GEOECOLOGIA, IL COLLASSO

Civiltà umana ed equilibrio ecologico. La storia di chi non ce l’ha fatta e da cui forse dovremmo imparare.

APPROFONDIMENTO
Alessio Mariani
GEOECOLOGIA, IL COLLASSO

Civiltà umana ed equilibrio ecologico. La storia di chi non ce l’ha fatta e da cui forse dovremmo imparare.

Secondo la tradizione, fu Hotu Matu’a (Grande Genitore) a toccare per primo le spiagge di Rapa Nui o Isola di Pasqua, estremo limite dell’epica espansione polinesiana e luogo abitabile più  remoto della terra: 2100km dall’isola di Pitcairn, 3700km dal Sud America.

Allora, una rigogliosa foresta subtropicale copriva l’isola e la palma di Pasqua superava quella da vino cilena, oggi la più grande al mondo. A largo nuotavano tonni e delfini. A riva posavano innumerevoli uccelli, marini e terrestri. Una terra ottima, perché i polinesiani prosperassero.

In ogni caso, radiocarbonio e archeologia moderna datano il primo sbarco attorno al 900dC.

Nel 1722, l’olandese Jacob Roggeven fu il primo europeo a visitare Rapa Nui e a battezzarla Pasqua ma non si trattenne. La terra era brulla, mancava ogni albero che superasse i tre metri.

Soltanto nel 1774, la curiosità vinse James Cook. Il navigatore inglese scorrazzò per quattro giorni. Tanto più che nonostante secoli d’isolamento linguistico, l’interprete tahitiano riuscì a parlare con i nativi.

Per entrambi, l’impressione fu enorme. I due capitani videro le statue, i moai: alti da 4.5 a 10 metri, pesanti fino a 87 tonnellate. Alcuni rovinati a terra, altri in piedi sui loro ahu: le piattaforme di pietra, ancora più pesanti e faticose da costruire.

Il mistero sorse immediatamente. Da un lato, le rovine di una grande civiltà. Dall’altro, la miseria di una terra riarsa. Pochi abitanti, stentati e privi dei materiali necessari a fabbricare corde, impalcature o tanto meno le grandi canoe a vela, indispensabili a solcare l’oceano.

Oggi, dopo secoli di elucubrazioni, la ricerca mostra che a Pasqua “misterioso” è soprattutto il monito. L’analisi scientifica della tradizione orale e delle testimonianze materiali racconta la storia di un disastro ecologico.

A partire dal celebre saggio I limiti alla crescita, gli studi promossi dal Club di Roma indagano il futuro dell’umanità attraverso le tendenze fondamentali della demografia, della produzione alimentare, della disponibilità di risorse, dell’inquinamento e del capitale industriale: tutte in secolare ascesa, sopra un pianeta piccolo e … isolato.

La possibilità di un’inversione brusca che elevi il tasso di mortalità, abbattendo la quantità di alimenti e servizi pro capite, non è remota. Oltre ad essersi già verificata diverse volte prima della globalizzazione, seppure in luoghi circoscritti, quali la Groenlandia degli scandinavi, lo Yucatátan dei maya, gli Stati Uniti Sudorientali degli anasazi.

Tale è la ragione profonda, per la quale Jared Diamond, osservati i vantaggi ambientali che nutrirono le grandi civiltà di Armi, acciaio e malattie, si è dedicato a studiare le strutture che resero la vita difficile: Collasso, come le società scelgono di vivere o morire (Einaudi, 2005).

Sull’Isola di Pasqua, le proiezioni economiche diventano terra, carne e sangue.

Così, indietro nel tempo, i carotaggi palustri, assieme ai pollini degli strati profondi, hanno ricostruito un’antica foresta. Ottimi legni da intaglio, combustione, foglie per i tetti e fibre per i tessuti.

Quindi, gli archeologi si sono dedicati a frugare nei pozzi dei rifiuti. Prelibatezza rara in Polinesia, a Pasqua il delfino offriva la carne più comune. Da arpionare in alto mare.

Lentamente, le cose cambiarono. Negli strati successivi al 900dC, i pollini degli alberi iniziano a diminuire, estinguendosi o quasi a partire dal 1300. Nelle notti fredde, molti isolani si accontentarono di bruciare l’erba. Il raro carbone di legna scompare completamente – a seconda delle zone – entro il 1640.

