Guerra e clima: due mondi tutt’altro che lontani

Il costo ambientale della guerra è tutt’altro che irrilevante. Lo rivelano studi di enti autorevoli, oltre ai conflitti più e meno recenti

Non causa solo costi umani con la perdita di vite ed economici con la devastazione di città e infrastrutture ma anche ambientali. La guerra degrada suoli, aria, acqua e biodiversità, contribuendo a distruggere gli ecosistemi con l’emissione di sostanze tossiche. Basti pensare, ad esempio, che gli aerei da combattimento hanno consumi medi orari pari a decine di volte quelli di un volo commerciale, così come le navi da guerra, i carri armati, mezzi logistici sono alimentati da carburanti molto inquinanti.

Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) per raggiungere gli obiettivi climatici servirebbero circa 4.000 miliardi di dollari all’anno in investimenti per energie rinnovabili e infrastrutture pulite. Ci sono anche costi indiretti: le spese militari assorbono risorse che potrebbero essere destinate alla transizione ecologica: pannelli solari, eolico offshore, trasporti pubblici a basse emissioni e ricerca.

Distruzione delle infrastrutture e contaminazioni tossiche

In uno specifico studio il Conflict and Environment Observatory (CEOBS) ha indicato i danni ambientali derivanti da guerre tradizionali convenzionali. Si tenga presente che le esplosioni belliche liberano nell’aria polveri sottili, metalli pesanti, amianto; il bombardamento di infrastrutture quali fabbriche e centrali elettriche comporta il rilascio di idrocarburi e sostanze chimiche nocive per la terra e l’acqua.

L’impatto bellico su foreste e habitat

I conflitti lasciano sul terreno residui come munizioni inesplose, mine e ordigni chimici. Secondo l’ONU, oggi esistono oltre 60 Paesi che ospitano mine, responsabili non solo di un numero imprecisato di decessi umani ma anche dell’avvelenamento dei terreni. La guerra contribuisce inoltre all’eliminazione di foreste ed aree verdi e naturali. Per le basi militari o per agevolare gli spostamenti dei militari vengono distrutti alberi, con conseguenze negative non solo in termini ecologici ma anche economico, ovvero la privazione di risorse alimentari e legname per le popolazioni locali.

Si pensi, durante la guerra del Vietnam, al cosiddetto “agente arancio“, un potente defogliante chimico usato dall’esercito USA a danno di circa 2 milioni di ettari di foreste i cui terreni sono stati contaminati per decenni.

I rischi nucleari

Il National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine ha indagato le conseguenze disastrose della guerra focalizzando l’attenzione sui potenziali effetti ambientali di una guerra nucleare che, oltre a polverizzare le città, avrebbe effetti nefasti sul clima globale tramite l’emissione di fuliggine derivante dagli incendi nucleari, le cui particelle bloccando la radiazione solare, porterebbero a un netto calo delle temperature terrestri, al cosiddetto “inverno nucleare”.

Inoltre si ridurrebbero le piogge in alcune regioni agricole chiave come l’Asia meridionale e il Sahel, diminuirebbe la produzione cerealicola fino al 90% in pochi anni causando gravi carestie. Le bombe nucleari inoltre rilascerebbero radionuclidi, particelle radioattive che inquinerebbero campi foreste, acque causando danni alla salute : oltre a tumori, malformazioni, infertilità nell’essere umano, anche mutazioni genetiche ed estinzioni di specie animali e vegetali con effetti intergenerazionali.

Senza arrivare a futuri scenari apocalittici, ma limitandosi a guardare i casi remoti e recenti (dalla battaglia di Verdun durante la prima guerra mondiale durante la quale migliaia di munizioni e proiettili contaminarono suolo e false acquifere, passando per l’agente arancio succitato usato in Vietnam all’uranio impoverito utilizzato in Iraq, ma anche nei Balcani , fino ad arrivare alle macerie di Gaza di cui circa il 15% contaminato d’amianto e all’esplosione di dighe e altre infrastrutture in Ucraina) ad oggi l’ecocidio non è ancora stato riconosciuto come crimine internazionale.

Tuttavia è stato aperto un dossier presso la Corte Penale Internazionale per il riconoscimento di tale reato, importato nell’ordinamento ucraino, russo, belga, francese, messicano. Inoltre la maggioranza dei paesi (Italia compresa) nel maggio 2025 ha votato una risoluzione che impone agli Stati il rispetto delle responsabilità in materia di contrasto al cambiamento climatico. Gli strumenti per porre un freno alla distruzione dell’ambiente causata dai conflitti ci sono. Occorre solo la volontà di utilizzarli.

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