SCIMPANZÈ E BONOBO, OSTETRICHE COME NOI

Recenti ricerche scientifiche hanno dimostrato come si è evoluto il ruolo dell’ostetricia nell’Homo sapiens grazie ad osservazioni etologiche in scimpanzé e bonobo, i nostri cugini più vicini.

AMBIENTE
Chiara Grasso
SCIMPANZÈ E BONOBO, OSTETRICHE COME NOI

Recenti ricerche scientifiche hanno dimostrato come si è evoluto il ruolo dell’ostetricia nell’Homo sapiens grazie ad osservazioni etologiche in scimpanzé e bonobo, i nostri cugini più vicini.

Alcune teorie antropologiche ritengono che il fatto che Homo sapiens sia un ominide bipede, ha fatto sì che avesse un bacino più piccolo dei suoi cugini primati non bipedi. Tale conformazione del bacino ha portato le femmine ad avere un parto più lungo e doloroso, e l’unico modo affinché il cranio del feto potesse uscire era che il cranio fosse piccolo abbastanza per poter attraversare il bacino. Lo sviluppo del cervello di Homo sapiens, quindi, si sviluppa al di fuori del grembo materno con la successiva crescita maggiormente arricchita e stimolata dei suoi antenati. Tuttavia, partorire da bipedi non è sempre facile e in alcuni casi si presentano problematiche come il fatto che il feto possa essere podalico, cosa che invece è la normalità nella maggior parte delle altre specie animali.

Ma cosa significa che il feto è podalico? Vuol dire che invece di nascere ‘di testa’, la prima cosa ad uscire sono i piedi il che rende il parto più pericoloso e a rischio.
La posizione cefalica, è infatti la posizione evolutiva più funzionale e sicura nel parto e questo non lo dicono solo gli studi di ostetricia e ginecologia umana, ma anche studi di etologia che hanno osservato il parto nei grandi primati non umani. Uno studio del 2011 pubblicato su Biology Letters ha osservato i parti di tre scimpanzé nati in cattività. In tutti e tre i casi, il feto è emerso con un orientamento cefalico anteriore e la testa e il corpo ruotavano dopo che la testa era emersa.

Sorprendentemente, prima che il dr. Satoshi Hirata autore dello studio e colleghi filmassero i tre scimpanzé in cattività che partorivano, nessuno aveva osservato da vicino il parto di scimpanzé e si presumeva che anche gli scimpanzé partorissero i piccoli in posizione podalica, come il resto dei primati. Pertanto, da questo studio possiamo dedurre che nascere con orientamento cefalico non è unicamente una caratteristica umana ed il fatto che il neonato umano nasca di testa è stato finora preso come prova della necessità dell’ostetricia negli esseri umani. Tuttavia, invece di cercare assistenza quando iniziavano il travaglio, le scimpanzé incinte cercavano la solitudine mettendo in discussione l’idea che il bisogno di aiuto nel parto sia correlato alla nascita cefalica.

Wenda Trevathan, un’antropologa biologica della New Mexico State University di Las Cruces, è stata una delle prime a suggerire che l’orientamento fetale abbia giocato un ruolo importante nell’evoluzione dell’ostetricia e afferma che l’orientamento del bambino umano fornisce ancora una spiegazione convincente per l’evoluzione dell’ostetricia negli esseri umani perché “l’assistenza facilita sicuramente il parto quando il bambino esce in quella posizione”.


A tal proposito uno studio tutto italiano pubblicato sulla rivista americana Evolution and Human Behavior condotto da Elisabetta Palagi, Elisa Demuru e Pier Francesco Ferrari ha osservato che l’assistenza nel parto non è una caratteristica tutta umana. “Lo studio è nato quasi per caso” afferma la prof.ssa Palagi “una femmina di bonobo ci ha partorito davanti, ma non prima che riuscissi a dare istruzioni su come fare i video e su quali soggetti puntare la videocamera. Siamo poi riuscite e seguire altri parti in uno zoo francese, dove anche lì abbiamo potuto riprendere tutto fin dalle prime contrazioni. Ci interessava guardare cosa facessero i membri del gruppo, soprattutto le altre femmine, per capire se ci fosse collaborazione, in una specie che in molti consideriamo fortemente empatica”.

