli allevamenti di pesce. Dico anche in Italia, perché è stato visto anche in qualche altro paese. Dove il tema doveva essere raccontato meglio. In particolare in Grecia, dove la rete di comunità che si oppongono all’espansione sconsiderata degli allevamenti di pesce sulle coste, ha adottato il documentario, proiettandolo nei vari paesi. Questi sono, per noi, risultati con un impatto tangibile. È bello. Poi c’è stato tanto passa parola.
Inoltre, il film è uscito in concomitanza con Food for Profit della Innocenzi che ha creato tantissimo dibattito sugli allevamenti intensivi di terra. E tanti ci hanno visto l’altra faccia della medaglia, negli allevamenti intensivi di mare. Ancora dura, ci sono proiezioni che vanno avanti.
In entrambi i casi, spesso, riscontri un leggero miglioramento. C’è uno sforzo di fare le cose un pochino meglio. Ma questo non è abbastanza. Va proprio cambiato modello. Ti faccio un piccolo esempio che riguarda il film sui pesci. Ipotizziamo che oggi servano due chili di pesce selvatico per nutrirne uno di salmone. In Africa vengono sottratti i pesci selvatici, portati in Norvegia, per fare dei mangimi, che vengono dati ai salmoni, che vengono esportati in America. E chi lavora nell’acquacoltura ti dice che c’è tanto investimento per ridurre il rapporto, quando sarà uno a uno, saremo sostenibili.
Il punto è che non è così. Primo: se anche arrivassi in pari, faresti comunque tutti questi trasferimenti incredibili di materie prime, pesci, mangimi, prodotto, trasformazioni, invece di lasciar mangiare direttamente il pesce ai senegalesi. Secondo: mentre riduci il rapporto, la strategia nazionale norvegese è di raddoppiare la produzione. In termini assoluti, se il rapporto diventa uno a uno e raddoppi la produzione, la pressione sui pesci selvatici raddoppia. Finché abbiamo un consumo esagerato, di pesce, carne, automobili, usa e getta, energia, plastica, quello che vuoi, non risolvi davvero il problema. Dobbiamo fare un cambio radicale.

È sempre stata la mia paura. Spesso, ho il timore che nei festival ambientali il pubblico sia già molto consapevole dei temi di cui parliamo. Rispetto a quanto posso essere uscito da questa cerchia, sono contento. Io tratto temi trasversali, cibo, ambiente, allevamenti. Quindi pubblici variegati. Per esempio, Slow Food ha apprezzato molto il film, si è fatta promotrice. Però Slow Food non è allineatissima su tutti contenuti. È stato interessante incontrare tanti gruppi Slow Food. Che per certe cose magari la pensano diversamente.
La cosa che mi ha colpito tanto, è rimasta fuori documentario: la tradizione del sushi non prevede il salmone. L’industria norvegese ha cominciato ad allevare i salmoni, ha avuto tanto successo e tanta sovrapproduzione. Dall’altra parte, negli anni Novanta, cominciava la moda del sushi ma c’era carenza di pesce. Quindi hanno fatto uno più uno, davanti a un tavolino. E hanno deciso che il salmone diventava parte integrante del sushi.
Questa cosa è fortemente simbolica di come i nostri consumi siano molto eterodiretti tramite pubblicità, informazione, convegni, nutrizionisti. Ci sono dei canali tramite i quali vengono imposte le abitudini di consumo.

La parte più autosufficiente del film è la scena in Senegal, della signora che racconta di essere rimasta sola. Tutte le colleghe che lavoravano all’essiccazione sono andate via. Perché non arriva più pesce. Se lo è preso la fabbrica di mangimi.
Sugli allevamenti di pesce consiglierei The new fish dei giornalisti norvegesi Simen Saetre e Kjetil Ostli. Un compendio su tutto quello che c’è da sapere sugli allevamenti di salmone. Dentro ci sono delle cose che mi hanno lasciato sorpreso. A parte l’aneddoto del sushi, la ricerca genetica violenta sui salmoni. Ci sono dei momenti, in cui è stato scelto di creare specie deformi. Eticamente una follia. Mi ha proprio inquietato. Come documentario, banalmente, Seaspiracy.

Sul tema allevamenti, tanti sono rimasti folgorati dal libro Se niente importa di Safran Foer. Come documentari, un po’ di nicchia, Alma, di Patrick Rouxel, un cineasta francese bravissimo. Racconta la deforestazione in Amazzonia, senza parlare.
A gennaio esce un micro documentario di dodici minuti, sul salmone scozzese. Sono stato in Scozia. E il prossimo documentario sarà sull’accesso alle risorse agricole. Modelli che funzionano e modelli che non funzionano. Conflitti per la terra, tra chi vuole fare business e chi vuole sfamare le persone. Questi argomenti qua. Il paradosso di base, l’anima di questo documentario, è che noi abbiamo già di che sfamare dieci, dodici miliardi di persone. Si tratta di gestire le risorse, dividerle in maniera equa, senza applicare la legge del più forte che prende tutto.
