Perchè i giovani bevono meno alcol
Inversione di tendenza tra la Gen Z: non solo motivi di salute ma anche fattori economici e tecnologici sembrano limitare l’uso di bevande alcoliche
La Generazione Z beve meno alcol rispetto alle generazioni precedenti, ma il motivo non è soltanto una maggiore attenzione alla salute o all’immagine. A pesare sono soprattutto fattori economici, tecnologici e demografici, come evidenzia una ricerca di RaboResearch dedicata al mercato statunitense, il più grande consumatore di vino al mondo. Secondo lo studio “The real reasons Generation Z is drinking less alcohol”, i giovani della Gen Z hanno meno reddito disponibile: molti sono ancora studenti o all’inizio del percorso lavorativo. A parità di età, la quota di reddito spesa in alcol è simile a quella dei Millennials, ma il reddito complessivo è inferiore. In dieci anni, la spesa dei giovani per bevande alcoliche è calata di circa un terzo.
Un altro elemento chiave è il cambiamento delle abitudini sociali. La diffusione degli smartphone e dei social network ha ridotto le occasioni di incontro fisico, mentre il controllo sociale — tra geolocalizzazione e rischio di esposizione online — rende comportamenti come il binge drinking meno frequenti. Ne deriva un ritardo nell’iniziazione al consumo di alcol e una maggiore cautela. Incide anche la demografia. La Gen Z è la generazione più diversificata di sempre negli Stati Uniti e circa il 50% appartiene a gruppi etnici che tradizionalmente consumano meno alcol. Inoltre, le donne, oggi prevalenti tra i giovani consumatori, tendono a bere meno rispetto agli uomini.
Accanto a questi fattori, emerge una crescente attenzione ai temi della salute, seppur non ideologica. La comunità medica è sempre più concorde nel sottolineare che non esiste una quantità di alcol completamente priva di rischio: anche consumi moderati sono associati a un aumento della probabilità di sviluppare alcune patologie, in particolare tumori, malattie epatiche e cardiovascolari. Un messaggio che, complice la maggiore circolazione di informazioni online, ha contribuito a un approccio più prudente da parte dei giovani.
Nel dibattito sulla salute rientra anche il tema dei solfiti, spesso chiamati in causa nel rapporto tra vino e benessere. Dal punto di vista medico, i solfiti sono conservanti utilizzati per stabilizzare il prodotto e prevenire alterazioni, e solo una piccola percentuale della popolazione — in particolare soggetti asmatici o allergici — può manifestare reazioni avverse. Tuttavia, nell’immaginario di molti giovani consumatori i solfiti sono diventati un simbolo di “artificialità”, alimentando la percezione che il vino sia meno “naturale” rispetto ad altre bevande. Questa sensibilità spiega anche il crescente interesse verso vini biologici, biodinamici o a basso contenuto di solfiti, più che una reale emergenza sanitaria.
Secondo RaboResearch, con l’aumentare dell’età e del reddito anche il consumo di alcol della Gen Z crescerà, ma non tornerà ai livelli delle generazioni precedenti. Alcune dinamiche, come la riduzione delle occasioni sociali fisiche, appaiono strutturali. Il vino potrebbe risentirne più di altri segmenti, mentre gli spirits sembrano intercettare meglio le nuove preferenze.

E per quanto riguarda il Bel Paese?
In Italia la situazione del rapporto tra Generazione Z e alcol è un po’ diversa da quella che a volte si racconta all’estero, e i dati più recenti mostrano un quadro sfumato piuttosto che un netto rifiuto del bere.
Secondo un’analisi basata su indagini di mercato:
- solo il 24 % dei giovani della Gen Z dichiara di aver ridotto il consumo di alcol rispetto a un anno fa, una quota minore rispetto alla media dei consumatori complessivi.
- il 46 % mantiene stabili le quantità,
- il 13 % beve di più,
- e il 17 % non beve affatto.
Questi numeri mettono in discussione l’idea di una “Generazione Z sobria” assoluta, mostrando che molti giovani italiani continuano a bere in modo simile alla media, con preferenze che includono cocktail “instagrammabili” e birra.
Una parte dei giovani (circa il 17 %) dichiara di optare per bevande a bassa o nulla gradazione alcolica, percentuale più alta rispetto alla media globale.
Altri dati (come quelli diffusi da indagini sui consumi giovanili) indicano che molti under 30 italiani:
- modulano l’assunzione scegliendo quantità minori o occasioni più leggere
- e mostrano interesse per bevande “lifestyle” non alcoliche o a basso contenuto alcolico.
In Italia, quindi:
- non c’è un rifiuto totale dell’alcol da parte della Gen Z,
- né una tendenza uniforme a bere meno rispetto alle generazioni precedenti,
- ma piuttosto una maggiore moderazione, e scelte di consumo più ragionate e diversificate.
Molti giovani non abbandonano del tutto l’alcol, ma lo integrano in modi che riflettono stili di vita, contesti sociali e preferenze personali più che un vero e proprio “sober turn”. Lo scenario italiano si inserisce in un contesto culturale mediterraneo dove il consumo di vino e alcol è tradizionalmente associato a pasti e occasioni sociali; negli ultimi anni questi modelli stanno evolvendo, con giovani che cercano esperienze di consumo più leggere o legate a momenti conviviali meno strutturati. Per il settore del vino e degli alcolici la sfida è, dunque, chiara: superare i luoghi comuni, comunicare in modo più trasparente e intercettare una generazione che chiede meno quantità e più coerenza tra prodotto, valori e narrazione. Il consumo di alcol non scompare, ma si trasforma. Chi saprà comprenderlo oggi, potrà costruire il mercato di domani.

