Tumori rari dell’addome, il robot apre nuove possibilità di cura
Sono neoplasie poco frequenti ma complesse, a lungo curabili solo con la chirurgia tradizionale. Oggi, in casi selezionati, si possono operare con tecniche mininvasive
Sono tumori poco conosciuti, perché rari, ma tra i più difficili da affrontare. Si sviluppano nell’addome e nella pelvi, spesso in profondità e a stretto contatto con organi, vasi sanguigni e nervi e, per questo, a lungo si è ritenuto che potessero essere trattati solo con interventi chirurgici tradizionali, molto invasivi. Oggi qualcosa sta cambiando: alla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma alcuni di questi tumori vengono operati con la chirurgia robotica, una tecnica mininvasiva che riduce l’impatto dell’intervento sul paziente.
A spiegare di cosa si tratta è Fabio Pacelli, ordinario di Chirurgia generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore dell’unità di Chirurgia del peritoneo e del retroperitoneo del Gemelli, che parla di sarcomi retroperitoneali, di Gist (tumori che originano dalla parete dell’apparato digerente) e di tumori che si formano intorno ai nervi, che possono essere benigni o maligni. Sono malattie che colpiscono poche persone, tra uno e cinque nuovi casi ogni centomila abitanti all’anno. Proprio questa rarità, però, le rende insidiose: incontrarle di rado significa che richiedono centri esperti e la collaborazione di più specialisti, dal chirurgo all’oncologo fino al radiologo.

Negli ultimi anni gli strumenti a disposizione dei medici sono migliorati molto. Sono nate diagnosi più precise, farmaci capaci di colpire in modo mirato le cellule malate e nuove strategie operatorie. «Tutto questo – sottolinea Pacelli – ci permette di rimuovere il tumore in modo più completo, di preservare quando possibile gli organi e di migliorare la qualità di vita del paziente». Un percorso che inizia ancora prima dell’intervento, studiando a fondo le caratteristiche del tumore anche con l’aiuto dell’intelligenza artificiale applicata alle immagini radiologiche.
La vera novità, però, è il robot chirurgico. Non opera da solo: è uno strumento guidato interamente dal chirurgo, che lavora da una postazione e controlla bracci meccanici molto più precisi della mano umana. Seguendo regole ben definite, legate alla posizione, alle dimensioni e al tipo di tumore, si è scoperto che alcune di queste neoplasie possono essere trattate per via mininvasiva, cosa che fino a poco tempo fa sembrava impossibile. Il vantaggio sta innanzitutto nella visione: il chirurgo osserva il campo operatorio in tre dimensioni e fortemente ingrandito e questo gli consente di muoversi con grande delicatezza attorno a vasi e nervi, asportando la malattia con maggiore sicurezza. Per il paziente i benefici sono concreti: meno dolore, una ripresa più rapida dopo l’operazione e cicatrici più piccole.

Non tutti i casi, però, sono adatti a questa tecnica. Nei sarcomi retroperitoneali il robot può essere impiegato in circa un paziente su cinque, soprattutto in alcune forme specifiche. Per i Gist e i tumori dei nervi, invece, la possibilità sale fino a un caso su due. Un progresso che, dietro i numeri e le tecnologie, significa soprattutto cure più precise e una vita migliore per chi affronta queste malattie.

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