ALBERI, UOMINI E VICHINGHI IN GROENLANDIA

La tutela della natura è fondamentale al di là dei riconoscimenti ufficiali. Non mantenere l’equilibrio dell’ecosistema determina conseguenze tragiche. Il prezzo pagato dal popolo guerriero che si insediò nella “terra verde” e scomparve tra le nevi.

AMBIENTE
Alessio Mariani
ALBERI, UOMINI E VICHINGHI IN GROENLANDIA

La tutela della natura è fondamentale al di là dei riconoscimenti ufficiali. Non mantenere l’equilibrio dell’ecosistema determina conseguenze tragiche. Il prezzo pagato dal popolo guerriero che si insediò nella “terra verde” e scomparve tra le nevi.

Tre nuove foreste italiane da luglio scorso sono Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Le ombrose faggete della Valle Infernale (Parco Nazionale dell’Aspromonte), del Pollinello (Parco Nazionale del Pollino) e di Pavari-Sfilzi (Parco Nazionale del Gargano) sono state ascritte nella lista dei siti dell’Unesco anche se in realtà non sono nuove ma primordiali e i loro alberi si sono aggiunti a quelli di altre dieci foreste italiane già riconosciute. Alla fine dell’era glaciale i faggi erano sopravvissuti al freddo soltanto in poche regioni dell’Europa, le Alpi, i Carpazi, i Pirenei. Poi, con l’aumento della temperatura, i ghiacci si ritirarono e le foreste crebbero. I faggi prosperarono in montagna ed in pianura, su terreni ricchi e poveri, secchi o umidi. Novantaquattro faggete, attraverso 18 paesi europei, mostrano ancora la bellezza selvaggia di quell’espansione rigogliosa; l’Unesco le annovera nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità con la denominazione di Antiche faggete primordiali dei Carpazi e di altre regioni d’Europa.

Tuttavia la natura non può stare soltanto nei parchi nazionali. Gli alberi aiutano l’uomo a vivere bene, da sempre. Gli alberi contribuiscono all’equilibrio idrogeologico, frenano l’erosione, proteggono le piante basse, trattengono l’umidità, offrono il legno ed altre risorse. L’equilibrio tra uomini e foreste, è fondamentale. Nella storia moltissime civiltà hanno prosperato in armonia con l’ambiente. Quando l’equilibrio si è rotto, le conseguenze sono state tragiche. Maya, polinesiani dell’Isola di Pasqua, indiani Anasazi, dovettero abbandonare le loro città, affrontare conflitti e disgregazione sociale, subire il tracollo demografico; nella sciagura di questi popoli, la deforestazione svolse un ruolo fondamentale.

Un popolo europeo ebbe il destino peggiore, i vichinghi della Groenlandia. Erik il Rosso giunse in Groenlandia attorno al 980 e vi si stabilì. Nell’estremo occidente del Medioevo, sorsero due insediamenti, l’Insediamento Occidentale e l’Insediamento Orientale, entrambi sulla costa che guarda il Canada. I coloni furono genti di lingua norvegese, provenienti dalla Scandinavia e dall’Islanda. Groenlandia significa terra verde, oggi sull’isola prevale il bianco. Erik adottò una denominazione malevola per attirare i coloni in una trappola di ghiaccio? Per rispondere alla domanda occorre effettuare profondi carotaggi sul fondo dei laghi e studiare i sedimenti. I pollini hanno molto da raccontare. Salici e betulle, iniziarono a crescere 14000 anni fa, con la fine dell’Era Glaciale. Da allora il polline delle specie arboree divenne sempre più comune, sostituendo progressivamente quello delle erbe e dei falaschi. Poi la composizione della flora raggiunse un punto di equilibrio tra le varie specie e lo mantenne per 8000 anni. Uno strato di carbone segna lo sbarco dei norvegesi che incendiarono le foreste per ottenere pascoli adatti ai loro animali, mucche, capre, pecore e coltivare il foraggio. Ma il suolo dell’isola era molto più fragile di quello scandinavo. In Groenlandia la stagione vegetativa, quella in cui le piante crescono, è brevissima. I groenlandesi impiegavano il legno per riscaldarsi, costruire barche, edifici, produzioni casearie. Mentre gli animali affamati brucavano, tanto da mettere a nudo il terreno.

