Le coccinelle non portano fortuna, un’illusione ecologica
Le coccinelle piacciono perché sembrano innocue, docili, decorative. Ma la natura – quella vera – è fatta anche di predatori, di conflitto e di complessità.
Chi non ha mai sorriso trovandone una sul davanzale? Rossa, rotonda, con quei puntini neri perfettamente disposti: la coccinella sembra uscita da un cartone animato disegnato dalla natura per piacere ai bambini. Non punge, non ronzola, non disturba. È perfetta. E così la ritroviamo ovunque: sulle tazze, nei disegni delle scuole, sulle confezioni “bio”, nei loghi delle aziende green. Un vero e proprio insetto da vetrina, trasformato in simbolo dell’innocenza, dell’armonia, persino della fortuna.
Ma sarà davvero tutto così semplice?
In realtà, la coccinella è tutt’altro che un giocattolino ecologico. Alcune specie – come la ben nota Coccinella septempunctata (L.) – sono predatrici voraci, capaci di divorare centinaia di afidi al giorno. Sono alleate preziose nell’agricoltura, certo, ma non sempre così “gentili” come ci piace immaginarle. Altre, come la coccinella arlecchino Harmonia axyridis (Pallas), importate da lontano con buone intenzioni, hanno invaso interi ecosistemi, mettendo a rischio le specie autoctone. In più, alcune coccinelle rilasciano sostanze tossiche per difendersi e possono persino causare reazioni allergiche.
Insomma, non esattamente la fata madrina della biodiversità.

Eppure, nella narrazione collettiva, l’aspetto più predatorio o controverso della coccinella viene messo tra parentesi. Anzi, viene rimosso con garbo. Quello che ci resta è l’icona: rossa, tondeggiante, sorridente. Un segno rassicurante che “rende la natura presentabile”, amica, amabile, pronta per la stampa su un’etichetta biologica. È una forma di addomesticazione visiva, una piccola bugia gentile con cui ci raccontiamo che la natura è sempre bella, sempre buona, sempre carina.
E come spesso accade, ciò che scegliamo di mostrare dice molto anche su ciò che scegliamo di nascondere.
Mentre coccinelle e farfalle godono di una popolarità da copertina, altri insetti restano nel retroscena del nostro immaginario. Le vespe, ad esempio, sono odiate senza appello, anche se impollinano, regolano popolazioni e costruiscono nidi di una perfezione ingegneristica. Gli scarafaggi – grandi esperti di decomposizione – sono i mostri per eccellenza. E le zanzare? Le conosciamo solo come seccature, eppure sono un termometro biologico che ci ricorda quanto la natura sia anche rischio, anche conflitto, anche imperfezione.

Cosa ci dice tutto questo?
Che forse, nel nostro tentativo di “educare all’ambiente”, abbiamo costruito una natura da spot pubblicitario: semplificata, sorridente, senza zone d’ombra. Una natura che si può disegnare nei laboratori delle scuole, ma che non ci insegna a fare i conti con l’ambivalenza, la morte, l’errore, il disordine.
La coccinella – così come la raccontiamo – ci fa dimenticare che la natura non è un personaggio, ma un intreccio di relazioni, spesso complicate, quasi mai lineari. E che gli insetti, tutti gli insetti, hanno qualcosa da insegnarci. Anche quelli che non si lasciano trasformare in pupazzetti.
La vera fortuna, forse, non è trovare una coccinella. Ma imparare a guardare gli insetti per quello che sono: sorprendenti, complessi, inquieti. E cominciare da lì a pensare davvero ecologicamente, senza scorciatoie sentimentali.