Gli autori hanno scoperto che l’assistenza al parto, come evento sociale tutto al femminile, non è una caratteristica esclusiva degli umani come sinora ritenuto, ma un comportamento che condividiamo con i bonobo, questa nostra specie “cugina” molto vicina dal punto di vista evolutivo.  In queste registrazioni etologiche si è osservato che durante il parto di una loro compagna, le femmine di bonobo le si stringono intorno e mettono in atto comportamenti per proteggerla e supportarla in un momento di massima vulnerabilità, fino ad arrivare ad aiutare la partoriente a sorreggere il piccolo durante la fase espulsiva. Inoltre, gli scambi di espressioni facciali, vocalizzazioni e gesti raccontano una storia di intensa partecipazione emotiva.

La dott.ssa Demuru sostiene che osservare una nascita, in qualsiasi specie, è commovente perché ci si rende conto che è in questi pochi istanti che è concentrata la forza della natura. “C’è comunque un momento che ricordo con maggiore emozione ed è quando ho visto i piccolini aggrapparsi per la prima volta alla pelliccia della loro mamma, pochi minuti dopo la nascita. Le loro minuscole dita si perdono sui fianchi delle madri ed è come se in quell’istante la mamma e il piccolo diventassero una cosa sola. È l’inizio del legame più forte che esista”

Un’altra magnifica prova del nostro essere primati è il riflesso di Moro, descritto per la prima volta nel 1918 dal pediatra Ernst Moro, il riflesso di Moro è una delle reazioni istintive che hanno i neonati sin dalla nascita. Si manifesta come una reazione involontaria che porta all’allargamento delle braccia prima verso l’esterno e poi verso l’interno e di solito scompare verso i sei mesi. Il riflesso di Moro spinge il neonato ad aggrapparsi alla mamma appena nato, proprio come succede nei primati. L’importanza del contatto madre-bambino nei primi momenti di vita è stata dimostrata anche da un famoso esperimento dello psicologo Harry Harlow in cui i piccoli di scimmia Rhesus, allontanate dalla madre non appena erano venute al mondo, avevano la possibilità di scegliere tra due diverse “madri” artificiali. Una era fatta di morbida spugna ma non forniva cibo. L’altra era fatta di freddo acciaio metallico ma forniva nutrimento da un biberon attaccato. L’esperimento ha dimostrato che i piccoli di scimmia hanno trascorso molto più tempo con la madre di stoffa che con la madre di acciaio. Harlow ha concluso che il bisogno di contatto materno era più forte del bisogno di cibo.

Oggi l’OMS e tantissime associazioni di ostetricia, neonatologia e ginecologia consigliano infatti il contatto skin-to-skin tra madre e bambino almeno 40/60 minuti dopo la nascita del neonato in considerazione dei diversi benefici per la salute del bambino, tra cui la regolazione della temperatura del neonato, l’adattamento metabolico e il mantenimento dei livelli ematici di glucosio, oltre a benefici quali lo sguardo, l’odore e il rumore del battito cardiaco della mamma che quindi tranquillizzano il neonato appena catapultato in una nuova realtà. Oltre a fornire al neonato numerosi vantaggi, la pratica dello skin-to-skin è associata a molti vantaggi anche per le madri. La secrezione di ossitocina materna nelle madri durante la skin-to-skin rafforza le contrazioni uterine, che a loro volta aiutano la placenta a separarsi e la durata della terza fase del travaglio a diminuire. In un recente studio si è addirittura ipotizzato che la skin-to-skin possa diminuire la morte materna e perinatale in paesi in via di sviluppo come l’Iraq.

Insomma, ancora una volta, l’etologia ci dà prova del fatto che noi esseri umani non abbiamo inventato nulla e che i nostri comportamenti sono frutto di un’evoluzione accurata e precisa che nel corso di migliaia di anni ci ha portato ad essere quello che siamo ora. Sarebbe bello se alcune volte tornassimo ad essere più naturalmente bestie, lasciandoci cullare dal nostro istinto. Per le future mamme, insieme al corso preparto, guardatevi un bel documentario di come nascono gli animali e di quali siano le cure neonatali che le altre mamme offrono ai loro cuccioli: potrebbe essere d’ispirazione!