Nel contempo, tonni e delfini lasciano i pozzi dei rifiuti. Gli uccelli si rarefanno, fino all’estinzione di molte specie. Le conchiglie dei molluschi rimpiccoliscono. Scarseggiano le proteine, aumentano le carie.

Il corso di un lento disboscamento è chiaro; spinto dalla necessità di estendere le coltivazioni di patate dolci, igname, taro, banane e canna da zucchero.

Gli orti litici risalgono al 1300. Piantare sassi nei campi, trattiene l’umidità, frena l’escursione termica, fertilizza. Il taro si ridusse a crescere in apposite buche, in mezzo alla ghiaia. Sistemi che altre isole, dotate d’acqua abbondante e campagne feconde, non scoprirono mai.

Comunque non bastò. Tagliati gli alberi, le piogge iniziarono a trascinare via la terra fertile dai campi. La produzione dovette languire.

Gli effetti delle frane sono ancora visibili. Nell’area di Poike, vasti campi e diverse case finirono sepolti, rimanendo in stato d’abbandono tra XV e XVI secolo. Quando, il secondo ciclo franoso seguì il ritorno dei contadini.

Nel corso del XVII secolo, gli isolani rinunciarono alle quote elevate.

Non conosciamo esattamente l’età del primo moai. Il radiocarbonio può datare la materia organica, non la pietra scolpita. Alcuni detriti imprigionati nelle piattaforme, indicano circa seicento anni di attività, a partire dal 1000.

Durante questo periodo, Pasqua conobbe una buona condivisione delle risorse, favorita dall’assenza di barriere naturali e da una sorta di unità politica; articolata attraverso dodici spicchi radiali di territorio e dodici clan. Ognuno dei quali rivaleggiava per costruire le strutture più grandiose, pur attingendo – quasi sempre – alla medesima cava e trasportando le proprie statue attraverso territori altrui, verso il proprio ahu. Dove il moai veniva innalzato, spalle al mare e sguardo rivolto al suo spicchio.

Contrariamente a quanto potremmo aspettarci, le difficoltà ambientali e alimentari crebbero parallelamente all’impegno edilizio. È probabile che anche l’estensione degli orti litici fosse legata alla necessità di nutrire adeguatamente gli operai, affaticati su cave e strade lontane dalla costa.

Alla fine tuttavia, i cambiamenti dell’ambiente si rifletterono sulla società umana. L’isola pullulò di piccoli moai kavakava: viso scavato, costole a fior di pelle. Il cannibalismo divenne comune: ossa umane, succhiate fino al midollo, nei pozzi dei rifiuti.

Attorno al 1680, i capi guerrieri abbatterono il potere sacerdotale. Lo strato archeologico è pieno di punte di lancia.

Al principio del XVIII secolo, l’area abitata risulta ridotta del 70%, rispetto a trecento anni prima.

Dopo il collasso non furono costruiti moai. I clan si dedicarono alla guerra e ad abbattere le statue dei rivali. Nessuna rimase in piedi oltre metà dell’Ottocento.

La decadenza del culto degli antenati, legato ai moai, lasciò spazio a nuove forme di civiltà. Gli isolani allevarono più galline in enormi pollai, svilupparono un nuovo stile artistico e una propria scrittura, ispirata agli esempi occidentali.

Makemake assurse a dio creatore; la gara di nuoto, dal centro cultuale di Orongo agli isolotti antistanti, dove sopravvivevano gli ultimi uccelli, era disputata in suo onore. Per vincere occorreva portare indietro il primo uovo di sterna scura, senza romperlo.

Ma ormai, gli europei erano alle porte. Il vaiolo e la tratta degli schiavi falcidiarono Pasqua. Nel 1863, le navi peruviane rapirono 1500 persone, metà della popolazione superstite. Gli sfortunati morirono quasi tutti. Una triste dozzina fece ritorno, portando di nuovo il vaiolo.

Nel 1872 restavano 111 isolani, costretti – pochi anni dopo – a risiedere in un solo villaggio e a badare le pecore di una società scozzese, in cambio della sussistenza. Le greggi estinsero gli ultimi alberelli.