I venti e le piogge trascinarono sempre più terra fertile verso il mare e verso i laghi. I groenlandesi costruirono muretti a secco per frenare la terra, ridussero l’allevamento bovino, smisero di allevare i maiali. Si accorsero che i boschi avrebbero potuto essere tagliati in maniera sostenibile, ma lo fecero troppo tardi. E la Groenlandia si spogliò. Le uniche colture furono quelle del lino e del fieno. Pane e birra sfumarono nei ricordi. I groenlandesi furono pastori e cacciatori. I cicli migratori e demografici di foche e caribù divennero fondamentali per la sopravvivenza umana.

Dal XIV secolo, con l’inizio della piccola glaciazione medievale, la vita si fece più difficile. L’analisi ossea degli isotopi del carbonio permette riconoscere l’alimentazione terrestre o marina di uomini e animali. I fondatori dell’Insediamento Orientale si nutrivano per l’80% grazie alla terra e per il 20% grazie al mare. Nel XV secolo le percentuali si invertirono. Cresceva poco fieno, la migrazione delle foche era vitale. Attorno alla metà del XIV secolo, il vescovo di Bergen inviò Ivar Bardarson in Groenlandia per curare le proprietà della Chiesa. Di ritorno Bardarson raccontò che gli skaeling (miserabili), ovvero gli Inuit, si erano impadroniti dell’Insediamento Occidentale. Fu organizzata una spedizione di riconquista. I groenlandesi rientrarono nell’insediamento perduto, trovandolo completamente vuoto.

Le scoperte degli archeologi nelle fattorie abbandonate sono ancora più inquietanti. L’ultimo strato abitato racconta la macellazione di un numero di bovini pari quasi a quello delle poste nelle stalle, dei vitelli appena nati, dei grandi cani per la caccia al caribù, piccoli uccelli e conigli che di solito non venivano cacciati. Diversamente dagli anni precedenti, registrati negli strati archeologici profondi, soltanto le specie di mosca più resistenti al freddo svolazzavano ancora. I groenlandesi morirono in primavera, tra la fine delle scorte, forse un ritardo nella migrazione delle foche e l’attacco degli Inuit? Nessuno scheletro umano è stato trovato, probabilmente gli uomini della spedizione seppellirono i morti. Poi, gli iceberg scoraggiarono i viaggi delle navi europee, i groenlandesi non avevano legna per costruirne di proprie. Thorstein Olaffson raggiunse l’Insediamento Orientale nel 1410, sposò una ragazza, ripartì quattro anni dopo. Olafson raccontò del rogo di uno stregone, non di particolari minacce all’insediamento. Dopo di che i ghiacci chiusero le rotte. Nel 1723 gli Inuit mostrarono al missionario norvegese Hans Hegede le rovine della cattedrale di Hvalsey, raccontarono dell’alternarsi di pace e guerra tra loro e gli scandinavi. Hegede si convinse che gli Inuit non discendevano dai vichinghi e smise di cercare l’Insediamento Orientale: lo aveva trovato.

I carotaggi lacustri rivelano come l’erosione del suolo sia iniziata a partire dallo strato di carbone e si sia interrotta nel XV secolo, evidentemente le pecore smisero di pascolare, la terra di essere coltivata. La datazione al radiocarbonio di una veste femminile ritrovata in un cimitero indica il 1435 ma il margine di errore di questa tecnica è piuttosto ampio. Senza dubbio, i groenlandesi sopravvissero alcuni decenni all’ultimo collegamento con l’Europa ma alla fine, le nevi ebbero ragione anche dell’Insediamento Orientale. L’erosione è ripresa nel Novecento, con le pecore dei coloni danesi.

Nel Medioevo gli ovini restavano all’aperto per quasi tutto l’inverso, scavavano nella neve ed aggredivano continuamente l’erba. Oggi le greggi vengono gestite con attenzione. Ciò nonostante l’erosione preoccupa ancora la Groenlandia. In alcuni pascoli moderni, il vento ha già portato via la terra fertile. Affiorano ghiaia e nuda roccia. Dopo un millennio, le conseguenze della deforestazione pesano ancora sugli uomini e sull’ambiente. In terre molto delicate, riparare i danni può essere impossibile. Dopo tagli eccessivi, gli alberi non ricrescono. Anche l’Islanda era coperta di foreste per un quarto, oggi è quasi spoglia. I vichinghi non erano folli dissipatori, semplicemente i loro metodi erano adatti alla Scandinavia, meno alle isole dell’estremo Nord. Per altro la Groenlandia norvegese sopravvisse per quattrocento anni prima di scontrarsi con i limiti ambientali, la moderna civiltà industriale esiste da tanto? I boschi vanno gestiti con saggezza. Boschi e foreste sono “davvero” un patrimonio dell’umanità.