Il collasso, precedente l’arrivo dei nemici esterni è più enigmatico. Come è stato possibile scegliere di estinguere tutti gli alberi: necessari a costruire le canoe per la pesca oceanica, proteggere i campi dall’erosione, ottenere le fibre per le corde e il legno per scaldarsi o costruire? Diamond attualizza ciò che i polinesiani avrebbero potuto pensare:

«Non alberi ma posti di lavoro», «La tecnologia risolverà tutti i nostri problemi! Non temete, inventeremo un materiale sostitutivo per il legno», «È possibile che ci siano altre palme nelle zone inesplorate dell’isola di Pasqua. Si rendono necessarie ulteriori ricerche, perciò il divieto di abbattere gli alberi è prematuro e sparge solo il panico tra la popolazione».

Soprattutto però occorre studiare l’ambiente naturale. Per le abitudini e le coltivazioni dei polinesiani, Pasqua è lontana dall’equatore, ovvero fredda, secca e priva di una pescosa barriera corallina.

Le cause generali, concorrenti negli episodi storici di collasso, sono cinque: danni ambientali inferti dall’uomo, cambiamenti climatici, avvento di nemici, perdita del collegamento con gli alleati, inefficacia delle contromisure.

Tuttavia, il disboscamento è quasi sempre la problematica ambientale decisiva. E in Polinesia, la deforestazione varia: rilevante alle Fiji, relativa all’altitudine sulle Marchesi, nulla a Tonga e Samoa. Ciò dipende da alcuni fattori:

– Piovosità.

– Temperatura.

– Inattività vulcanica da oltre un milione di anni, il suolo perde una fonte di nutrimento.

– Caduta di ceneri vulcaniche assente.

– Lontananza dalla fertile nuvola di polvere asiatica.

– Assenza di makatea, una roccia corallina che rende penoso spostare i tronchi e perfino camminare.

– Altitudine, le montagne attirano le precipitazioni e rallentano i taglialegna.

– Distanza da altre isole, attività umana più concentrata.

– Superficie dell’isola, le isole piccole offrono meno costa (risorse marine) e meno alberi o campi.

Un albero abbattuto in Nuova Guinea, libera spazio per piante giovani, capaci di crescere fino a sei metri in un anno. Favorevole in apparenza, Pasqua era in realtà una delle isole più fragili dell’Oceano Pacifico, con una crescita vegetativa lenta.

Semplicemente, l’isola non sostenne la pressione demografica; aggravata dal consumo di risorse necessario ai moai, legati ai valori religiosi e alla reputazione dei capi. Irrinunciabili?

Certo, Diamond rifiuta il determinismo geografico. Gli uomini di Pasqua appartenevano ad una tradizione culturale consapevole dei problemi ambientali; tra i loro arcipelaghi è possibile osservare istituti quali: obbligo di aborto, infanticidio, capi in grado di stabilire tetti demografici, o comandare (a malincuore) lo sterminio di tutti i maiali allevati.

Stanti le ristrettezze, molte comunità ce la fecero. Altre volte, prevalse l’intreccio delle difficoltà, tra percezione, previsione, scelte sbagliate o irrazionali, insuccessi e pensiero a breve termine.

Infine, il collasso fu improvviso, giunse al culmine demografico, assieme alle maggiori imprese. I moai più grandi sono gli ultimi. Secondo la tradizione, attorno al 1620, una vedova elevò Paro, il più alto di tutti, per il marito scomparso.

La cava si trova nello spettacolare cratere vulcanico di Rano Raraku. Lì giacciono 397 statue, a vari stadi di lavorazione. Paro è meno della metà, rispetto al più alto degli incompleti: ambiziosi fino a 21 metri e pesanti fino a 270 tonnellate. Altri 97 sono rimasti pietrificati lungo le strade che si diramano per l’isola.

Forse, alcune opere erano già abbandonate. Le ultime ambizioni in cantiere paiono comunque spropositate, rispetto ai 393 moai, completati nei sei secoli precedenti.

Misterioso rimane il monito. La moderna civiltà industriale conosce bene le proprie difficoltà ambientali e possiede strumenti per risolverle, incommensurabilmente superiori a quelli di Pasqua. Saprà riconoscere e rinunciare ai suoi moai?